Intervista con lo storico ed editorialista del Corriere: “Abbandonare l’Europa per il presidente americano significa abbandonare il Mediterraneo, cioè un epicentro del mondo. Se accettiamo che è pazzo, tutto torna. Oppure Putin ha in mano qualcosa che deve restare segreto… E io sospetto che Mosca controlli parlamentari in ogni capitale europea”. Riflessioni sull’Ucraina e la politica italiana.
/di Federica Fantozzi/
Ernesto Galli della Loggia, editorialista del Corriere della Sera, è professore emerito di Storia contemporanea alla Normale di Pisa, ha insegnato negli atenei di Siena e Perugia, è stato preside della facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Il suo ultimo libro è Brevi lezioni di storia italiana (e non solo) scritto con Paolo Mieli per Solferino.
Professore, l'Europa tra vent’anni sarà collassata, come preconizza Donald Trump?
Troppe volte siamo stati smentiti nelle previsioni per azzardare ipotesi sul futuro in una situazione così complicata. Quello che però non si capisce, e getta un’ombra, è cosa ci guadagni Trump dal “perdere” l’Europa. Non lo rafforzerebbe sul quadrante indo-pacifico e rispetto ai rivali India e Cina, piuttosto lo indebolirebbe: sarebbe una perdita secca. C’è chi evoca il Patto Molotov-Ribbentrop del 1939 fra Germania nazista e Unione Sovietica: ma Adolf Hitler ci guadagnò mano libera in tutta Europa.
È una rappresaglia verso gli europei “scrocconi” o l’attacco non è solo economico bensì al nostro stile di vita, alla nostra civiltà?È nei fatti che nei decenni passati l’Europa non abbia contribuito alle spese militari, che abbiamo “scroccato” la Difesa ai contribuenti americani. È una protesta vecchia, condivisa dai Democrats, e adesso ci ritroviamo con le spalle al muro. Ma qui c’è molto di più: abbandonare l’Europa geopoliticamente e strategicamente, non considerare il legame transatlantico un asset decisivo per il potere Usa, significa abbandonare anche il Mediterraneo. Non voglio dire, come si diceva un tempo, che chi è padrone del Mediterraneo lo è del mondo, ma lo è certamente dell’Africa e del Medio Oriente che sono luoghi strategici per l’egemonia mondiale.
E allora cosa ci guadagna Trump?Avanzo un sospetto. Evitando di crederlo matto, c’è un'unica ragione plausibile che riesco a pensare: Vladimir Putin ha in mano qualcosa che al presidente Usa interessa non venga fuori. Ricevute, documenti, foto.
Un ricatto? Non ci sono prove né sono emersi indizi finora.
Sono fermamente convinto – naturalmente posso parlare solo di certezza morale – che Putin abbia sul proprio libro paga almeno 10-15 componenti di ogni parlamento nazionale dei Paesi europei. Da figlio del Kgb ha applicato un tipo nuovo di influenza: la corruzione. Ha aggiunto un elemento al cambiamento epocale in corso, colpendo soprattutto i sistemi democratici europei. Oggi i parlamentari hanno cultura medio-bassa, i partiti sono privi di grandi idealità, il personale politico è mediocre e teme per la sua carriera. Con qualche milione di euro Mosca può comprarsi un deputato: sappiamo che Marine Le Pen ha ricevuto finanziamenti dalla Russia, e il suo partito è tuttora in corsa per le prossime elezioni presidenziali. Se Putin è arrivato a una leader nazionale, cosa può promettere a un deputato qualsiasi? Non dimentichiamo che accettare soldi o doni, in politica, significa diventare immediatamente ricattabili.
Non vede, alla base del filo-putinismo di Trump, piuttosto un accordo reciproco sulle sfere di influenza o la banale convenienza di fare business con chi è più forte?E che cosa può ricevere Trump in cambio dell’Europa? Il Venezuela? Ma l’America Latina è da sempre un’appendice degli Usa, che più o meno da sempre la considerano il giardino di casa. E Taiwan non è in alcun modo nelle disponibilità di Putin. E che affari può voler fare, quando i Paesi del Golfo gli hanno già spalancato tutte le porte? Se accettiamo l’ipotesi della pazzia tutto diventa plausibile, se invece cerchiamo una logica vedo solo il ricatto e la corruzione.
E se sulla guerra in Ucraina l’opinione pubblica italiana fosse stanca e, più o meno velatamente, dalla parte di Trump?
È certo che lo è: non mi sembra il caso di usare la forma dubitativa. Trump e i partiti filo-trumpiani danno sicuramente voce alla maggioranza dell’opinione pubblica italiana a cui non importa niente dell’Ucraina. Non la sentono in alcun modo una questione vitale. Non trascuriamo il fatto che siamo un Paese con una scarsa educazione geopolitica: quanti conoscono ad esempio i confini della Polonia? Si ricorda le domande di una trasmissione tv ai parlamentari che non sapevano la data della Rivoluzione francese o della scoperta dell'America? Non abbiamo idea della catastrofe del nostro sistema educativo negli ultimi 30 anni, e vista l’età media della classe politica, il livello è quello. Tutto si tiene.
Su Sette c'è un'intervista a Jacques Charmelot, inviato di guerra in Africa e Medio Oriente ed ex corrispondente dell’Afp, sul suo nuovo libro La guerra è #@*§. Considera Volodymyr Zelensky “un dilettante della politica” che “in un momento drammatico per il suo Paese non ha reali capacità di negoziazione”. È un giudizio non isolato, di recente. Che ne pensa?
Sì, c’è in giro molta ironia verso Zelensky, e un atteggiamento di sufficienza. Si dice che si arrampichi sugli specchi. Vorrei vedere Charmelot gestire e tenere abbastanza compatto il suo Paese attraverso tre anni e mezzo di guerra. Parlando più in generale, credo che pesi su Zelensky anche essere considerato un “ebreuccio”: sicuramente è l’immagine che ne hanno Putin e i gerarchi russi eredi di una tra le più aspre tradizioni antisemite, a loro risulta inconcepibile che uno così possa opporsi alla Grande Madre Russia. A Mosca c’è rabbia per lo smacco che la resistenza di Kiev le ha finora inflitto.
Zelensky ha appena rinunciato ufficialmente alla prospettiva nella Nato ed ha accettato di congelare il fronte. Che altro gli si può chiedere?
Il povero Zelensky le dice tutte, cerca di rabbonire Trump, è disposto a qualsiasi compromesso. Anche se poi c’è un elemento di gioco politico, non sappiamo cosa si dice con i Volonterosi. A lui sta giustamente a cuore la cosa essenziale: le garanzie di sicurezza. Non importa se con la Nato o un simil-articolo 5: basta che siano effettive. Purtroppo, l’Europa non può dargliele: servono gli Usa e Zelensky è costretto a fare i salti mortali per tenerli dalla sua parte .
Basteranno?Finora Trump non ha mostrato disponibilità. Il che implica diverse conseguenze molto gravi. Se non ci saranno le garanzie di cui sopra, Putin, quando vorrà, avrà carta bianca per fare ciò che vuole, ovvero annettere di fatto l’Ucraina. Ma poi ci sono la Moldavia, i Paesi Baltici: potrà ricostituire la sfera di influenza sovietica nell’Europa orientale. Di fronte a questo scenario l’opinione pubblica europea, italiana in specie, vuole la pace. È comprensibile, ma se in giro c’è qualche malintenzionato che invece vuole la guerra? Guardando il mondo sembra difficile che tutti siano buoni come Nicola Fratoianni che di certo non muoverebbe mai all’assalto di nulla e di nessuno; ma allora come si fa?
È la storia dell’erbivoro nel mondo di carnivori. Ma se più soldi per le armi significa meno soldi per la sanità?
Certo, ma se qualcuno ti aggredisce, se resisti ti spara e ti uccide, allora la sanità a che cosa ti serve? Nel pacifismo rimane un nodo irrisolto: credere che anche i guerrafondai, i fabbricanti di armi, gli “altri” insomma, si convertiranno. C’è una serie di corti circuiti mentali e logici che fanno presa per il buonismo diffuso.
Hanno senza dubbio un ruolo buonismo ed egoismo. Ma non è umano, in fondo, desiderare un po’ di pace?Certo, ma non sottovalutiamo decenni di propaganda della sinistra comunista. La Prima Repubblica è stata dominata da una martellante retorica pacifista. E oggi il Pd, che pure è il partito europeista per eccellenza, si trova in una posizione difficilissima: con una componente realistica e una molto meno, e con in più alleati come Avs, Verdi e M5s che sulla questione dell’Ucraina, che oggi è la vera questione che qualifica, lo allontanano decisamente dal mainstream europeo.
Lei dice. Eppure, se in Francia vincesse il Front National, in Germania l’Afd, in Regno Unito Nigel Farage, il mainstream cambierebbe drasticamente segno...In quel caso, si applicherebbe un detto toscano molto appropriato: in quel caso siamo del gatto. Punto e basta. Ma per ora Giorgia Meloni ha offerto prova di riuscire a dominare Matteo Salvini, e mi sembra che lo farà anche in occasione del prossimo voto. Quindi, la destra ha provato che la sua ala antibellica è sottomessa all’altra, mentre la stessa prova a sinistra non l’abbiamo. Inoltre, a destra, con Forza Italia e Noi Moderati, l’ala filo-ucraina prevale nettamente: non c’è equivalenza fra le due coalizioni.
https://www.huffingtonpost.it/politica/ ... -20751520/