Reg. il: dom 28 lug 2013 Alle ore: 9:23 Messaggi: 49662
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Erdogan equilibrista? La Turchia nella crisi russo-ucrainaIl precipitare della crisi tra Russia e Ucraina in una vera e propria guerra mette la Turchia, che intrattiene buone relazioni con entrambi i paesi, in una posizione difficile. Il rapporto con Mosca si è sviluppato negli anni seguendo il doppio binario della cooperazione e della competizione, in quella che alcuni analisti definiscono una interdipendenza asimmetrica a favore di Mosca. Oltre alla relazione personale tra il presidente turco Erdoğan e il suo omologo russo Putin, la cooperazione tra Turchia e Russia si è sviluppata in diversi ambiti. Il primo, e più importante, è costituito dall’energia, e in particolare dal gas naturale. Con oltre il 33% degli approvvigionamenti di gas, la Russia è il primo fornitore della Turchia, nonostante negli anni la quota russa si sia progressivamente ridotta (era oltre il 60% nel 2011) come conseguenza della politica di diversificazione energetica perseguita da Ankara e all’arrivo sul mercato turco del gas dall’Azerbaigian. Il gas russo, che giunge in territorio turco attraverso due gasdotti sottomarini nel Mar Nero (il Blue Stream, inaugurato nel 2003, e il TurkStream, messo in funzione nel 2020), garantisce dei flussi costanti che non si sono interrotti neanche nelle fasi più critiche delle relazioni bilaterali, come quella seguita all’abbattimento di un jet russo in Siria da parte delle forze turche nell’ottobre del 2015. Al di là del gas, la cooperazione energetica si è estesa anche al nucleare, con la società russa Rosatom che sta sviluppando la prima centrale nucleare turca nell’Anatolia meridionale, centrale che dovrebbe produrre circa il 10% del fabbisogno di elettricità del paese a partire dal 2025.
Va da sé che le forniture energetiche costituiscono la parte più consistente dell’interscambio tra Turchia e Russia. La Russia è il terzo partner commerciale della Turchia, dopo Germania e Cina, con un interscambio di 34,7 miliardi di dollari nel 2021, e il secondo fornitore dopo la Cina con importazioni turche dal paese che sfiorano i 29 miliardi di dollari, mentre le esportazioni turche sono poco meno di 6 miliardi di dollari. È dunque evidente lo squilibrio in termini commerciali a favore di Mosca, sebbene negli anni l’export turco – principalmente macchinari, prodotti alimentari e tessile – sia cresciuto considerevolmente. Oltre ai flussi di gas, dalla Russia provengono consistenti flussi di visitatori che rappresentano una considerevole fetta del settore turistico in Turchia. Nel 2019, prima che la pandemia contraesse il comparto a livello mondiale, i russi sono stati i turisti più numerosi in Turchia con 7 milioni di presenze, cioè circa il 18% del totale. Ma i turisti russi sono stati anche i primi a ritornare quando l’allentamento delle restrizioni ai viaggi imposte dalla pandemia lo hanno consentito. Si stima che nel 2021 i turisti russi nel paese sarebbero stati tra i 4 e i 4,5 milioni. Più di recente alla cooperazione energetica ed economica si aggiunto un nuovo, e più problematico, settore, quello della difesa. Nel 2019 Ankara ha infatti acquistato il sistema di difesa missilistico russo S-400, che però è valso alla Turchia, membro della Nato, l’espulsione dal programma di sviluppo degli F-35 oltre a sanzioni statunitensi.
Tuttavia, alla cooperazione tra Turchia e Russia fa da contraltare una accesa competizione in diversi teatri di crisi, in particolare in Siria e Libia dove i due paesi si trovano su fronti contrapposti, e dove entrambe cercano di consolidare le rispettive posizioni e influenza, evitando allo stesso tempo qualsiasi scontro diretto. Se la compartimentalizzazione degli interessi rimane la caratteristica principale di questa complessa relazione, Ankara, per voce del suo ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu, non ha tardato a definire inaccettabile tanto la decisione della Russia di riconoscere come indipendenti due repubbliche separatiste del Donbass, nell’Ucraina orientale, quanto l’invasione avvenuta due giorni dopo. Mentre il presidente Erdoğan tiene aperti i canali di dialogo sia con Mosca che con Kiev, i suoi tentativi di svolgere una mediazione tra i due fronti non hanno finora trovato riscontro. Per la Turchia, che ha molto da perdere dal conflitto tra Kiev e Mosca, è in gioco la sicurezza del suo vicinato settentrionale e l’equilibrio di forze nel Mar Nero, area particolarmente sensibile nella storia delle relazioni turco-russe. Su questo sfondo, da una prospettiva turca, l’Ucraina costituisce un argine all’influenza e alla pressione russa nella regione del Mar Nero. In quest’ottica, non sorprende che la Turchia non abbia riconosciuto l’annessione russa della Crimea nel 2014. Proprio a partire da questo periodo le relazioni tra Ankara e Kiev si sono consolidate tanto in ambito economico quanto nel settore della difesa. L’interscambio tra i due paesi ha raggiunto i 7,4 miliardi di dollari nel 2021, e l’obiettivo è quello di portarlo a 10 miliardi dopo la firma dell’accordo di libero scambio in occasione della visita di Erdoğan a Kiev a inizio febbraio nel pieno della crisi. Ma gli sviluppi più interessanti hanno riguardato soprattutto il settore della difesa. L’accordo di cooperazione, firmato anch’esso a febbraio, per la produzione di droni in Ucraina aggiunge un ulteriore tassello a una partnership che si è intensificata negli anni. Dal 2014 società turche hanno giocato un ruolo rilevante nella modernizzazione del comparto militare ucraino, mentre droni da combattimento turchi, Bayraktar, sono stati utilizzati da Kiev nell’ottobre del 2021 proprio contro forze russe nel Donbass, suscitando dure reazioni da parte di Mosca.
Sebbene non abbia mancato di manifestare il proprio sostegno all’Ucraina, la Turchia si guarda bene dal compiere mosse che possano compromettere i suoi interessi e la relazione con Mosca. Tuttavia, dopo avere riconosciuto la situazione sul campo come una vera e propria guerra, il governo turco si è appellato alla piena applicazione della Convenzione di Montreux che dal 1936 regolamenta il regime degli stretti. In base alla Convenzione, quindi, le navi militari degli stati belligeranti non possono passare attraverso il Bosforo e i Dardanelli in tempo di guerra, fermo restando il loro diritto di transito per ritornare alle basi nel Mar Nero. Una mossa dovuta quella di Ankara, che si trova costretta a un difficile esercizio di bilanciamento tra interessi e partner diversi, inclusi quelli della Nato. Come in passato, anche in questo caso sembra altamente improbabile un’adesione turca alle sanzioni statunitensi ed europee, sulla cui efficacia Ankara non ha mancato di esprimere dubbi.https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/erdogan-equilibrista-la-turchia-nella-crisi-russo-ucraina-33687Interessante capire il ruolo della Turchia, ma anche quello di altri paesi... Con o contro Putin? L'America Latina divisa sulla guerra in UcrainaMentre nei paesi dell’Unione Europea (più la Gran Bretagna) si registra una posizione unanime nel condannare l’invasione militare russa in Ucraina, in altre parti del mondo le posizioni sono più eterogenee. Succede così in Asia, ad iniziare dalla Cina, in Africa e soprattutto in America Latina, regione dove Mosca ha aumentato negli ultimi anni la sua presenza in termini di interscambi commerciali, interessi politici e collaborazione militare.
Tra i paesi schierati apertamente con Vladimir Putin c’è il Venezuela di Nicolas Maduro, il Nicaragua di Daniel Ortega e Cuba, storico alleato di Mosca sin dai tempi dell’Unione Sovietica. Da Caracas c’è stato il primo riconoscimento delle repubbliche indipendenti filorusse, sia Maduro che il suo braccio destro Diosdado Cabello, eminenza grigia del potere militare, hanno lodato l’azione di Putin, definito un bastione nella lotta globale contro l’imperialismo nordamericano ed europeo. “La Nato, gli Stati Uniti e l’Unione Europa – ha detto Maduro - vogliono distruggere la Russia e, con essa, questo mondo multipolare che si è formato grazie allo sforzo di un grande leader come Vladimir Putin. Noi siamo al suo fianco, ora e sempre!”. Il Venezuela ha ottenuto negli ultimi anni delle importanti linee di credito internazionali dalla Russia, oltre che una partnership militare con l’invio di uomini e mezzi russi per le esercitazioni e gli addestramenti delle forze armate bolivariane. Stesso scenario a Managua, con il presidente autoritario Daniel Ortega che si è definito un “hermano de lucha” (fratello di lotta) del suo collego russo. Cuba non ha certo bisogno di ricordare la fedeltà a Mosca, rimasta pressoché intatta da mezzo secolo, anche se oggi gli aiuti scarseggiano.
Sul fronte opposto ci sono i governi che si sono schierati apertamente contro l’attacco russo unendosi al coro di condanne visto in Europa e negli Stati Uniti. La Colombia del presidente Ivan Duque, partner strategico (per molti ormai l’unico) di Washington in Sudamerica, l’Uruguay del conservatore Luis Lacalle e anche il Cile, con posizioni sostanzialmente simili da parte del presidente uscente Sebastian Piñera e dal suo successore Gabriel Boric, che si insedierà il prossimo 11 marzo. “La Russia – ha scritto Boric - ha scelto la via della guerra per risolvere un conflitto, la nostra solidarietà va alle vittime innocenti”.
Il quadro è meno lineare, con posizioni al limite dell’ambiguità, quando si passa a tre paesi rilevanti della regione come l’Argentina, il Messico e il Brasile. “La nostra posizione – ha detto il presidente messicano Andrés Manuel Lopez Obrador – è di condanna all’aggressione militare e all’invasione russa, ma voglio lasciare in chiaro che faremmo lo stesso per qualsiasi altra invasione, anche se si trattasse, ad esempio, della Cina o degli Stati Uniti”. Parole che non hanno convinto la comunità ucraina in Messico, che avrebbe voluto una posizione più forte e “dedicata” sull’azione di Putin. Il Messico, va detto, ha poi comunque votato a favore della risoluzione di condanna a Mosca da parte del Consiglio di sicurezza ONU di cui è membro non permanente. La stessa cosa ha fatto il Brasile, anche se a Brasilia le posizioni a livello ufficiale sono state molto divergenti. Il primo giorno dell’attacco il vicepresidente Hamilton Mourao, che è un ex generale dell’esercito, ha condannato con forza l’azione russa affermando anche che la via delle sanzioni non è quella giusta per fermarla. “Le sanzioni non servono a nulla, di fronte ad un’azione del genere si deve rispondere a livello militare”. Dichiarazioni che hanno fatto scattare l’immediata risposta del suo “capo”, il presidente Jair Bolsonaro, che pochi giorni prima (il 16 febbraio) aveva incontrato Putin al Cremlino. Si è trattato di un meeting non centrato sull’Ucraina, ma sulle relazioni commerciali fra i due paesi, con la Russia principale fornitore di fertilizzanti per l’importante settore dell’agro business brasiliano. “Il presidente della repubblica sono io – ha detto Bolsonaro zittendo di fatto il suo vice - e sono l’unico autorizzato a parlare in queste situazioni. Il Brasile è contro la guerra in ogni caso, ma noi vogliamo essere neutrali perché crediamo che solo così si aiuta a raggiungere la pace”. Bolsonaro ha ricevuto pesanti critiche per la sua visita a Putin anche da parte della Casa Bianca, che si è espressa con un comunicato della segreteria di Stato. “Visitando il leader russo mentre questo Paese sta preparando un’aggressione militare, il Brasile mette a rischio gli sforzi globali per evitare un conflitto. Una postura che contraddice la sua enfasi storica a favore de progresso e della pace”.
Curiosamente, la posizione di Bolsonaro è simile a quella dell’ex presidente e suo principale avversario politico Lula da Silva. “Trovo inconcepibile – ha detto Lula - che nel 2022 si arrivi ancora a delle guerre di questo tipo. Condanno questa invasione, che è simile a tante altre viste da parte degli Stati Uniti e di altre potenze coloniali europee. Dovete negoziare e trovare la pace”. Il suo partito dei lavoratori (PT) si è spinto oltre. Nel primo giorno di conflitto, quando i carrarmati russi entravano in territorio ucraino, i senatori del PT hanno diffuso una lettera di ripudio all’aggressione degli Stati Uniti e della Nato, considerandola come la ragione principale della guerra in corso. “Gli USA non vogliono una Russia forte militarmente e una Cina potente economicamente”. La lettera è stata tolta poco dopo dal sito del partito, ma è stata ripresa da buona parte della sinistra brasiliana e di altri paesi della regione. La tesi che Putin sia stato costretto ad agire per impedire l’ennesimo colpo di mano dell’imperialismo americano fa capolino in diversi giornali e site.
Contraddizioni evidenti segnano anche la posizione dell’Argentina. Buenos Aires ha chiesto la fine del conflitto, ma in sede di Organizzazione degli Stati americani non ha voluto condannare apertamente l’invasione russa. Il presidente peronista Alberto Fernandez è stato fortemente criticato per la sua visita di Stato a Mosca ad inizio febbraio, quando ha definito Putin un amico dell’Argentina e un alleato fondamentale nella vertenza aperta per il debito ancora da pagare al Fondo Monetario Internazionale. Un amico che oggi appare scomodo, ma che non è possibile scaricare da un momento all’altro.https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/con-o-contro-putin-lamerica-latina-divisa-sulla-guerra-ucraina-33870
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