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Aka, i motociclisti che magari non hanno portato a termine una carriera leggendaria, per le ragioni più disparate, ma che per un certo lasso di tempo sono sembrati dei marziani dal punto di vista del talento velocistico, mettendo in crisi anche rivali complessivamente più vincenti e più grandi.
I primi che mi vengono in mente sono:
Jarno Saarinen: una leggenda anche per chi non l'ha vissuto, straordinario innovatore dello stile di guida, modernissimo (verrà recuperato da Kenny Roberts). Mette in crisi Agostini e Pasolini, è letteralmente imbattibile sull'acqua, e guida una Yamaha non ufficiale. La morte a Monza nel 1973 ci toglie dalle mani uno che a fine carriera avremmo messo accanto ai più grandi di sempre. Memorabile il commento del Dottor Costa, che cercò invano di salvare Pasolini nel 1973: "Jarno voleva raggiungere la vetta più alta del motociclismo, e credo che ci stesse riuscendo".
Freddie Spencer: Altro talento inarrivabile, ma solo per 2-3 stagioni. Forse l'unico davvero accostabile a Jarno per capacità di spostare improvvisamente verso l'alto l'asticella del motociclismo. Incredibili un paio di vittorie sul bagnato (nel 1983 prese 8 secondi di vantaggio in due giri, se ricordo bene a Silverstone). Innova lo stile di guida, rinunciando alle traiettorie ricurve delle moto anni '70 per "tagliare" la curva e dare il gas subito, anticipando stili che si imporranno forse fra anni '90 e '00. L'unico a vincere due mondiali in due categorie diverse nel motociclismo moderno. Dopo l'impresa, iniziano guai fisici e psicologici, salta varie gare, torna ma non è più quello di un tempo.
Per la felicità di Socrate e Accursio al terzo posto metto a pari merito: Casey Stoner: Non spazza via tutto come i suddetti a inizio carriera, e anzi fatica molto, sembrando inferiore ad altri in 250 e al debutto in MotoGP. Però nel 2007 arriva la svolta: con una Ducati sì fortissima ma quasi inguidabile per tutti, lui mette in serie capolavori e vince il titolo. Farà benissimo anche nelle stagioni successive, lasciando i compagni spesso a distanze siderali. A Phillip Island Rossi sembrava imbattibile prima del suo arrivo: e invece contro l'australiano prende sempre paga, in casa Casey avrebbe vinto anche con un triciclo, davvero un marziano. Per stessa ammissione di Rossi, l'avversario più duro dal punto di vista della velocità pura e per la capacità di correre sui problemi. Fine simile a quella di Spencer però: ritiro precoce, dopo un grande mondiale nel 2011 inizia a flettere nel 2012, subendo spesso la velocità di Pedrosa. Questo ne impedisce la consacrazione fra i giganti della storia, ma rimane appunto una primula rossa, seconda come impatto velocistico forse solo ai due suddetti.
Kevin Schwantz: Guidava in stile Rossi causa altezza, debutta su ritmi impossibili, vince alcune gare rifilando 15-20 secondi con la Suzuki a moto ben più quotate. Ma cade troppo spesso, si rompe spesso, alla fine il titolo del 1993 lo ripaga di errori e sfortune precedenti. Paga la scelta di non voler mai abbandonare la Suzuki, rimane a mio avviso fra i piloti più talentuosi di sempre: inarrivabile nella staccata, con uno stile quasi da crossista, combattivo oltre ogni limite ma corretto, un idolo per chiunque abbia seguito il motociclismo del tempo, anche se appunto meno longevo e vincente di altri.
Altri hanno sfiorato questo step: Biaggi nel 1998 mette in crisi Doohan come velocità, ma non si ripete spesso su quegli standard e alla fine gli manca il titolo. Altri ancora sono stati per qualche tempo primule rosse, ovvero piloti con un passo che sembra poter massacrare quello di tutti, ma rispetto ai suddetti sono stati più longevi e si sono confermati a lungo: parlo di Kenny Roberts, di Mick Doohan, di Valentino Rossi e da ultimo di Marc Marquez, uno che nelle prime due stagioni sembrava davvero aver spostato l'asticella, ulteriormente.
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