|
Ogni grandissima squadra, all'inizio del proprio periodo aureo, ha avuto una piccola Nemesi, un avversario sulla carta inferiore, ma che è stato capace di stregarlo ed è arrivato vicinissimo a batterlo impedendogli così di scrivere la storia come invece oggi la conosciamo. Il Milan di Sacchi è andato a sbattere sullo scoglio Stella Rossa, Coppa Campioni 88-89; il Barcellona di Guardiola ha rischiato di non diventare mai la squadra rivoluzione del nuovo millennio, a causa delle magie tattiche di Guus Hiddink al Chelsea.
La Nemesi del Grande Ajax di Cruyff, una delle massime espressioni del calcio collettivo, scientifico e organizzato di ogni epoca, è stato un rivale pressochè sconosciuto al grande pubblico. Un carneade vero e proprio: il club slovacco (ai tempi cecoslovacco) dello Spartak Trnava. E' la stagione 1968-69, l'Ajax inizia gradatamente a salire posizioni nelle gerarichie del calcio europeo, non è ancora l'invincibile armata dei primi Anni 70, ma è già una formazione forte, completa, veloce, giovane e desiderosa di cambiare il calcio. In panchina il guru Michels. In campo la classe assoluta del quasi 22enne Johan Cruyff, per molti il miglior calciatore europeo del XX secolo.
Dopo aver vinto il campionato nel 1968, l'Ajax si presenta sul proscenio internazionale della Coppa Campioni. La marcia dei lancieri di Amsterdam è un crescendo rossiniano: demoliti i campioni di Germania del Norimberga (con un 4-0 ad Amsteram che esalta le qualità assolute di Cruyff e Swart), l'Ajax supera agevolmente i turchi del Fenerbahce (con un doppio 2-0 all'andata e al ritorno). Nei quarti la squadra di Michels se la deve vedere con i campionissimi portoghesi del Benfica. L'andata, ad Amsterdam, è uno scempio: i portoghesi passano 3-1, l'Ajax è oramai fuori. Ma al ritorno avviene la rimonta impossibile: Cruyff è immarcabile, segna due gol, l'Ajax restituisce il favore e si impone 3-1. Lo spareggio decisivo, giocato a Parigi qualche settimana più tardi, è un trionfo biancorosso: dopo lo 0-0 del 90', è 3-0 senza appello al 120'. L'Ajax gioca un calcio moderno, aggressivo, favoloso: è la nuova moda del football europeo e niente sembra poterlo fermare.
In semifinale, i lancieri affrontano gli sconosciuti slovaccchi dello Spartak Trnava. All'epoca la cortina di ferro impedisce di prendere piena conoscenza degli avversari provenienti dall'Est Europa. Dello Spartak si sa che è squadra fortissima quando gioca in casa. Prova ne siano in Coppa Campioni il 4-0 allo Steaua Bucarest o il 7-1 al Reipas Lahti. Con tutto il rispetto per i romeni e i finlandesi, però, l'Ajax appare ben altra cosa: lo Spartak è visto da tutti come la classica vittima sacrificale da immolare sull'altare della grande favorita della competizione.
La partita di andata giocata ad Amsterdam sembra confermare, in effetti, questa predizione: l'Ajax è padrone del campo e impone il proprio gioco, anche se saranno solo due errori del portiere slovacco Geryk (sostituito non a caso al 25' del secondo tempo) a spianare il successo ai lancieri per 3-0.
La partita di ritorno è vista quasi come una passeggiata. Ma lo Spartak, come detto, in casa è capace di trasformarsi: non è un caso se tra le mura amiche resterà imbattuto 8 anni, dal '66 al '74. Lo stadio è pieno, il tifo caldissimo. Lo Spartak parte fortissimo, con un pressing totale e continuo, in ogni zolla di campo. Vuole tenere testa all'Ajax sul proprio terreno preferito. E ci riesce: la squadra di Michels è completamente in bambola, non riesce a incasellare due passaggi di fila. Al 22' si fa male Cruyff, fin lì un fantasma, e per l'Ajax le cose cominciano a complicarsi. Il centrocampista Kuna al 27' trova il varco giusto e infila Bals: 1-0. Il tifo sale: lo Spartak sforna altre due ghiotte occasioni, ma Bals è prodigioso. Finisce il primo tempo. A inizio ripresa il centravanti Adamec favorisce con un micidiale uno-due l'inserimento di Kuna, che batte ancora Bals: 2-0.
Michels trema, lo Spartak ci crede. Prosegue l'assalto, la rimonta impossibile ora può diventare realtà. Manca solo una rete per portare il match alla bella di spareggio, ma non arriverà: Suurbier salva due gol fatti sulla linea, Bals al 90' compie altri due interventi fuori dal comune. L'Ajax va in finale, dopo una partita in trincea perenne, altro che il catenaccio all'italiana, senza aver calciato un solo calcio d'angolo (contro i 15 degli slovacchi), con due sole conclusioni in porta (contro le miriadi dei padroni di casa). "Non ho mai desiderato tanto il fischio finale come quel giorno" dirà poi il portiere Bals, eroe di giornata. Cruyff anni dopo ricorderà: "La partita per noi più dura? Nella Coppa Campioni del 69, la semifinale di ritorno contro lo Spartak Trnava: quella sera fummo come travolti da un tir".
Per la cronaca, l'Ajax in finale fu battuto ancora, questa volta senza possibilità di appello, per 4-1 dal Milan di Rocco, complice una tripletta di Pierino Prati.
Ma come è stato possibile che una formazione di sconosciuti slovacchi sia andata a un passo dall'estromettere il grande Ajax e giocarsi una storica finale di Coppa Campioni? Il padre del progetto si chiama Anton Malatinsky, un vero e proprio demiurgo dalle idee (non solo calcistiche) rivoluzionarie. Inviso al regime, finisce anche in carcere, ma una volta fuori costruisce una squadra vincente e preparata, tutta incentrata su giocatori slovacchi, meglio ancora se di Trnava. Allenamenti durissimi sulle colline con corse e scatti perenni, schemi e movimenti da imparare a memoria, palla a terra, uno-due velocissimi, verticalità: queste le basi del Malatinsky-pensiero.
I giocatori lo sopportano poco per i metodi da despota e per il carattere schivo, duro, quasi sadico. Ma la loro diligenza è massima e i risultati, sul campo, migliorano di stagione in stagione. Il nuovo tecnico, Jan Hucho, prosegue il lavoro di Malatinsky e raccoglie i frutti: 5 scudetti in 6 anni, sbriciolata l'egemonia praghese. In campo internazionale, su tutti, brilla quella semifinale di Coppa Campioni e quella lezione di calcio assoluta infiltta a una delle formazioni più forti e vincenti di tutti i tempi.
|