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Forse non è sparare sulla croce rossa ma ci siamo vicini.
Il suo calcio non è superato: è la Roma a essere vecchia
Franco Ordine - Lun, 01/10/2012 - 09:05
Non è la prima volta,di sicuro non sarà l’ultima.
Non è la prima volta che il calcio professato da Zeman oltre che le sue idee, vengano prese di mira dall’ampia platea degli scettici e radunate come legna cui dare fuoco per il rogo cui destinare il grande eretico. Prima di entrare nel merito del dibattito che non è inedito (ricordate i precedenti ai tempi dell’Arrigo?), è bene distinguere la discussione squisitamente calcistica di oggi dal furore ideologico che ha travolto le parole più che il lavoro del boemo, è bene riferirsi solo ed esclusivamente allo Zeman allenatore, al suo lavoro, alla sua carriera, ai risultati collezionati (non esclusi i fiaschi). Lo Zeman polemista è spesso ossessivo e finisce col diventare l’icona di un odioso anti-juventinismo: non sempre può essere condiviso anche se da quelle parti, a Roma e dintorni cioè, sono tanti i dirigenti di spessore (Petrucci, adesso anche il suo probabile successore al Coni, Pagnozzi) che gli attribuiscono le virtù dell’oracolo.È Zeman allenatore che dobbiamo discutere, perciò.
Primo appunto: il suo calcio non può essere vecchio né superato anche per motivi elementari. Ha vinto e convinto qualche mese prima di approdare a Trigoria, col Pescara cioè, squadra di sicuro non partita col favore dei pronostici, allestita con una striscia di prestiti, molti giovanissimi, alcuni «scovati» in qualche primavera e addirittura nel retrobottega della serie A. Se quel Pescara, al pari del Foggia degli anni Novanta, a parità di disponibilità economica cioè, hanno sedotto intere legioni di tifosi, e molti addetti ai lavori, riempito gli stadi (con Zeman sulla panchina il Foggia era la seconda squadra che attirava la maggiore affluenza a San Siro, chiedere a Galliani per conferma), non può essere per una idea di calcio superata, impraticabile, antica. Il calcio non ha modificato le sue regole storiche, non è diventato un altro sport.
Il motore che muove il calcio di Zeman è la ricerca maniacale del gol, il suo chiodo fisso è la perfezione geometrica, il suo vanto la corsa continua dei suoi unita alla esaltazione di una organizzazione tattica mai disposta sulla difensiva e basta. La Roma attuale è capace di esprimere questo calcio totale e spettacolare a tratti, solo a tratti, con una percentuale di errori troppo alta per non lasciare il segno. Di qui le partite dominate ma finite con deludenti pareggi. Il quesito è il seguente: se è riuscito nell’impresa a Pescara con Insigne e Immobile e Verratti, può riuscire a Roma con De Rossi, Totti e Osvaldo? La risposta di un convinto ammiratore pone un quesito successivo: siamo sicuri che Zeman abbia a disposizione un gruppo con caratteristiche tecniche e mentali adatte al suo calcio? Il sospetto è che nella Roma maltrattata dalla Juve di Conte ci sia poca gioventù, qualche acquisto«fallito»e molti esponenti non proprio convinti che quella sia la strada giusta da battere.
Seconda questione: possono bastare sei partite per stabilire se Zeman ha già fallito la missione? La risposta è naturalmente no, cento volte no. Solo Montella, a Firenze, con squadra nuova di zecca, è riuscito in un tempo record a far quadrare tutti i conti. Per aiutare Zeman c’è bisogno di una fede cieca nelle sue idee da parte di società, pubblico e spogliatoio.
P.S.: Scusate l’insistenza: ma siamo sicuri che il calcio praticato da Conte e dalla Juve di questi tempi sia così lontano da quello inseguito dal boemo?
Sempre uguale a se stesso ma il mondo è cambiato
Filippo Grassia - Lun, 01/10/2012 - 09:06
Delle due l’una: o Zdenek Zeman non riesce a farsi capire all’interno dello spogliatoio oppure ci sono giocatori che non ci azzeccano nulla con le sue idee.
Probabilmente la ragione sta a metà e chiama in causa le scelte societarie su un rinnovamento tanto coraggioso quanto improbabile. Ieri pomeriggio Rosella Sensi, presidente della Roma dal 2008 al 2011, ha bocciato il progetto: «Avrei affidato la squadra a Montella e non avrei preso tanti giovani ». Già Montella. È il tarlo che rode l’ambiente romanista e che molti oggi vorrebbero al posto del boemo. Questione di età, di idee, di pragmatismo.
Zeman sembra rimasto indietro di 15 anni, come se in questo lungo periodo il calcio fosse rimasto uguale a se stesso e non si fosse confrontato con nuovi scenari. “ Le mie concezioni non sono superate, solo che non vengono applicate”, afferma.
Ci deve essere però qualcosa di perverso nella sua filosofia se la Roma, dopo quasi tre mesi di apprendistato, s’è fatta prendere a sculacciate dalla Juventus che di gol ne poteva realizzare il doppio di quelli messi a segno. Troppo facile ammettere: «Non ho visto nulla di quanto proviamo in allenamento, le mie squadre non giocano così». E pronosticare un riscatto a breve termine. Il campionato è già alla sesta. E certi errori potevano essere giustificati solo a ferragosto.
La pazienza del popolo giallorosso, che pure aveva accolto in pompa magna il suo ritorno, è giunta al limite. Della squadra vittoriosa a San Siro sull’Inter,arroccata in difesa e letale in contropiede, si sono perse le tracce. Neanche quella era la Roma di Zeman, ma almeno funzionava con gli uomini al posto giusto e Totti a dirigere l’orchestra con maestria. Uno squarcio di luce in un buio galattico. Da allora non c’è niente che funzioni. La difesa somiglia a una barchetta in balia d’un mare perverso, ma cosa dire del centrocampo che appare sempre in inferiorità numerica? O degli attaccanti che vagano a vuoto e non dettano mai un passaggio? Zeman insegna calcio benissimo, lo testimoniano fra gli altri i giovani Insigne e Immobile, ma a Roma sta fallendo.
Inutile girarci attorno. Al di là dei risultati, poca cosa, manca quel gioco che è sempre stato insito nel dna di Zeman. Con il Pescara ha funzionato, ma è enorme la differenza che passa fra la B e la A.
E poi, e poi. Per quale motivo il boemo schiera fuori ruolo De Rossi,il suo uomo migliore,fra l’altro il più pagato con Totti? Al fianco di Tachtsidis, avessi detto, invece che davanti alla difesa. Tanto valeva cederlo per fare cassa.
A queste condizioni il centrocampista mollerà la presa, specialmente dopo le dichiarazioni che hanno fatto seguito alla scoppola di Torino: «A Roma sto da re. Non ho mai chiesto di essere ceduto. Ma non ho mai detto che sarei rimasto a vita». Ancora più crudo il suo commento sulla partita di sabato: «Potevamo affrontarla diversamente». Come a dire: «Caro Zeman, se non cambiamo registro, non andiamo da nessuna parte, neanche in Europa League. E il boemo, dalle prime indiscrezioni pare disposto a rivedere certe sue posizioni. Un atto di umiltà non guasta dopo tanto dogmatismo.
Era convinto,Zdenek,di fare breccia sui giovani, di convertirli al suo credo in un amen. Ma l’equazione è tornata indietro al mittente.E non basta paragonarsi a Napolitano, a Monti o al Papa per dimostrarsi infallibile. Zeman è una fede. Ma gli atei, calcisticamente parlando, sono in aumento.
In realtà siamo solo ad inizio campionato. La batosta torinese è iniziata da un calcio di punizione battuto da Pirlo una volta tanto non alle stelle. Erano in due a difendere quello spicchio. Burdisso non ha allungato la gamba , si è solo voltato a guardare dove stava finendo la palla. Osvaldo ha pensato + a controllarsi la chioma che ad altro (almeno 10 volte nel corso della partita). Aver lasciato andare Bojan tranquillamente non è stata una cosa furba. De Rossi poi che non rompa i cogliòni. Che vada a fare il difensore centrale. Magari lì farà bene.
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