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Prandelli a pranzo da Lippi: un gesto che fa onore al nuovo ct (e intanto Abete scopre che 20 club rischiano di non iscriversi)
Xavier Jacobelli

Il 1° luglio, insediandosi alla guida della Nazionale, Cesare Prandelli aveva rivolto parole di stima e di considerazione nei confronti di Marcello Lippi. Oggi è andato a pranzo da lui, a Viareggio. Un incontro assolutamente informale, per parlare degli azzurri, del Sudafrica, di ciò che è stato e di ciò che sarà. Un gesto tanto semplice quanto inusuale nella storia del selezionatori del Club Italia, un'altra conferma che Prandelli non sta sbagliando una mossa. Si è seduto sulla panchina più importante del calcio italiano con l'umiltà del neofita e il rispetto che si deve al predecessore, quattro anni fa campione del mondo, ma oggi solo sul carro degli sconfitti dal quale si è immediatamente lanciato Abete, il presidente della Federcalcio che non si dimette manco con le cannonate. La strada per ricostruire la Nazionale è lunga e lastricata di difficoltà, nessuno se lo nasconde. Ma è importante che il nuovo ct l'abbia imboccata avendo le idee chiare. Non le ha, invece, la Federazione, cui si deve il pasticciaccio del cambiamento in corsa delle regole sugli extracomunitari. Tant'è vero che, mentre Prandelli andava da Lippi, a Roma, il presidente del Coni, Gianni Petrucci, e' andato ad illustrare il piano di rilancio Figc al sottosegretario Rocco Crimi, responsabile per lo sport nel governo Berlusconi. Crimi ha preso atto di ciò che gli è stato detto, ma non ha fatto i salti di gioia. Altro non gli era consentito: ha compiti di vigilanza, ma non può ledere l'autonomia dello sport. Il che non toglie che la Lega di A sia in rivolta contro la Federcalcio per gli extracomunitari. Intanto, almeno 20 club professionistici rischiano di non iscriversi alla prossima stagione. Il record precedente era stato stabilito nel 2004. Per ora sono già fuori Perugia, Monopoli, Mantova, Pescina, Scafatese, Itala San Marco, Gallipoli, Rimini. In B, problemi grossi per Ascoli e Ancona, indiziati di penalizzazione.In serie C (il cambio di logo è stato inutile e ha portato pure jella, altro che Lega Pro) è un disastro. A rischio Marcianise, Alghero, Cassino, Fondi, Gavorrano, Legnano, Manfredonia, Sangiovannese, Villacidrese, Arezzo, Cavese, Salernitana, Triestina, Sangiustese. Alcuni gironi verranno rimpiccioliti per manifesta impossibilità ad iscriversi. Anzichè emanare norme a casaccio sugli extracomunitari, sarebbe ora che la Federazione fosse intransigente, riducendo il numero delle partecipanti ai campionati professionistici. La ricreazione è finita. Ditelo, ad Abete.

Lippi apre il bunker a Prandelli
di Franco Ordine

Marcello Lippi è uscito dal suo bunker, finalmente. Da qualche settimana, se l’era costruito, metaforicamente, sul comodo e veloce motoscafo attraverso il quale, il giorno dopo il ritorno dal flop in Sudafrica, ha fatto perdere le proprie tracce, inseguito dai veleni dei tifosi e dalle censure durissime dei critici. Lo hanno fatto a fette sui giornali, lo hanno fischiato persino nei porti dei suoi improvvisati approdi: e il ct osannato campione del mondo, è diventato all’improvviso una zavorra scomoda da buttare a mare.
Marcello Lippi è uscito dal suo bunker aprendo le porte di casa a Cesare Prandelli, amico di vecchia data e suo successore sulla panchina della Nazionale. Lo ha ospitato a colazione nella vecchia residenza di famiglia, a Viareggio, nei pressi del campo d’aviazione, lontano dalla curiosità di telecamere e taccuini. Ma non è stato un suggestivo cambio della guardia. Nelle due ore impiegate per gustare tagliolini agli scampi e tonno scottato, l’ex ct ha confidato la sua totale amarezza, legata non tanto all’esito della spedizione, forse era parzialmente preparato a quell’epilogo dopo aver visto “cadere” Buffon e Pirlo, ma a tutto ciò che è accaduto dopo, al trattamento ricevuto insomma, dall’opinione pubblica più che dai media. Era preparato agli sberleffi di questi ultimi, molto meno all’onda anomala che l’ha investito al rientro a casa.
I due vecchi amici hanno molto parlato di mondiale e pochissimo di futuro, promettendosi reciproco riserbo e nuovi, eventuali incontri. Uno, il viareggino, parlerà in pubblico tra sei mesi nella migliore delle ipotesi, l’altro, il bresciano, terrà nel cassetto ogni giudizio, ogni racconto, ogni dettaglio della spedizione confessato dal padrone di casa. «Le ricostruzioni successive all’eliminazione non sono affatto autentiche, nessuno del mio gruppo mi ha tradito» la sintesi del racconto fatto da Lippi dinanzi a Prandelli, rimasto in silenzio, e molto interessato a conoscere il comportamento dei tanti azzurri nella bufera. Come dire: caro Cesare, puoi fidarti dei miei guerrieri, non fidarti invece dei primi consensi, basterà un risultato negativo e si rivolgeranno tutti contro.
Prandellino è rimasto umanamente colpito dal Lippi ferito a morte dall’ostilità del pubblico italiano al rientro in patria e forse ha cominciato a capire quanto pesante sia la responsabilità dell’incarico deciso in un secondo, dopo la telefonata del presidente Abete. Perciò ha ascoltato con minore attenzione la relazione stessa sul mondiale, cosa ha funzionato e cosa no, non solo sul campo, quello lo hanno visto tutti e possono farsene una sufficiente idea, ma dietro le quinte, nel segreto del ritiro a Centurion, o ancor prima al Sestriere.
Prima di tornare a chiudersi nel suo bunker, a Viareggio, Lippi si è detto disponibile ad altri e successivi colloqui col neo ct azzurro. Serviranno a completare la radiografia del gruppo di Sudafrica 2010 da cui il suo successore deve prendere le mosse per preparare l’amichevole del 10 agosto, a Londra contro la Costa d’Avorio di Drogba. Ma niente riuscirà a cancellare la ferita provocata dagli insulti. Con un po’ di sana invidia ha pensato spesso a Diego Armando Maradona, trattato in patria come se avesse vinto il mondiale.

A latere, Moratti distribuisce perle (martedì 6 luglio 2010)

Moratti due volte al dì

Libeccio

Prandelli noioso, la Juventus di Motta, le motivazioni di Benitez, interisti tramortiti, il palcoscenico di Mourinho, il risarcimento per l'Olanda e la delusione africana.
1. Abbiamo assistito alla prima conferenza stampa di Cesare Prandelli, il nuovo ct della nazionale italiana. Una noia mortale. Tutto un fiorire di: son contento, vorrei fare bene, non tutto è da buttare, sarò giusto, onesto, per bene. Darò a tutti le stesse possibilità. A cominciare dagli oriundi. Ecco, ci è
sembrato che il passaggio cruciale fosse nell'ultima parola. Come dire: oramai il piano inclinato del calcio italico è diventato slavina e allora guardiamo fuori, a quelli (forti) che pur avendo un certificato di nascita non proprio lineare però possono tornare buoni. Aspettiamo e preghiamo. Al posto di Abete
(sembrato abbastanza inebetito come nella norma) avrei ricordato al nuovo ct una sola parola da aggiungere a quelle spese: "tornare a vincere o perlomeno a convincere". Ma Abete in questo momento è solo attento ad aspettare che passi la buriana.
2. La Juventus ha presentato le nuove maglie per la prossima stagione attraverso una campagna stampa incentrata sullo slogan “bella e vincente”. Ci viene da pensare che il primo requisito non serva a vincere e il secondo sia cosa tutta da dimostrare (un po' come augurare ad un pescatore 'buona pesca'). Certo l’acquisto di Motta dalla Roma (dove non era neanche titolare) e per lo più per un contratto di 4 anni di durata, la dice lunga sull’attuale dimensione della società. Campagne mediatiche e di opinione a parte.
3. Gli interisti sono talmente gonfi di risultati che si avvicinano alla prossima stagione come un ubriaco fradicio può avvicinarsi ad una damigiana di vino. Nonostante sia passato già molto tempo dalla notte di Madrid ancora non c'è voglia, ancora ognuno scorre nella mente la stagione trionfale appena conclusa e si limita a quello. Se lo stesso sentimento dovesse aggirarsi nei giocatori dell'Inter la prossima stagione vedremo la squadra di Moratti latitante in campionato e forse solo attenta all'Europa ma neanche tanto. Troppa abbondanza e tutta insieme. Sarà in grado Benitez di recuperare la voglia e le motivazioni? Questo il suo principale compito secondo noi.
4. E la squadra? Come reagirà la squadra nerazzurra all'uscita di scena del suo mentore calcistico? Domanda difficile alla quale rispondere. Noi riteniamo che anche la squadra sia rimasta tramortita dalla uscita di Mourinho e con difficoltà si adatterà al nuovo allenatore. E' come se un'attrice che ha sempre lavorato con Robert De Niro venisse chiamata a lavorare con Martufello (con tutto il rispetto per Martufello).
5. L'unico ambito al quale JM non mancherà affatto è quello societario, spesso spiazzato dalle sue posizioni. A parte che il bilancio dell'Inter dall'uscita di JM ha annotato un plus che neanche vendendo giocatori importanti... Poi a partire da Moratti e per finire con Branca e Paolillo nessuno crediamo abbia sofferto più di tanto alla sua repentina e psicodrammatica uscita di scena. Tutti tranne Lele Oriali, che infatti è stato presto e stranamente messo da parte. A questo punto Morattti & Co. potranno risalire sul palcoscenico mediatico prima costantemente oscurato e occupato da Special One (Moratti ha già cominciato come fosse una medicina: due volte al dì).
6. La presunta “mucillagine” (ognuno pensa per sé, scarsa coesione di squadra, scarso senso di sacrificio) che ha portato fuori dal Mondiale l’Italia, sembra aver colpito anche le altre principali nazionali (Brasile, Argentina, Francia). Delle compagini ritenute importanti restano Spagna, Germania ed Olanda. Chissà che la sorte non intenda finalmente risarcire l’Olanda per le tante cose belle fatte vedere nel corso della sua storia e (in proporzione) i pochi trofei innalzati.
7. Con la rocambolesca uscita di scena del Ghana si sono esaurite le speranze residue di piazzare una squadra africana nella fascia del calcio che conta. L’Africa arricchisce e anche molto le squadre di club di molti paesi europei con giocatori fortissimi (Essien, Drogba, Eto’o, Adebayor, ecc.) per tacere di
quelli che militano nella nazionale francese. Eppure fatica moltissimo a mettere insieme una compagine che possa competere con le migliori. Alla fine l'unica verità è che ogni nazionale fa storia a sè, che ogni fallimento è diverso e che l'espressione 'calcio africano' è un po' generica.

notizie dal Brazil
Leonardo si candida
:"Il Brasile? Un sogno"

MILANO, 6 luglio 2010 - "Io non cerco un posto di lavoro, cerco un sogno". E questo sogno si chiama Brasile. Rompe gli indugi Leonardo, il tecnico che per primo, assieme a Felipe Scolari, è stato invocato dalla stampa per il dopo-Dunga dopo il fallimento della spedizione brasiliana al Mondiale. L'ex allenatore del Milan ha prima difeso Julio Cesar e compagni ("è stato una squadra molto competitiva, quadrata che poteva vincere") e poi, a proposito del futuro: "Ho deciso di essere disponibile a tutto. Se dovessi scegliere la mia strada, forse non sarebbe il momento. E’ da 20 anni che sono fuori dal Brasile. Ma quello che ho vissuto e che ho imparato non può diventare un problema. Io ho deciso di mettermi a disposizione".

RIVOLUZIONE BRASILE — Ospite di Sky Mondiale, Leonardo ha spiegato chiaramente cosa servirebbe al Brasile: "Ci sono davanti degli anni molto importanti perché nel 2014 il mio Paese ospiterà la fase finale di un Mondiale dopo 64 anni. C’è da costruire un movimento e tante altre cose, forse ci sono da ricucire anche certi concetti e certi valori, per riorganizzare un evento che tutti aspettano con grande allegria. Ci vogliono tante persone e stare attenti a ogni dettaglio. Bisogna dare alle persone dei compiti precisi e pensare a un ruolo per ogni cosa. Il Brasile ha bisogno di tante cose perché per organizzare un Mondiale e costruire una squadra che giochi con uno stile brasiliano che piaccia a tutti, ci sono una serie di cose su cui bisogna ragionare".

RONALDINHO E GLI ALTRI — Leonardo non dimentica d'aver trascorso una stagione alla guida di tre ottimi giocatori brasiliani, esclusi dal Mondiale: "Io sono un po’ di parte. Con loro (Ronaldinho, Pato, Thiago Silva ndr) ho un rapporto diretto. Nell’ultimo anno mi sono stati molto vicini, non perché sono brasiliani ma perché sono giocatori importanti. Quello di Ronaldinho è stato un riscatto personale, ancora prima che del giocatore. Credo che la cosa bella sia stato vederlo tornare a certi livelli, anche perché nella sua vita doveva riorganizzare alcune cose". Parole che suonano come un'apertura, nel caso divenisse c.t.

MORATTI E IL MILAN — L'ex tecnico del Milan ha poi concluso ripensando all'esperienza in Italia. C'è chi sosteneva che Moratti lo avesse chiamato per il dopo-Mourinho: "No, non mi ha chiamato. Ho un grande rapporto con lui, ho una grande ammirazione perché ha preso un’eredità difficile perché far vincere l’Inter con questa etichetta addosso non era facile. Certo, non riuscirei a lavorare in un’altra squadra d’Italia che non sia il Milan. L’Inter è riuscita a mantenersi perché ha fatto degli investimenti che l’hanno resa competitiva in Europa, ma per tutti gli altri non è stato facile. Il Milan vive questo ma questa cosa cambierà e il Milan troverà delle soluzioni".

Mercoledì 07 Luglio 2010 16:44

Tifo Germania e neanche controvoglia, perché li battiamo sempre come tappeti anche se + deboli.
Trovare la Spagna in finale mi guasterebbe la serata, soprattutto a pensare che il nuovo Zlatan (Villa) potrebbe pure vincere il pallone d’oro.

Mercoledì 07 Luglio 2010 22:29

Tic-tac tic-toc, un golletto a partita e la Spagna va in finale.

Dopo essere stati messi a sedere dagli svizzeri e spaventati dal paraguay (che pressava alto) mettono a sedere i crucchi (che non han pressato un tubo) orfani di Muller.
Il ct tedesco sbaglia partita.
Uomo del match Iniesta.
Tra i peggiori Boateng Klose podolski e Villa.
Pedro fa una pedrata, ringrazi la zucca di Puyol se non verrà garrotato davanti al museo del Prado.

Mercoledì 07 Luglio 2010 23:48


Dopo tre uno a zero consecutivi forse sarà campione. (titolo modificato)
di Stefano Olivari

Il Mondiale avrà il suo ottavo vincitore diverso, su diciannove edizioni non è in fondo una cattiva statistica. L'unica manifestazione davvero planetaria magari non proporrà il miglior calcio possibile, ma di sicuro è l'unica a regalare emozioni vere anche a chi non è legato ad una delle due squadre in campo. A quale interista frega del Werder Brema? A quale juventino importa delle vicende del Villarreal? Dubitiamo invece che qualcuno si sia staccato dalla visione di Spagna-Germania, anche solo per andare a prendere nella dispensa qualche nutriente Tuc. Poi si gioca anche a calcio e la Spagna lo fa come nessuno al mondo, meritando di arrivare alla finale come favorita al di là dei tre uno a zero consecutivi (Portogallo, Paraguay e adesso Germania) che ce l'hanno portata e che non le rendono giustizia.
Delle squadre-squadre di altissimo livello viste in Sudafrica (Olanda, Brasile, Germania, Uruguay) quella spagnola è l'unica a non fare dell'attendismo il suo credo. Anche se il prezzo da pagare è segnare pochissimo in proporzione alle situazioni create visto che gli avversari sono costretti, per citare l'allenatorese dilagante su Rai e Sky, a 'fare densità'. Alla Germania, mutilata dalla squalifica dell'uomo chiave Mueller, ha regalato praticamente un tempo facendo girare la palla a ritmi più bassi e provando la fiammata ogni tanto. Pedro al posto di Torres non si è in fondo rivelata una gran mossa, perché ha avuto l'effetto di far schiantare Villa contro Mertesacker e il perfetto Friedrich. E inoltre non dando alla squadra la profondità che anche la brutta copia dell'attaccante del Liverpool riesce a dare. Poi nel secondo tempo la solita Spagna, che ha rischiato di andare in svantaggio (occasione della vita, ma ha solo vent'anni, per Kroos) ma anche di segnare più volte. Grandi ragionamenti ma anche solito gol nato da palla inattiva, con il colpo di testa di Puyol a sfruttare un calcio d'angolo. Da lì in poi la Germania ha cambiato passo e la Spagna ha avuto occasioni in contropiede, una gigantesca distrutta dall'egoismo di Pedro che deliberatamente non ha voluto fare segnare il concorrente Torres (entrato per Villa). Del Bosque ha visto in vita sua qualche partita e qualche giocatore, magari anche più intelligente dell'attaccante del Barcellona: il polpo Paul, che tarocco o no ha azzeccato anche il risultato della semifinale, scommette su Torres dal primo minuto domenica sera.
La Germania non ha deluso, ma senza la sua arma letale avrebbe avuto bisogno dell'Ozil visto fino fino agli ottavi. Già con l'Argentina il ventunenne era sembrato in netto calo atletico e di ispirazione, contro il centrocampo spagnolo si è perso e solo nel finale ha dato qualche segno di vita. Schweinsteiger ha giocato una partita clamorosa, in copertura e costruzione, Podolski è stato costretto a rincorrere Sergio Ramos, senza assist Klose è stato nullo. Grande lavoro comunque quello di Low, che con pochi giocatori di qualità davvero alta (Lahm, Friedrich, Schweinsteiger, in prospettiva Ozil) ha costruito una bellissima Germania. Non è che Lippi o Capello avessero in mano molto di peggio, per dire. Comunque l'orgoglio nazionale italiano è salvo, perchè in campo a Durban c'era un nostro connazionale: proprio quel simpatico essere che ha invaso il campo con una vuvuzela inneggiando a Cassano. Forse un provocatore pagato da Lippi per mettere in cattiva luce il talento barese. Adesso siamo a meno due partite alla fine, un po' malinconici ma anche convinti che di tutte e sessantaquattro ricorderemo qualcosa.

Questo incontro è stato troppo tattico x i miei gusti
Avevo detto molti post fa che ad Olanda e Spagna si aprivano autostrade (calendari piuttosto favorevoli) e così è stato.
Circa la finale dipenderà molto dai due assi in campo (Robben e Schnejider) e da come i catalani si disporranno.
Non tiferò x nessuna delle 2 squadre, anche se amo molto Barcellona e molto meno Amsterdam.


Giovedì 08 Luglio 2010 10:50

Commenti a questa semifinale tutto sommato modesta.

Spagna storica, Furie Rosse in finale Si spezza il sogno della Germania
MARCO ANSALDO

A dodici anni dal successo della Francia che fu l’ultima ad entrarvi, il club più esclusivo del pianeta accetta un nuovo socio, l’ottavo gigante che vince il Mondiale. Domenica a Soccer City si giocherà una sfida inedita come lo è stato il primo Mondiale africano. Olanda-Spagna sarà la finale tra due nazioni che hanno segnato la storia del calcio senza mai finirci in cima. L’Olanda ci provò due volte sempre contro le squadre di casa e quasi inevitabilmente le fallì, la Spagna si era ormai abituata a seguirle in tv. Lo fece persino nell’anno in cui le portarono il Mondiale a domicilio: vinse l’Italia. Ora ha la grande occasione di giocare da favorita la sua prima finale per la maniera, più che la misura, con cui si è sbarazzata della Germania.

L’1-0 firmato da un difensore simbolo dell’indipendentismo catalano, Carles Puyol, ripete il risultato di Vienna 2008, epilogo del campionato europeo che ha avviato il ciclo internazionale degli spagnoli. Questo Mondiale è il figlio di quella vittoria storica per la Spagna. Senza la convinzione dei propri mezzi si sarebbe squagliata come altre volte al primo intoppo: la sconfitta con la Svizzera all’esordio nel Mondiale. Invece gli spagnoli hanno pensato che fosse un rimediabilissimo incidente di percorso e l’hanno raddrizzato arrivando fin qui.

La semifinale non è stata una passeggiata ma l’immaginavamo più tosta. Eravamo impreparati alla timidezza della Germania. L’uomo del ciuffo e del maglioncino «frufru», Joachim Loew, ci ha regalato una squadra moderna, la più bella a vedersi fino a ieri. I giovani però non hanno retto la tensione e la Germania si è afflosciata sull’ostacolo più impegnativo: lo ha fatto alla tedesca, con dignità, però la partita è sempre stata nelle mani dell’avversario, molto più tecnico e sicuro. La Spagna è insieme al Barcellona, che ne costituisce l’ossatura, la squadra meno irregimentabile del mondo. Non si riesce a disegnarne un modulo nè a fissarne le posizioni: tranne Villa e i difensori, gli spagnoli attuano un rimescolio in campo che fa perdere la misura a qualsiasi avversario. Ci sono cinque uomini che appaiono in una zona e li riscopri in un’altra, non sai dove andarli a prendere e nel frattempo creano gli spazi dove infilare le altre pedine. La qualità del palleggio fa il resto. Così nel primo tempo la giovane Germania è rimasta ipnotizzata, per necessità o per scelta, forse per entrambe. Il ricordo della sconfitta di due anni fa ha condizionato l’avvio dei tedeschi, guardinghi, per niente manovrieri, sempre ravvicinatissimi per non dare agli spagnoli il modo di infilarsi tra una linea e l’altra.

Podolski, una punta, faceva il terzino su Sergio Ramos. Lippi, che avrebbe voluto vedere questo in Iaquinta o Di Natale l’avrebbe abbracciato. Comunque qualche buco si creava. Al 6’ Pedro lanciava Villa in un corridoio davanti a Neuer. Il portiere tedesco salvava. Al 13’ Iniesta sfruttava il lato debole della Germania (il sinistro, dove presidiavano Boateng e Podolski): Puyol si lanciava in tuffo sul cross e metteva alto di testa, più o meno dal dischetto del rigore. L’agevole pressione della Spagna si concludeva presto. La carestia di gol, a fronte di tanto affannarsi, ha accompagnato la squadra di Del Bosque nel Mondiale. Si dava la colpa a Torres: ieri è stato in panchina fino a 10’ dalla fine per dare un posto in area a Villa ma non è cambiato l’andazzo. Il capocannoniere del Mondiale è rimasto a secco dopo 4 partite consecutive: forse quel ruolo non porta fortuna.

Come quei frutti belli a vedersi ma insapori al morso, il gioco dei campioni d’Europa restava freddo e non colpiva lo stomaco. Se fosse entrata la palla iniziale di Villa sicuramente la semifinale si sarebbe accesa. Non accadeva. Kassai fischiava il primo fallo dopo 27’, ne avrebbe puniti altri tre prima dell’intervallo: manca una statistica precisa ma non s’era mai vista una partita così importante e ostentatamente corretta (manco un ammonito). La Germania di Loew nega lo stereotipo dei tedeschi macinatori di un gioco grezzo ma assillante. Definirli "panzer" già faceva accapponare la pelle prima, adesso sarebbe davvero una sciocchezza. Non c’è grande fisicità, nonostante la stazza dei giocatori, ma la velocità che l’ha sostituita non si manifestava come contro l’Inghilterra o l’Argentina: difficile partire in contropiede contro la Spagna che raramente perde l’equilibrio. L’offensiva si scaricava in lampi: un tiro del piccolo Trochowski (con Klose e Podolski un attacco «made in Poland»), il contropiede su cui Oezil, in ombra, reclamava il rigore che non c’era.

C’era una Spagna più concreta nella ripresa. Cambiava la strategia: non più i passaggi filtranti che la difesa tedesca aveva imparato a neutralizzare, ora lo schema portava a liberare Xabi Alonso al tiro dal limite dell’area. La mira era imprecisa tuttavia la Germania affrontava un rischio nuovo e un po’ sbandava. Villa non arrivava su un cross teso di Iniesta, c’era aria di gol e l’avrebbe realizzato al 28’ Puyol saltando come un pallavolista sul corner di Xavi anche se 5 minuti prima c’era andata vicinissima la Germania con Kroos: tiro al volo da dieci metri e Casillas confermava che per vincere il Mondiale serve un grande portiere in forma, come fu Buffon quattro anni fa. Anche per questo la Spagna ha più chances dell’Olanda per la finale.

Paul Il polipo aveva ragione E ora spera di non finire in padella
Trash trash trash

E adesso chissà se i tedeschi diventeranno amanti del polipo con le patate. O dell’insalata di polipo. Bisogna solo sperare che gli addetti dell’acquario di Oberhausen, dove vive Paul il polipo indovino, non siano tifosi sfegatati. Naturalmente si scherza. Fino a un certo punto però. Perché tra scaramanzie, premonizioni e cozze avariate, il mollusco con la sfera di cristallo ci ha beccato ancora. Martedì aveva detto Spagna e Spagna è stata. E pure quei tentennamenti nella scelta, che i neo-esperti di «polipologia» avevano letto come una partita sul filo del rasoio, hanno avuto ragione. Nulla da fare per la Germania che, ritrovatasi all’improvviso fervente credente nei tentacoli di Paul, aveva provato a mettere in giro qualche leggenda metropolitana per provare a sfatare la premonizione: il polipo non ha scelto la Germania perché in quella cassetta c’erano cozze avariate. Invece Paul aveva ragione. E c’è chi giura di averlo visto, a fine partita, con i tentacoli incrociati.

Puyol, il guerriero irriducibile
di Claudio De Carli

Il ct tedesco Loew ha studiato contromisure per tutti i big iberici. Ma si è dimenticato del capitano del Barcellona
Polpo a tavola, i tedeschi a certe cose ci tengono.
Gol di Puyol, il più sgraziato, il più grezzo, con quei polpacci da bulgara di mezza età, calze a metà gamba, l’antiestetico Puyol.
La gente si aspettava gli aggrazziati El Guaye, El Nino, quel bell’imbusto di Piquet, sarebbe andato bene anche Sergio Ramos, ma Puyol proprio no. E Loew l’aveva capito.
Loew aveva pensato a tutto, anche a quella faccia da meccanico sudaticcio. Anzi il commissario underground l’aveva paragonato a Paul il polpo indovino, uno che non si capisce mai dove andrà a sbattere, disordinato, pure lui sudaticcio, tanta schiuma e poca ciccia. Insomma il polpo voleva metterlo in marcatura stretta su Puyol. L’attizzava quel bel personaggino di Paul il polpo indovino e aveva pensato di schierarlo su Puyol, il polpo spagnolo. Aveva provato degli schemi mica male e gli aveva lasciato libertà assoluta. Per la verità Paul era un po’ bassino rispetto alla media degli altri nazionali, ma arrivava dappertutto e aveva indiscutibilmente una faccia più espressiva di Ozil. E poi ormai era la vera star del mondiale, una carta da giocarsi bene, l’acquario di Oberhausen più famoso della grotta di Fatima, Paul più famoso dell’Orso Knut allo zoo di Berlino.
E poi, aveva pensato Loew, non è che Puyol sia molto più alto di Paul, e questo era stato l’ultimo pensiero che Loew, il ct underground, aveva avuto per quel traccagnotto di Puyol. Poi la svolta, hanno messo Paul all’ennesima prova e lui si è infilato nell’urna della Spagna, tradimento, disastro. E Loew non l’ha presa bene, è andato in conferenza stampa contrariato perché gli era saltato lo schema, non poteva più fidarsi del polpo e la prima cosa che ha precisato è stata: «Paul? Paul il polpo? Vabbè adesso ve la dico tutta: lui non è tedesco, non so se lo sapete ma Paul non è delle nostre parti, lui è inglese».
Scandalo. Uno fa: ma se sei pieno di polacchi, turchi, algerini, e ghanesi, che ti frega se il polpo indovino è inglese?
Tutti ma non gli inglesi, ha risposto Loew ma ormai la semifinale con la Spagna era segnata, l’aveva capito subito.
Primo tempo da noia mortale, Loew stava trionfando con il suo look castigato e molto dark. Nessuno tirava in porta, tutti a fare finta di voler vincere e invece avevano una gran paura di perdere.
La Spagna però era più solare, peccato Puyol, ma gli altri stavano andando forte.
Certo sarebbe stato bello se il gol lo avesse segnato El Guaye Villa, oppure El Niño Torres, oppure quel bell’imbusto di Piquet, sarebbe andato bene anche Sergio Ramos, alla fine l’ha fatto Puyol, che adesso va in finale dopo averne persa una, tradito da un fallo su Milito a San Siro che lo ha tolto dalla ritorno di semifinale di Champions al Nou Camp altrimenti chissà come finiva. Guerriero vero e irriducibile, ma quel signorino di Loew lo ha snobbato. Piccolo? Ha segnato di testa in mezzo a una difesa sul metro e novanta.
Loew alla fine ha capito: solo Paul il polpo avrebbe potuto fermare il capitano del Barcellona, ci voleva uno con cento braccia, una serie di ventose, scatti repentini. Ma era inglese, tutto, ma mai un inglese, e così i tedeschi rimandano la festa, un altro buco nell’acquario di Oberhausen e adesso chissà che fine farà Paul il polpo indovino. Meglio non saperlo.

Barça, ecco le Furie al potere. Germania, tante arie per nulla
Riccardo Signori

Furie rosse e Orange: domina il rosso, il calcio che fa sangue e spettacolo. Eccola la finale, meravigliosa sorpresa del mondiale dell’Africa. Il tempo non è passato. Spagna e Germania ci avevano lasciato con il solitario gol del Niño Torres nella finale europea. E ieri ci hanno riportato allo stesso racconto: stavolta è toccato al vecchione. Un mondiale (vabbè per ora una semifinale) finito sulla testa di un difensore, alla faccia di nani e ballerini che se la tirano là davanti. Carles Puyol Saforcada, capitano di lungo corso, il re della Catalogna, l’anima del Barcellona che la fa da padrona anche in questa nazionale, ha mandato all’aria la «M generation» tedesca.
Ozil e Klose si sono sbattuti ma sono stati abbattuti. I mastodonti tedeschi si sono afflosciati come elefanti stanchi. La Germania ha perso la via del gol, dopo averne rifilati in quantità industriale. Si, è vero, un po’ se la sono tirata. Il rango e altro gli hanno permesso di darsi qualche aria di troppo. Tutto inutile. Chissà cosa dirà la Merkel che aveva previsto un 2-1 tedesco? La Spagna è stata una macchina da guerra, non da gol. Bella e furiosa. Forse lo voleva proprio il calcio che arrivasse alla prima finale della sua storia. Ha vinto giocando meglio, per chi guarda l’estetica. Ci sarebbe da discutere sulla concretezza. Ha vinto tre volte per 1-0(Portogallo, Paraguay, Germania): vorrà dire qualcosa.
Il fantasma del passato ha imperversato: fastidioso più che malinconico. Vi eravate divertiti due anni fa? Bene adesso scordatevelo. Che altro pensare volessero dirci quelle due squadre piantate nella convinzione di un loro gioco e di una tattica che doveva pagare: possesso palla spagnolo e guardinga attesa tedesca. Bella la Spagna, imponente la panzer division. Partita di scacchi, sì uno di quei inesorabili, memorabili face to face nel cercare l’errore altrui. L’assenza (prevista) di Thomas Muller da una parte e quella (a sorpresa) di Fernando Torres dall’altra hanno fatto peso, ma probabilmente in modo direttamente proporzionale al mondiale fin qui disputato dai due personaggi. Muller poteva rendere tutto più pericoloso. Torres non ha trovato sostituto che rendesse più preoccupante la manovra spagnola. I cultori del calcio perfetto avranno trovato intrigante il primo tempo della partita: ad un errore degli uni corrispondeva azione uguale e contraria per far danno.
Ma al tirar delle somme, emozioni poche, tiri in porta scarsini, un solitario invasore di campo (l’italiano pro-Cassano) ha fatto folklore, dopo tre minuti, finché due energumeni non se lo sono portati via e auguri per i lividi. Bravi i portieri, più degli attaccanti: Neuer, dopo sette minuti, ha anestetizzato una infiltrazione di Villa. E si è ripetuto nella ripresa davanti ad una conclusione di Pedro. Casillas ha evitato grane e addormentato la bontà del sinistro di Trochowski, il sostituto di Muller. Per trequarti d’ora la partita è stata come una di quelle cantilene arabe che rischiano di metterti l’angoscia. Il risveglio della ripresa è stato figlio dell’orchestra spagnola.
La Germania si è limitata al controcanto. Il centrocampo spagnolo ha nuovamente mostrato il meglio del repertorio: Xabi Alonso gigantesco, ha sganciato un paio di aperture che solo Luis Suarez... quello vero, cioè il Luisito spagnolo. E in più ha rifilato conclusioni da metter i brividi a tutta la gente tedesca. Iniesta è stato il solito, inafferrabile percussore: senza mai trovare qualcuno che appoggiasse tutta la sua lena. Insomma il frullato spagnolo non era male, peccato mancasse il sapore. E i tedeschi se lo sono bevuto mostrando i muscoli. C’era Schweinsteiner che teneva d’occhio tutti e Lahm che raramente molava la sua zona. Segnali di attenzione e tensione. Ma poi? Poca spinta, tanta lena, Germania in agguato cercando il contropiede sempre portato da almeno due uomini. Ozil bellino, ma solo frizzante, non più spumeggiante. Anche se vederlo accelerare, è sempre spettacolo da calcio enfant prodige.


08 Luglio 2010 11:05

La resa dei pronostici (Beccantini)

Inutile far finta di niente, e invocare la prescrizione. Mancano le finali per il primo e il terzo posto, solo queste: due partite sulle sessantaquattro in programma. Al vecchio scriba non resta che riesumare i pronostici di inizio giugno, proposti in stil Gran premio di Formula 1. Coraggio.

Prima fila: Brasile, Spagna
Seconda fila: Inghilterra, Argentina
Terza fila: Olanda, Italia
Quarta fila: Germania, Portogallo
Quinta fila: Francia, Uruguay
Sesta fila: Sud Africa, Messico
Settima fila: Camerun, Costa d'Avorio
Ottava fila: Serbia, Nigeria
Nona fila: Stati Uniti, Cile
Decima fila: Ghana, Danimarca
Undicesima fila: Corea del Sud, Slovacchia
Dodicesima fila: Paraguay, Svizzera
Tredicesima fila: Grecia, Australia
Quattordicesima fila: Giappone, Slovenia
Quindicesima fila: Corea del Nord, Honduras
Sedicesima fila: Algeria, Nuova Zelanda

Felice per l'intuizione spagnola. Meno, molto meno, per il «brasilianismo» strisciante che non mi abbandona. Pure sull'Olanda ero ragionevolmente ottimista. Mi hanno tradito inglesi e argentini. Ho toppato in pieno l'Italia, a conferma che non ero affatto prevenuto: fu la sfida con il Paraguay ad aprirmi gli occhi, e a chiuderli a qualcun altro.

Ho sopravvalutato la Francia e sottovalutato il Paraguay. Ho spinto in alto le africane sbagliate. Mi appello al sommo Gianni Brera: solo chi non fa pronostici, non sbaglia mai. Basterà? (Beccantini)

Anch’io ho cannato
In ordine davo
Spagna
Argentina
Inghilterra
Brasile
Olanda
Italia
Della Germania proprio non me ne gregava nulla
Poi a inizio già consumato davo
Argentina
Olanda
Germania
Spagna
Adesso non do nulla ed è meglio.

Libera, bella e divisa al suo interno Torna l'Olanda politicamente scorretta

Porte aperte a mogli e fidanzate: copiati i tulipani Anni 70. Unione in campo, gelo fuori. Come tra Sneijder e Van Persie

Dopo la vittoria un giorno libero, anzi due. Per il bene dell’Olanda è meglio che la squadra non passi troppo tempo insieme, divisi sono arrivati fino a qui e solo divisi possono vincere perché per la prima volta non hanno cercato a tutti costi l’armonia. Non la conoscono, non sanno che farsene e ignorandosi hanno messo su una formula che regge: un distaccato rispetto.

Per anni hanno inseguito il mito del gruppo, poi è arrivato il disincantato Bert Van Marwijk, ct pratico e deciso, e si è accontentato di meno. Niente liti e fine delle proteste pubbliche, regole semplici e una porta sempre aperta, la sua. Chiunque abbia un problema, di qualsiasi tipo, può rivolgersi a lui. Non alle tv, non ai giornali solo al tecnico che si occuperà personalmente di ogni necessità. Massima libertà per evitare i danni. Prima del Mondiale ‘94 la lite tra Gullit e Advocaat, durante gli Europei del ‘96 la pantomima tra Davids, cacciato dal ritiro, e Hiddink. Di solito finisce malissimo. Non stavolta, perché gli Oranje si vedono solo in campo.

Ieri giocatori con mogli e fidanzate (senza problemi, proprio come nel ‘74) e federazione occupata nel trasloco, l’Olanda ha dovuto lasciare l’Hilton di Sandton e ricollocare più di 70 persone. Ai ragazzi di Van Marwijk serviva un posto in un centro abitato: niente guest house isolate perché ogni minuto di riposo deve essere speso a zonzo. Meno si incrociano meglio è. Domani la squadra si ritrova al Sunnyside Park Hotel, sempre a Johannesburg, a tiro di ipermercati e ristoranti.

Sono individualisti, crescono così, nel mito dell’uomo che non passava la palla: Johan Cruijff. Ogni bambino olandese conosce la favola: il piccolo Johan si presenta al provino e tutti i tecnici a bordocampo iniziano a urlare «passa, ogni tanto passa». Nulla, ma alla fine della partitella il bambino in questione è già Cruijff. Così chiunque si affaccia all’accademia dell’Ajax (la «Toekmost» che significa futuro) riparte da lì, dall’idea di poter fare da solo. Poi crescono e imparano a coesistere, però mai ad andare veramente d’accordo. Sono politicamente scorretti, facili alle uscite antipatiche, schietti, e non hanno il mito dell’unità.

Prima del Mondiale l’unica proibizione è stata Twitter e non perché il social network li distraesse, possono giocare alla Playstation e sfinirsi davanti a Internet ma devono evitare i contatti. Anche quelli virtuali. Durante il pre ritiro Eljero Elia si è connesso e ha acceso una webcam per mostrare lui e Ryan Babbel nella sfida in rete. Per provocare l’avversario in vantaggio, Elia ha urlato: «Ora faccio fuori i tuoi negri marocchini». Lui scherzava, ha provato a scusarsi, ha chiarito di essere cresciuto in un quartiere a maggioranza immigrati e che proprio i suoi amici marocchini si chiamano così tra loro. Van Marwijk ha riaperto la porta della sua stanza, ha chiamato Elia e non gli ha spiegato come ci si comporta. Ha solo detto «basta Twitter». Lui non insegna, risolve.

Solo così riesce a far coesistere Sneijder e Van Persie che si picchierebbero se dovessero andare d’accordo. Però non devono, girano al largo, si incrociano per gli allenamenti e le partite e riducono tutto a quel che serve per il gioco. Van Marwijk li ha presi da piccoli, proprio lui, quando era l’allenatore del Feyenoord, ha rispedito a casa Van Persie: «Non mi interessa che impari a stare al mondo ma in campo non può fare lo stizzito». Conta l’intesa su quel rettangolo e non si costruisce fuori.

In un’altra squadra non funzionerebbe, ma l’Olanda non ha bisogno di alimentare il collettivo. Viaggiano di fantasia. I favolosi quattro, come in patria chiamano Van Persie, Sneijder, Robben e Van der Vaart, non sono costretti a dividersi come i Beatles perché non si frequentano proprio. Ignorarsi è la base delle buona convivenza. Le amicizie sono chiuse in gruppi di due o tre persone e il resto è lavoro, è calcio, qui è anche sogno, ma è una questione personale. Non c’è bisogno di condividere. C’è la finale Mondiale e allora che ognuno ci arrivi per la sua strada.GIULIA ZONCA

Giovedì 08 Luglio 2010 13:59

La Germania non è proprio crollata di fronte ai catalani uniti una volta tanto col resto del paese.
Ha sbagliato l’approccio.
Ha sbagliato Loewe nella scelta della strategia.
Questo CT è seguito senza tante storie dai suoi giocatori. E’ un CT vero, non come Del Bosque che è una specie di prestanome. Nella Spagna la formazione la fanno i catalani, in primis Iniesta e Xavi che han chiesto la testa di Torres e l’hanno avuta. Loewe ha commesso un grave errore tenendo in campo il Boateng abelinato (dei 2) che ha reso possibile le avanzate di Ramos, Podolski si è esaurito x coprire la fascia e rimediare.
Errore ancor + grave è stato l’attendere sperando in una rimessa fortunosa.
Ha avuto sfiga nel non disporre di Muller.
Spagnoli e tedeschi si conoscono benissimo x le molte coppe disputate tra loro in questi anni. C’era la preoccupazione tra gli iberici per Muller cresciuto a dismisura in questa competizione (che però era squalificato) e di Ozil che progressivamente si è spento alla prova del nove. Iniesta come fantasista multiruolo è stata la vera spina x i tedeschi, al momento non ci può essere raffronto tra i 2 fantasisti.

La multietnicità dei tedeschi ha fatto flop.
In una competizione dove l’appartenenza gioca un ruolo determinante le risorse etniche diverse sono spesso un peso.
Ozil, il magrebino, i polacchi non hanno cantato l’inno, cioè si sentono un tuttuno con i veri tedeschi sul campo, ma il deutchland uber alles non lo sentono proprio, come i neri francesi se ne fottono della ribellione francese della fine anni settanta..
Schwinsteiger ha giocato al solito alla grande e anche Lahm.

Le istruzioni generali erano, fateli sfogare, non perdete energie a pressarli, occhio a Villa (deludente) e a Torres (epurato) gli altri si ingarbuglieranno prima o poi.

Questa x me è la foto. Germania svirilizzata in buona parte, catalani marpioni.
Il goal , mi ricorda quello di Juan del brasile; su corner erano saltati contemporaneamente 3 brasiliani due a coprire uno a colpire. Contro una tattica di questo tipo i difensori non ci possono far nulla, dipende dalla traiettoria del pallone. Ieri son saltati 2 spagnoli uno a coprire uno a colpire.
Amen.

Due parole sulla trasmissione quotidiana RAI sui mondiali.
Fa proprio schifo, a parte i siparietti comici tra Collovati e Tombolini.
Si continua a menarla sulle differenze socio economiche del popolo di Mandela i cui collaboratori non capiscono un càzzo e van avanti + preoccupati del loro cùlo che della popolazione. Un paese pieno di Uranio, diamanti, oro e quant’altro, cioè ricchissimo. Ma dobbiamo proprio essere noi , che ci confrontiamo a casa ogni giorno con insuccesso con le mafie organizzate di tutti i tipi e non solo, a portare nella civiltà occidentale questa gente ? Là han ben altri problemi come l’invasione dal nord di orde di neri di altre nazioni seguita da una intolleranza etnica (quella dei neri, storica e preoccupante) che forse qui non si comprende bene, come la progressiva eliminazione (avverrà x età) dei padri fondatori olandesi o di quel che ne rimane (a proposito tiferan compatti Olanda). Non ci ricorda + di quando in una settimana bande politicizzate tirarono fuori dalle loro BMW 6 bianchi impiegati nella borsa uccidendoli sul posto.
Ma che Costanzo e i suoi simpatizzanti si occupassero del Darfur (dove bande islamiche riducono la popolazione non islamica) o del Tibet (dove l’imperialismo cinese imperversa fregandosene di tutto e tutti). L’unico in quella trasmissione che si adatta poco al teatrino è Boniek. Ai tempi, riferendosi ai suoi compatrioti che spingevano x un posto al sole lontano di casa disse : ‘E’ meglio essere poveri a casa propria che poveri altrove’. Oggi Boniek, uno che in TV appare e disappare, coniuga l’antica saggezza slava col ponentino romano. L’altro ieri Platini lo sfotteva perché proveniente da una cultura non evoluta fronte la Francia, Agnelli lo nomava ‘bello di notte’. Oggi Boniek dice quello che pensa e se ne fotte delle solite commiserazioni di Costanzo vs gli sfortunati sudafricani.
‘Abito a Roma. Quando sono sulla tangenziale, da una parte ci sono i campi da golf, dall’altra i ROM…’



Giovedì 08 Luglio 2010 16:05

Ieri sera gli olé (38) son rimbombati nell’iberica Spagna, una specie di terremoto del 7’ grado della scala Richter.

Aiuto! La Spagna ha trasfornato il calcio nella versione a undici del Futsal
di Jacopo Granzotto

C'era una volta la palla rotonda. Quella che rotolava all'improvviso in direzioni imprevedibili, spesso amiche, comunque dove non te lo aspettavi. Perché il calcio non è mai stato il rugby, dove gli all blacks perdono due volte a decennio. E neanche il tennis dove Nadal ha ricominciato a macinare vittorie come un matto e forse perderà ancora. Un giorno, forse. No, ora per colpa della Spagna il pallone è diventato pallone e basta. E la differenza è che è telecomandato perché rimbalza dove vogliono i giocatori e non si alza mai da terra. Una rivoluzione copernicana, quella delle Furie Rosse, 11 Messi in campo, che sputtana il concetto di sudamericano più forte tecnicamente. Ma li avete visti? Riescono a palleggiare pure in difesa, non lanciano mai lungo e quando perdono palla ti rincorrono in sei finché non se la riprendono. Tiè. Ma il nuovo corso sta trasformando il calcio nella versione a undici del calcetto, noiosissime partite per foche ammaestrate (secondo il nostro modo di vedere il calcio) che la palla non te la danno manco morti. Ma il possesso palla in Spagna è il pane dell'allenamento, altro che sedute in palestra e lezioni di tattica. Se la palla ce l'hai tu, diceva mastro Liedholm, gli altri al massimo pareggiano per 0-0. La partita con la Svizzera è stata la più grossa ingiustizia che ha dato fiato agli intenditori di football che sentenziarono la «probabile eliminazione» della Spagna. La verità è che siamo tutti invidiosi di una squadra così forte, probabilmente la più forte degli ultimi 25 anni. Sarà che noi italiani siamo affezionati alla verticalizzazione, al lancio lungo risolutore che ti avvicina senza cincischiare alla porta avversaria. Sarà che da noi si bada al sodo: alla vittoria del carattere, del muscolo, della «copertura». Anzi, dell'«attenzione in difesa». Certo, però che i 38 passaggi di fila (38) nel corso del primo tempo ieri sera contro la Germania, sembrano, sono fantascienza. Altra cultura calcistica, vincente e coraggiosa. Povera Olanda e poveri noi

Stampa tedesca

"Il sogno è finito, la solita Spagna "La stampa tedesca piange la sconfitta

«Puyol? Sembra il polpo Paul» Ma tutti i media riconoscono la superiorità dell'avversario

«Il sogno è finito». È questa la considerazione comune della stampa tedesca che tenta di spiegare la sconfitta per 1-0 della nazionale contro la Spagna nella semifinale del Mondiale di Sudafrica 2010, mentre elogia Carles Puyol e predice un grande futuro per la squadra di Loew.

«Un’altra volta questi spagnoli! Già nel 2008 arrivò una sconfitta per 1-0 nella finale dell’Europeo. Caspita, che bel sogno!», scrive il quotidiano «Bild».

«La Spagna è stata semplicemente un pò troppo forte per la Germania», aggiunge. «Cade il sipario», afferma il «Berliner Zeitung» che paragona in forma giocosa il difensore spagnolo Puyol, autore del gol vittoria, con il polipo Paul, il mollusco dell’acquario di Oberhausen che aveva previsto tutte le vittorie e le sconfitte della Germania nel Mondiale.

«Sembra che Miroslav Klose avesse visto l’oracolo di Oberhausen. Se uno fosse molto cattivo potrebbe dire che c’è un certa somiglianza tra il polipo indovino Paul e Puyol», scrive sotto una foto nella quale si vede Klose mentre osserva come festeggiano gli spagnoli il gol della vittoria.

Tutti i media sottolineano la superiorità spagnola. «La squadra di ’Jogì Loew ha giocato con debolezza e senza idee, e la Spagna ha dominato», sottolinea il «Die Welt». «Iniesta e Xavi sono troppo per la selezione di Loew», scrive il giornale sportivo «Kicker». «Questa volta ci è mancato il coraggio e la bravura necessarie. Sono rimasti intimiditi davanti ai grandi nomi o sono state le aspettative smisurate a paralizzare la squadra»?, si domanda «Bild». Ma anche se tutti si dispiacciono della sconfitta, sottolineano il buon mondiale fatto dalla Germania e predicono un grande futuro per la squadra del ct Loew. «Ad ogni modo siamo orgogliosi dei nostri ragazzi», aggiunge «Bild».

«La giovane squadra tedesca ha un grande futuro. Le vittorie contro Argentina ed Inghilterra non si dimenticheranno, ed hanno ricevuto l’ammirazione di tutto il mondo». «Vinceremo la Coppa tra quattro anni, nel prossimo Mondiale in Brasile», aggiunge. La stessa idea si trova sul «Die Welt». «La nazionale tedesca può fare molto bene nei prossimi anni, per esempio in Brasile nel 2014». «Il sogno è finito, ma nonostante tutto usciamo a testa alta!», dice da parte sua «Kicker».

Stampa spagnola

MADRID, 8 luglio - "I migliori del mondo", titola oggi Marca. Vale già come la Coppa il primo passaggio in finale della storia della Nazionale spagnola per la stampa iberica, che osanna i vincitori dopo l'1-0 rifilato ieri sera alla Germania. "La migliore Spagna, in finale", titola El Pais. "La Spagna tocca la gloria", insegue Abc; "Gloria rossa", urla a tutta pagina El Periodico. "Siamo i migliori", assicura El Correo, mentre per El Mundo è semplicemente "La miglior Spagna" a vincere. Publico assicura con un titolo a tutta pagina "La Rossa sì ce la può fare".

CATALANI - Per i quotidiani catalani impossibile non dedicare l'apertura al capitano del Barcellona e autore del gol, il 32enne Carles Puyol: "Puyolazo" (gran colpo di Puyol), titolano Sport e Mundo Deportivo a tutta pagina. La foto del difensore catalano con il pugno in aria che festeggia il gol abbracciato da tutti i compagni campeggia praticamente in tutti i quotidiani, inclusi quelli economici. "La Seleccion ha dato una ripassata alla potentissima Germania", scrive nella didascalia Sport. "E domenica saremo campioni del mondo", insiste Marca, vicino al nazionalismo spagnolo, che ricorda come il polpo Paul avesse azzeccato il pronostico della partita. Il quotidiano madrileno e madridista parla di "opera d'arte" di Puyol, ed ammette anche che "la rossa è stata più Barca che mai" con un possesso di palla e azioni continue.

GLORIA - As è convinto che "ci aspetta la gloria" e apre il suo articolo al grido di "Ce l'abbiamo fatta". Per El Pais, la Roja è stata ieri notte "sublime ma capace di rimboccarsi le maniche quando ce n'è stato bisogno". Anche per La Vanguardia la partita "è stata uno spasso, una lezione, un'esibizione, un trionfo meraviglioso". I festeggiamenti per la storica vittoria delle Furie Rosse hanno dilagato per tutta la Spagna e milioni di persone sono scese in strada per celebrare una vittoria mai assaporata. I quotidiani riportano le foto di tutte le piazze del Paese - dalla Galizia ai Paesi Baschi, da Barcellona a Siviglia e alle isole - in balia della marea rossa, che ha festeggiato fino a tarda notte ma senza provocare incidenti di rilievo


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Venerdì 09 Luglio 2010 10:14

Cose buffe tra le tante meno buffe

Charlize blocca l'aeroporto I jet privati dei vip intasano le piste

Cinque aerei costretti a girare a vuoto nel cielo di Durban, due rispediti a Johannesburg a tre ore dalla semifinale Germania-Spagna, quanto basta per scatenare risse, scontri, cause civili e panico vero. 500 persone hanno perso la partita, l'ultima gara allo stadio Moses Mabhida che era esaurito e doveva salutare il Mondiale in grande stile invece ha avuto meno spettatori di corea del Sud-Nigeria. La città più calda, la Miami del Sudafrica il posto ideale dove andare in vacanza lascia una cartolina di nervi ed esasperazione, facce stravolte, gente che urla e all'alba ancora voli cancellati in tabellone. L'aeroporto King Shaka , appena costruito e tra mille polemiche perché sta vicino a stabilimenti chimici e un qualsiasi incidente provocherebbe il disastro, è collassato perché ha accettato troppi voli privati. E li ha preferiti a quelli di linea. L'organizzazione cade all'ultimo e sul tasto più globale che ci sia, le very important person, punto debole di ogni nazione. Non perché siano importanti davvero e neanche cattive, però a furia di costruire corridoi preferenziali non c'è più spazio per la normalità. Chiunque va a caccia di un upgrade sociale e chi raggiunge lo status di Vip ha diritto a posti speciali, voli speciali, orari speciali, permessi speciali. Prima si presenta il rapper Danny K e va bene, ha un concerto qui, il suo aereo ha quattro ore di ritardo e bisogna farlo atterrare d'urgenza. Subito dopo l'aeroporto si blocca per ragioni di sicurezza per l'arrivo dei reali di Spagna, poi si va oltre. Quando già è il caos, due aerei di linea vengono messi in attesa per lasciare spazio a Charlize Theron e via così. I voli extra alla fine sono 40 e la figuraccia è garantita. Bisognerà essere più selettivi, chiedere a tutti di presentarsi per tempo, di prenotare una camera e arrivare la sera prima o all'alba come i tifosi stravolti con gli occhi cerchiati che si svegliano per i 90 minuti che contano e poi crollano sulle panchine delle sale d'attesa già con il biglietto di ritorno. Nella notte. Bisognerebbe iniziare a pretendere un po' di normalità, a circoscrivere le eccezioni. Alle 8,30 si gioca chi c'è si accomodi e se Charlize si muove in ritardo pazienza. GIULIA ZONCA

La rivincita degli scarti di Van Basten


QUASI COME A SIENA Luca Marchegiani (5’ Uruguay-Olanda, martedì Sky Mondiale): «La posta in palio è alta». (8’): «La posta in palio è alta».
MEGLIO DELL’ARATRO Luca Marchegiani (23’): «Se l’Olanda può sfruttare la velocità potrebbe veramente tracciare un solco in questa partita».
SENSO VIETATO Gianni Cerqueti (32’ Uruguay-Olanda, martedì Raiuno): «Non riesce a trovare la strada della pericolosità l’Uruguay».
SGUARDO MALANDRINO Beppe Dossena (35’): «Alvaro Pereira ha cercato Forlan con gli occhi».
UN PO’ DI KAMASUTRA Beppe Dossena (37’): «Arevalo gli deve andare sopra e prendere la sua posizione».
LA LEGGE DEL MARCIAPIEDE Beppe Dossena (39’): «Gli uruguayani devono portare gli olandesi a giocare per strada non sui banchi di scuola».
GLI ORANGE? STRACOTTI! Beppe Dossena (44’): «Non vorrei che troppo presto gli olandesi pensavano di portato a casa questa vittoria». (50’): «Questi sono segnali di una squadra che ha perso molte certezze». (53’): «Pressa l’Uruguay, stanno bene, molto meglio dell’Olanda». (54’): «La squadra olandese non riesce più a ritrovarsi». (56’): «Hanno finito la benzina gli olandesi». (57’): «Stanno molto meglio i sudamericani». (59’): «Non riescono più a ragionare, gli tolgono il fiato... Sembra che ad un tratto la benzina sia finita». (61’): «Sneijder, in ombra eh?». (63’): «Non c’è niente da fare, arrivano prima, è come un virus che si diffonde». (64’): «Non viene mai pressato l’Uruguay, anche questo è un sintomo che gli olandesi sono sulle ginocchia. Guarda, camminano tutti». (65’): «Arrivano sempre prima degli avversari, non c’è niente da fare; gli olandesi camminano tutti». (67’): «Qualcosa dovrà pur fare l’allenatore olandese; la partita non l’ha ancora persa, però le condizioni perché questi uruguayani riescano a colpire ci sono tutte». (69’, segna Sneijder): «Oh, noooo». (72’): «L’Uruguay sta molto meglio degli olandesi, ci devono credere, eccome». (73’, segna Robben): «Ahi, ahi».
UFFICIO ANAGRAFE Ivan Zazzaroni (Notti Mondiali, martedì Raiuno): «Kroos è un Novanta». Stefano Bizzotto: «Sì, è nato il 4 gennaio 1990». Zazzaroni: «Sai anche il codice fiscale, Stefano?». Bizzotto: «No, ti dico perché lo so. È nato lo stesso giorno di Paloschi, nazionale under 21. I due sono stati avversari in un’Italia-Germania che io commentai».
CHE PICCHIATORE Salvatore Bagni (27’ Germania-Spagna, mercoledì Raiuno): «Netto e molto falloso questo fallo di Ramos».
È L’UOMO PER ME Marco Civoli (50’): «Schweinsteiger fisicamente fantastico».
IL FIGLIO DI DRACULA Fabio Caressa (27’ Germania-Spagna, mercoledì Sky Mondiale). «Il tacchetto di Sergio Ramos è andato a mordere il collo del piede di Podolski».
DUE AVE E TRE GLORIA Fabio Caressa (88’ ): «Calcio d’angolo per la Spagna e poi solo il tempo della preghiera per la Germania». (90’): «Adesso la Germania ha poche soluzioni: buttarla dentro e pregare. Solo il tempo della preghiera per la Germania in questo recupero». (92’): «Palla dentro e pregare per la Germania».
PLATONE ERA UN DILETTANTE Mario Sconcerti (mercoledì Sky Mondiale Show): «Una semifinale di un Mondiale insegna un costume.. Io vorrei uscire di qui con una morale... Datemi un significato».
FRATE INDOVINO Gian Piero Galeazzi (Notti Mondiali, mercoledì Raiuno): «Il polpo ci ha preso un’altra volta». Maurizio Costanzo: «Il mago Paul deve aprire uno studio, è molto meglio del mago di Napoli».

Del Bosque, la «nonnetta» che faceva impazzire Bernabeu
Tony Damascelli

I baffi sono gli stessi. I capelli sono una memoria antica, quelli lunghi poi, antichissima. Don Santiago Bernabeu non gradiva che i suoi dipendenti portassero “bigotes y pelo de revolucion” ma Vicente Del Bosque era tra i suoi favoriti. Lo chiamavano la “nonnetta”, tecnica y tecnica y tecnica, questo era il football che il ragazzo di Salamanca sapeva frequentare. Un giorno, Miguel Muñoz (un personaggio che, lo dico per i contemporanei convinti che il calcio sia nato con la televisione, vinse con il Real Madrid, da giocatore quattro campionati e due coppe dei Campioni, e da allenatore nove campionati, due coppe dei Campioni, una coppa Intercontinentale) interruppe l’allenamento e disse ad alta voce: «Adesso vediamo quello di Salamanca che ha un #@*§ che sembra donna Maria», la quale donna Maria era la moglie del presidente, don Santiago Bernabeu, il primo e l’unico al mondo cui è stato intitolato, da vivente, lo stadio di football. Il ragazzo veniva da Salamanca ed aveva vissuto un’infanzia difficile. Suo padre Firmim, era un ferroviere, i fatti del luglio del Trantasei avevano rivoltato la Spagna, Firmin del Bosque non aveva manifestato alcun gradimento per il nuovo regime, anzi. Per questo si era ritrovato senza lavoro e spedito in un campo di concentramento vicino a Munguia.
Vicente era il secondo figlio di Firmin e di Carmen, suo fratello, Firmin di nome pure lui, sarebbe morto di melanoma all’età di quarantasei anni. Il padre recuperò il posto di lavoro, la famiglia aveva bisogno di pane e di speranza, Vicente così è cresciuto, la memoria di Firmin resta fortissima ed è stata decisiva in un’altra storia infelice. Vicente ha sposato Carmen, una bionda di Toledo, tre sono i figli, l’ultimo, Alvaro, è affetto dalla sindrome di Down. «Il suo dolore, la nostra sofferenza, è servita a relativizzare i problemi, a capire che in fondo la vita ha altre priorità, altri ostacoli, altri doveri. E oggi siamo felici, Alvaro lo è e così i suoi fratelli».
Vicente del Bosque così ha detto a Enrique Ortego, giornalista e amico, spiegando che il football, insieme con la famiglia, rappresenta il suo impegno ma che dopo il football stesso c’è la vita, più importante di tutto il resto. Sembrano parole di circostanza, sono la chiave per comprendere l’uomo e il professionista. L’idolo della sua infanzia fu Santiago Martin detto El Viti, era un torero; Vicente, nel quartiere Garrido di Salamamca, recitava la sua corrida, erano orejas y ovaciones. Avrebbe voluto fare il maestro, gli studi gli regalarono questo diploma. Capì che il pallone sarebbe stato non soltanto un giocattolo. Tifava per l’Athletic di Bilbao prima di scoprire la capitale. A diciassette anni, dopo un paio di avventure con il Castellon e il Cordoba, arrivò al Real. Tecnica y tecnica y tecnica, incominciò a centrocampo, come metronomo del gioco, la sua avventura di calciatore: cinque campionati vinti, quattro coppe di Spagna; e quella di allenatore: due campionati, due coppe dei Campioni, una supercoppa di Spagna, una coppa Intercontinentale, una supercoppa Uefa.
A sessant’anni la “nonnetta” conserva i “bigotes” dei bei tempi, non alza la voce, ha la faccia dell’uomo comune, un po’ Maurizio Costanzo, un po’ Pupo De Luca, musicista jazzista di un tempo bellissimo, una faccia normale, anche buffa che non piaceva a Florentino Perez il presidente che tutto prende e nulla vince. Lo licenziò su due piedi, dimenticando tutta quell’argenteria portatagli in dote, per assumere Fabio Capello. Domenica a Johannesburg, Vicente si liscerà il baffo ma non guarderà verso la tribuna per vedere se don Florentino si nasconda tra gli ospiti. Preferirà pensare ad Alvaro, quello che in collegio mette in fila i compagni di classe e firma autografi, con il nome di papà: Vicente del Bosque, quello che viene da Salamanca e aveva il #@*§ che sembrava donna Maria. Adesso va a giocarsi il titolo di campione del mondo.

Venerdì 09 Luglio 2010 10:54

Questo è un brutto (nei contenuti) articolo dell’11 giugno 2010 e che centra poco se non marginalmente col topic. Però lo posto in quanto quando si parla del SudAfrica non si fa altro che commiserare i neri, poveri e malati di AIDS e quant’altro. Ed esaltare le grandi qualità del Mandela Group.

"SALVIAMO I BOERI" (non cito la fonte ma è reperibile sul Web)

E' iniziato il mondiale in Sudafrica,i violini suonano per Mandela,ma le cose non stanno come le raccontano i tg,il Sudafrica non è ''la nazione arcobaleno'' l'armonia multiculturale che ci mettono ad esempio...

Genocidio di europei in Sudafrica.
E in Sudafrica, come giàaccadde in Zimbawe e in Namibia, orde di negri assaltano, stuprano ed assassinano i contadini bianchi... con l'unico risultato di rimanere senza cibo, perchè non c'è più nessuno che sa coltivarlo.

IN SUDAFRICA E' CACCIA AL BIANCO
Bande di neri all'opera per far scappare i Boeri dalle loro fattorie. Chi non se ne va viene massacrato, mutilato e stuprato.

A dieci anni dalla fine dell'apartheid la persecuzione razziale in Sud Africa esiste ancora, ma si è capovolta: la praticano i neri nei confronti dei contadini bianchi o "Boeri", i quali, con la connivenza del partito marxista al potere, sono oggetto di una pulizia etnica silente quanto scientifica e brutale. I morti ammazzati, bruciati vivi, segati a metà, violentati e contagiati di AIDS - bimbi e anziani inclusi - superano quelli israeliani(sic!) nella seconda Intifada e la lista s'allunga ogni giorno. In rapporto alla consistenza del gruppo, lo stesso che dava da mangiare a mezza Africa, si tratta del record mondiale di omicidi. Il premio per ogni esecuzione è 250 dollari, e intanto l'Anc proibisce alle vittime il porto d'armi, come accadde giàin Zimbabwe e Namibia. Insomma ci risiamo: se i cadaveri sono di pelle nera per bloccare il genocidio si muovono Onu, Usa e Ue (vedi il Darfur), mentre se la pelle è bianca e gli occhi chiari nessuno si scompone.

Rudi Botes, 47 anni, rinvenuto con gli occhi cavati nella fattoria Genbade presso Bultonfontein. Adriana Van der Riet, 86 anni, uccisa con 20 pugnalate in una fattoria nelle Rocklands. Martmarie de Bruin, 18 anni, stuprata in un lago di sangue nel suo letto a Honeydew. Roelof Gottschalck, 34 anni, impiccato a Rustenburg. Hanno antichi nomi europei questi martiri del nuovo Sud Africa. Sono gli ultimi caduti di luglio, in un lugubre bollettino aggioranto di mese in mese. Il totale coi 3 morti del 10 agosto ha raggiunto 1679 unità. 93 da inizio 2004, quest'anno sforeranno i 160, accelerando ancora. 9000 gli attacchi gravi dal '94, decine di migliaia quelli (si fa per dire) meno distruttivi.

A subirli, sempre e solo loro, gli 85.000 agricoltori bianchi Afrikaaner discendenti di Boeri olandesi (e ugonotti francesi), abbandonati a se stessi dal crollo del regime bianco. Per coglierne la portata basta il confronto col tasso mondiale di omicidi, 7 su 100.000 abitanti: nel Natal o nel Limpopo 313 su 100.000. A compierli, sempre e solo gli altri, i membri di 700 bande e milizie irregolari di giovani neri armati che spadroneggiano nelle campagne sotto l'occhio indulgente delle autorità. Le avanguardie del terrore, Azapo/Apla e Pac in testa, le autodefiniscono "Campagne di popolo", basate su comizi d'odio, radio razziste(nei confronti dei bianchi...) e sulla predicazione anti-uomo -bianco a opera dei guaritori tradizionali nelle scuole tribali. Il motto è mutuato dal terrorista Peter Mokaba, "un Boero, una pallottola", o "uccidi il Boero, uccidi l'agricoltore".

Si inizia con minaccie via posta, "se non ve ne andate bruciamo la casa". Poi classificano le fattorie da colpire con 3 colori: il verde di una Sprite indica target facile, un cartone di latte bianco all'uscio rischio medio, una lattina rossa di Coca vuol dire offlimits (troppo sorvegliata). Il metodo è scientifico, al pari del viedo che insegna a spiare un insediamento e farne fuori i proprietari, oppure attaccargli l'Aids. Certe gang offrono premi da 250 dollari a boero. A poco servono ai latifondisti abbienti cancelli elettrificati, sensori laser, guardie del corpo, gas lacrimogeni, Neels Moolman, criminologo dell'universitàdi Sovenga, ha evidenziato la premeditazione dei delitti, accatto all'assenza di repressione della polizia e ad una brutalità standard. Agli eredi degli Zulu non basta uccidere e depredare, per vendicare i loro avi vogliono umiliare. Da qui gli stupri, le impiccagioni con filo del telefono, il rogo dei corpi rantolanti, le teste segate a metà, e la
raccapricciante fine di una vecchia in carrozzella bollita viva in un pentolone.

Ma tanta barbarie non nasce dal nulla. Era anzi prevedibile nel contesto della politica razzista intrapresa dal governo nero di Pretoria. L'anno scorso il premier Thabo Mbeki, a capo di un monocolore dell'African national congress d'ispirazione comunista, ha varato un pacchetto di leggi per il "Potenziamento economico dei neri" (Bee laws). Che nella sostanza rimuovono il diritto inviolabile alla proprietà privata, cencellano ogni toponimo Afrikaaner, chiudono i loro centri culturali, scolastici, radiofonici, completando la rimozione di ogni segno di matrice europea del Programma per il rinascimento africano. Sulla china del genocidio si arriva però con il programma di ridistribuzione della terra, che consente a qualunque nero accampi un diritto su un podere Afrikaaner, per quanto datato o velleitario, di appropriarsene tout court: immaginate cosa accade quando i tribunali o gli interessati non accosentono. O quando gli imprenditori agricoli rifiutano le società con azionisti neri, imposte dalla Bee.

Dal 1° luglio l'assemblea nazionale ha fatto legge il "Firearm controll bill", che annulla di fatto la prerogativa dei contadini boeri sul possesso di armi per autodifesa. Ormai in molti danno per scontato un "effetto Zimbabwe", un bis della pulizia etnica contro i bianchi condotta nell'ex Rhodesia dal dittatore Mugabe. Certo i bianchi in Sud Africa sono 3,5 milioni ma anche in Zimbabwe cominciò così, e prima ancora coi tedeschi in Namibia. Chi può ha cominciato a scappare. Il rischio è che venga meno ogni freno e il genocidio contagi le città. Il problema è che i bianchi sudafricani non hanno una madrepatria che li accoglierebbe compensandone i danni: vivendo lì da tre secoli e mezzo sono oramai dei nativi, quanto gli statunitensi in America.

E dire che i primi a rimetterci dall'estinzione dei boeri sono giusto i neri. Il Sud Africa era il granaio del continente, grazie all'export sottocosto delle fattorie bianche. Molte delle 24 nazioni che ora soffrono la fame nella fascia subsahariana lo devono al crollo della produzione boera, che dava cibo a 130 milioni di africani. E persino in alcune zone del Sud Africa quest'anno è comparso lo spettro della fame.

Per me il rischio reale è che si formi prima o poi un esercito di africaaner , faccia un colpo di stato e provveda ad eliminare fisicamente un sacco di gente, tra cui anche persone che non c’entrano niente.

Tanto x chiudere una storia che forse non era il caso di aprire viste le reazioni sgomente cito le fonti, almeno alcune.

"Nobel writer Nadine Gordimer, 82, attacked and robbed" (RW Johnson, Sunday Times, 29 ottobre 2006):

THE Nobel literature laureate Nadine Gordimer
has been attacked and locked in a storeroom by
thieves who took cash and jewellery from the
82-year-old novelist at her Johannesburg home.
Gordimer was assaulted when she refused to hand
over her wedding ring but did not sustain
serious injuries, a police spokesman said. “The
suspects then locked both Gordimer and her
domestic worker in a storeroom and fled,” he
said.
[La scrittrice Nadine Gordimer è stata aggredita e derubata, nella sua casa a Johannesburg, da tre ladri. Nessuna fonte cita esplicitamente l'etnia dei criminali. Solo il britannico Sunday Times lo fa implicitamente, affermando l'ironia del caso, riguardante una vincitrice di premio Nobel, sempre battutasi per la causa dei neri, visti sempre come vittime e, ora, divenuti suo aggressori.
Ma l'ironia, così citata, suona un po' volgare. Quindi, forse è bene ricordare ciò che diceva la stessa Gordimer a proposito della situazione dei bianchi in Sud Africa...]

"South African Author Gordimer Assaulted" (Celean Jacobson, Washington Post, 29 ottobre 2006):
Gordimer was both brave and lucky when three men
gained access to her house last Thursday, easily
overpowering her and her maid. The men were
unarmed and did not seriously assault either
woman.
She was fortunate that her refusal to hand over
her ring — a present from her late husband —
resulted only in her and her servant being
locked in a storeroom.
There have been frequent cases where thieves
have tortured or killed their victims with hot
clothes irons, knives and boiling water in order
to get what they wanted — even when their
victims have not provoked them by refusing them
anything.
There is a grim irony to the attack, for
Gordimer’s novels are all focused on the
inhumanities of apartheid — with blacks always
the victims, not, as in this case, the
perpetrators.
Coming shortly after the news that two ANC
cabinet ministers have also had their homes
robbed it is a sharp reminder that nobody is
immune from South Africa’s sky-high crime rate.
Gordimer is a national icon, a friend of Nelson
Mandela and, unlike JM Coetzee, the country’s
other Nobel literature laureate, who has
emigrated to Australia, she has refused to
leave.
For all these reasons, the fact that she has
been robbed and assaulted at her home and during
the day has triggered national outrage. [...]

"Lo spot del Sudafrica: «Bianchi, tornate a casa»" (Michele Farina, Corriere della Sera, 1 giugno 2005):

«In Sudafrica mi hanno rapito due volte. Vivevo con la pistola sul comodino. In Nuova Zelanda vivo in un paesino di 50 mila abitanti. Su 90 medici, noi sudafricani siamo venti. Si sta con la porta aperta anche la sera. Possono fare tutte le campagne pubblicitarie che vogliono, ma indietro non torno» . Questo dice il dottor David van Buuren al settimanale di Johannesburg Sunday Times . « Indietro non torno » . Non è l' unico a pensarla così. Un terzo dei sudafricani bianchi laureati in medicina dal ' 90 al ' 97 sono all' estero. A partire sono i giovani ingegneri in cerca di lavoro, ma anche chi è diventato grande con l' apartheid, quando anche le autopsie ( per dirne una) obbedivano alle leggi della segregazione razziale e gli studenti neri non potevano sezionare cadaveri bianchi ( ma non viceversa). Quel regime è finito: nei grandi magazzini di Melville, nel centro di Johannesburg, i ragazzini si distinguono per la marca del telefonino più che dal colore della pelle. Sarà per questo che l' « esodo bianco » continua? Negli ultimi 11 anni, dalle prime elezioni democratiche del ' 94, almeno 250.000 sono andati altrove. Gran Bretagna ( 155 mila), Australia ( 83 mila). Partono quelli dai 20 ai 40 anni, molti laureati, ma anche i padri di famiglia. C' è chi pensa di farli tornare indietro, di fermare questo « brain drain » . Come? Con una campagna pubblicitaria che ha un nome toccante, e anche un po' tonitruante: « La rivoluzione del ritorno » . Potete darci un' occhiata al sito Internet homecomingrevolution.co.za. E' un mix tra la pubblicità progresso e l' agenzia turistica, una foto forse con il mare di Cape Town, la silhoutte di un uomo con le braccia alzate, la freccia multicolore che ricorda l' arcobaleno simbolo della « Rainbow Revolution » di Mandela. Ogni mese 10 mila visitatori. Anche il dottor Van Buuren ci ha fatto una capatina, dalla sua casa senza serrature in Nuova Zelanda. A quelli come lui l' organizzazione non governativa guidata da Angel Jones indirizza i dépliants distribuiti presso le ambasciate in giro per il mondo. Il messaggio è rassicurante: non abbiate paura, il Paese sta cambiando per il meglio, tornate. Nel sito Internet scorrono notizie positive: il Sudafrica è la 25esima economia mondiale, la 15esima Borsa, il terzo Paese per la bontà dell' acqua dal rubinetto, ha il record della « via del vino » più lunga, Moody' s ha appena aumentato il rating... Basterà a convincere chi viveva con la Browning 9 millimetri sul comodino? Non fa testo un' attrice come Charlize Theron, che ogni tanto va a Johannesburg per una photo opportunity con il vecchio Nelson per poi rifiondarsi a Beverly Hills. In quanti sono tornati? Gli alfieri della « Homecoming revolution » , intervistati dal quotidiano francese Le Monde , non forniscono dati. Certo sembra una campagna persa, se si presta ascolto a un modenese di 42 anni che vive in Sudafrica dal 1971. Parla al Corriere da Johannesburg, non vuole che esca il suo nome perché ha un po' paura. Ha deciso anche lui di emigrare in Australia, ma non è sicuro di farcela. Ha la mamma anziana e le autorità australiane, dice, fanno un po' di resistenza nel dare un visto a una signora di 75 anni. Perché C. F. si è disinnamorato del Sudafrica? « Io qui vivo bene, ho un' attività di consulenza aziendale, non ho visto diminuire il mio tenore di vita. Sono cresciuto nelle scuole pubbliche, con i neri. Quando l' apartheid è finito non temevamo il governo di Mandela, ma una controrivoluzione violenta degli estremisti bianchi » [eh già! La si è vista! E' bastato dare ascolto alle sirene anti-razziste!, ndr]. E adesso? « Sono preoccupato per i miei due figli. Il loro futuro. Sarà sempre più difficile trovare lavoro, soprattutto per i maschi » . Perché? « Con la cosiddetta discriminazione positiva, il governo del l'Anc sta riducendo gli spazi per i bianchi » . L' idea è di privilegiare i neri e le donne nelle assunzioni, con un sistema di quote, per creare una black middle class . « Invece stanno ottenendo l' opposto: fanno crescere una élite nera accanto a quella bianca. A perderci saranno i miei figli » . La pensano così tanti bianchi della classe media: Joe, assistente sociale incontrato sulla riva dell' Orange (figlia felice infermiera a Londra) come Andrew, tecnico di Johannesburg che sfidò il regime facendo abbattere (quando Mandela era ancora in prigione) il muro che divideva il suo quartiere dal ghetto di Tamboville (« ora mio figlio non potrà andare all' università per quelle maledette quote ») . Discriminazione al contrario? Nadine Gordimer, Nobel per la Letteratura, ride sarcastica quando osserva che la prima domanda che le rivolgono i giornalisti stranieri è sempre la stessa: come se la passano i bianchi? « Come se le sorti di 6 milioni di privilegiati contassero più dei 35 milioni di neri di questo Paese » . Certo, il 10% dei bianchi vive sotto la soglia di povertà. Ma il reddito medio di una famiglia bianca è di 190.000 rand l' anno ( più di 20 mila euro) ed è in costante crescita. Quello dei neri è di 43 mila rand. Anche Bobo vorrebbe emigrare, vedere il mondo. Un anno fa teneva una scalcinata biblioteca civica a Soweto, faceva l' allacciatore abusivo « ufficiale » di energia elettrica ( con tanto di tuta azzurra) e a tempo perso ha fatto da guida al Corriere per una settimana. Orfano, con i fratelli sul gobbo, non ci stava dentro con i soldi. Adesso fa il becchino, si è messo nel ramo pompe funebri: nel Paese che è la culla dell' Aids un lavoro sicuro. La fuga all' estero, e l' eventuale « rivoluzione del ritorno » , è un lusso che non può permettersi. « Il Sudafrica è mezzo pieno. Quindi tornate a casa » . Lo spot con il bicchiere fa parte della campagna pubblicitaria lanciata dalla organizzazione non governativa « Homecoming revolution » per far rientrare 250.000 bianchi che hanno lasciato il Paese dal ' 94. Gran Bretagna e Australia i Paesi preferiti.

Venerdì 09 Luglio 2010 13:18

Paul (il polpo) è tuttora vivo e vegeto.

Ultimi responsi:
Spagna campeon
Germania 3’

Se così sarà, sia venduto a Zapatero (che malgrado l’economia traballante 1 ml di euro dovrebbe trovarli) e imbalsamato gli si apra una stanza al museo del Prado.

Se così non sarà sia regalato al Rijksmuseum museum di Amsterdam.

Qualche giorno fa fu il turno di Larissa Riquelme (fan paraguaiana), che aveva annunciato sbiottamento in ogni caso.
Ora, sale alla ribalta Bobbi Eden, famosa pornostar d'Olanda.
Se gli oranje vinceranno il Mondiale, la trentenne Eden ha già annunciato che farà sesso orale con tutti i fans olandesi (esagerata!). Appello lanciato dal social network Twitter.

09 Luglio 2010 19:35

Golden Ball nominees named


Five of the 10 candidates are from the Liga BBVA

Players from the Liga BBVA dominate the list of nominees announced today to pick up the Golden Ball award at the 2010 World Cup South Africa.

Atlético de Madrid striker Diego Forlán and Barcelona players David Villa, Andres Iniesta, Xavi Hernández and Leo Messi figure amongst the 10 candidates to pick up the award for being the best player at the tournament.

Finalists Spain have contributed three players to the shortlist – more than any other nation competing at the summer showcase event. Germany and Holland follow with two nominees and Ghana with one.
The winner will be announced after the final on Sunday 11th July. (FIFA.com)

[Secondo Fifa, che ha successivamente chiarito, le posizioni attuali prevedono:
1 Xavi
2 Villa
3 Schnejider
4 robben
5 Schwin
6 Ozil
7 Iniesta
8 Messi
9 Gyan
e ultimo Forlan
commento : Bah!]

comiche (finali...)

In Uruguay per la felicità hanno dipinto di celeste la statua di Woytila, in Patagonia la finalissima sarà sostituita da un'eclisse, in Nuova Zelanda il rugby vuol placcare le vuvuzelas. In Sudafrica stiamo arrivando in fondo (e forse lo stiamo toccando...)

Il Papa Re
L'entusiamo per i mondiali in Uruguay è talmente alle stelle che persino una statua di Papa Giovanni Paolo II è stata dipinta con i colori della Nazionale. La statua, due metri di altezza, è situata vicino al terminal degli autobus della città ed è stata eretta nel 2005, dopo la morte di Papa Wojtyla. Qualcuno dice si tratti della richiesta di una sorta di intercessione. Ma non era meglio votarsi a Papa Waigo?

In nome del cielo
In coincidenza con la finale dei Mondiali di calcio per domenica 11 luglio il cielo prepara uno dei suoi spettacoli più strepitosi: un'eclisse totale di Sole. Peccato, però, che sia visibile soltanto dal Pacifico, precisamente nella fascia che lambisce la Patagonia, popolata da piccole isole, la più famosa delle quali è l'Isola di Pasqua. L'eclisse dell'Italia invece si è vista un po' dappertutto.

No Bingo
A piangere per il ko della Germania in semifinale non sono solo i tifosi tedeschi ma anche uno scommettitore inglese che, via telefono, aveva puntato 500mila euro sul successo di Loew: «La scommessa più alta mai accettata su una partita del Mondiale» ha fatto sapere il bookmaker inglese William Hill. Una puntata peggiore si era vista solo in Italia-Slovacchia. Quella di Pepe all'ultimo minuto...

Adesso basta
La Nuova Zelanda ha bandito le vuvuzelas dalle partite di rugby. La federazione nazionale ha annunciato che le assordanti trombette che impazzano al Mondiale di calcio saranno proibite nei prossimi incontri internazionali in programma nel Paese e nella Coppa del Mondo del 2011. In Italia invece i tromboni sono rimasti a loro posto.

Povero ministro
Mentre milioni di tedeschi erano incollati alla tv per vedere la semifinale dei Mondiali, a Dresda un ladro ha rubato l'Audi del ministro dell'Interno, Thomas de Maiziere. Tempo 24 ore, la polizia l'ha ritrovata ed ha acciuffato il responsabile del furto, un 33enne polacco. Ma nonostante le apparenze non era Podolsky.
Massimo M. Veronese

Quando i giornalisti sono permalosi

Comincia Giancarlo Politi, umbro 72 anni rivolto a De Carlo che lo si trova anche sul Web in quotidiano.net
Il contendere sono i tifosi tedeschi e i tifosi italiani

Dott.De Carlo,Octapus Paul ( cittadino di Oberhausen) for President: risolverebbe la situazione europea meglio che la Frau agitata.Paul è preciso ; pollice verso : vince la Spagna.Ora i te-duschi si rimangiano quanto dissero a proposito dell'Italia:''vinca chi vinca basta non sia l'Italia''.Poveri complessati ; odiano l'Italia come la volpe l'uva.Dichiarano le guerre e le perdono.Partoriscono bischeri che uccidono per un diverbio sportivo.Si spera sia un'eccezione ma molti propendono per l'idea che ci siano abbondanza di imbecilli come quello di Hannover...
che,se non glielo riportava la polizia spagnola,non lo avrebbero trovato.Quando si dice che la birra (troppa) fa male....e che la Nemesi è sempre giusta. Saluti. Giancarlo Politi

risponde De Carlo

No, caro Politi. Non si lasci andare alle sue antipatie nazionalistiche. I tedeschi che ho conosciuto io per avere abitato in Germania 12 anni prima di trasferirmi negli States non soffrono di alcun odioso complesso verso l’Italia. Al cointrario la amano pur senza ammirarla (del resto ad ammirarla non ci riusciamo nemmeno noi).
E sa perchè? Perchè l’Italia agli occhi del tedesco medio è sempre la depositaria dell’arte, della cultura, del buon gusto, della gioia di vivere anche in tempi difficili come questi. Tempi in cui l’italiano medio non ha né la voglia né i mezzi per godere di quello che ha in casa. E va a cercare fuori consolazione e diversivi in un tentativo di sfuggire al grigiore, alla disfunzioni, ai ritardi, alla demagogia dei quali è vittima e dai quali non riesce a disintossicarsi. Amen!
Quanto ai tifosi ottusi e criminali non dimentichi che in casa nostra ce n’è un ampio campionario. Faccia un po’ il conto dei morti ammazzati per una partita di calcio dalle Alpi alla Sicilia.
La verità è che l’imbecillità non conosce bandiere, confini, appartenenza nazionale. Ormai è globale, anzi globalizzata esattamente come l’economia. Con la differenza che se pochi hanno la presunzione di disquisire di economia, tutti diventano commissari tecnici quando si parla di calcio. Soprattutto in Italia.
L'Italia - ci rifletta - è uno dei pochi Paesi al mondo ad avere quotidiani solo sportivi i cui titoli sono dedicati ai polpacci di Prato, alla pancia di Adriano, agli amori di Cassano. Poveri tedeschi che in Italia sulle orme di Goethe vengono a cercare la cultura!

Personalmente quoto De Carlo


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10 Luglio 2010 01:07

Una finalina inutile. Tranne per le casse Fifa
di Tony Damascelli

Troppe partite, troppo calcio. Lo dicono tutti, dalla Fifa in giù. Poi arriva il mondiale, si gioca, si fatica, si piange, si esulta, si elimina, si arriva alla finale e che ti comibinano gli organizzatori? Rimettono in calendario una partita inutile, dicesi finalina, terzo e quarto posto. Sosteneva, giustamente e perfidamente, Enzo Ferrari, detto Drake:«Il secondo?E’ il primo degli ultimi». Figuratevi il terzo e i l quarto. Il vicecampione del mondo è un’etichetta che non serve a niente, è stata inventata come forma di consolazione: sai non ho vinto però... Così gli italiani sono quattro volte campioni del mondo e due volte vice e sempre contro il Brasile. Ma il terzo posto di Italia ’90 chi se lo ricorda? Forse Totò Schillaci che vinse l’inutile,anche quella, classifica dei marcatori detti anche tiratori scelti. Ma non altro. Dunque sabato Germania e Uruguay fanno passerella, ripensando all’occasione perduta, a quel tiro sbagliato, a quella parata decisiva, a quel colpo fortunato (dell’olandese) . Si ritrovano come quarant’anni fa ma allora all’Azteca di città del Messico si contarono centoequattromila spettatori, roba da non credere, non dotati di vuvuzelas ma pronti a tifare per i tedeschi reduci dalla storica, epocale semifinale contro l’Italia e gli uruguagi della Celeste che le avevano prese da Pelè e dal Brasile. L’arbitro, in onore nostro, fu Antonio Sardella, un gol soltanto decise la partita, lo realizzo Wolfgang Overath e chi ne ricorda posture e dribbling pensa di averli rivisti in Oezil. Qui siamo nella nostalgia e nel fantacalcio. Dicevo dell’inutilità di questa finale,detta per l’appunto finalina. Non fa storia ma soltanto cronaca, non serve alle due federazioni, ai due allenatori ma serve soltanto ad aumentare il denaro incassato dagli organizzatori, compresi i diritti televisivi. I calciatori, già sfiniti e demoralizzati, proveranno ad onorare l’appuntamento ma i pensieri di tutti saranno già rivolti al giorno dopo. Che non sarà un altro giorno, come diceva la Rossella O’Hara, ma il giorno di Spagna-Olanda, quella sì, finale, finalissima, finalona e non finalina.

Faccio una aggiunta.
Come al solito nell’articolo Damascelli rilascia perle di perfidia, ma ogni tanto dimentica qualcosa.
Nel ’58 la finalina fu una partita furibonda. Fra-Ger Ovest 6-3. I tedeschi forse non ne avevano voglia poi quando s’accorsero che stava venendo fuori una disfatta di proporzioni bibliche con Rahn cercarono di metterci una pezza. I Francesi invece dovevano vendicarsi di tutto e di più, visto che dai tempi di Carlo Magno e forse prima i vicini gliel’hanno sempre messo in quel posto.


Uruguay e Germania si consolano

La riforma arbitrale della Fifa, votata alla linea verde, ha preso in contropiede il nostro sistema calcistico che sembra andare in direzione completamente opposta con il varo di un nuovo organico tecnico, quello dedicato alla B. Alle griglie esistenti se n’è aggiunta un’altra. Per fischietti e sbandieratori sarà ancora più difficile esordire a 25-26 anni nella massima serie ed entrare nella lista degli internazionali entro i 30 anni. Come sta succedendo in altri Paesi. Che questo sia il progetto futuro, l’ha affermato con chiarezza il segretario generale della Fifa, Jerome Valcke. Basta ascoltarlo: «Il gioco è cambiato, è diventato terribilmente più veloce. E gli arbitri sono più vecchi dei giocatori. Noi dobbiamo aiutarli, dobbiamo fare qualcosa per venire loro incontro a gestire meglio le partite. È questa l'ultima Coppa del Mondo diretta con l’attuale sistema». In altre parole la Fifa vuole lasciare spazio ad arbitri giovani quasi quanto i calciatori e, hai visto mai, mettere loro a disposizione un poco di tecnologia nei casi più controversi: dai gol fantasma ai fuorigioco. Ne sapremo di più durante la riunione dell’Ifab, l’unico ente abilitato a cambiare le regole del calcio, che si terrà a ottobre nella città di Cardiff.
Resta la questione italiana che si ritrova con arbitri di media età e, in questo semestre, avrà due fischietti in meno fra gli internazionali, vale a dire Rosetti, passato armi e bagagli nel gruppo dei designatori, e Trefoloni, dimessosi per evitare la retrocessione in B. Marcello Nicchi s’è preso una grande responsabilità nel momento in cui ha raddoppiato il proprio incarico: non solo presidente dell’associazione, ma anche garante dei due nuovi designatori di A e B. A lui toccherà far decollare la nuova riforma che, almeno a priori, tarperà le ali agli arbitri più giovani. Mentre la Fifa, attraverso una serie di talent-scout, andrà a cercare in ogni parte del mondo fischietti giovani, preparati e di personalità. Come era stato lo slovacco Michel. E come oggi sono il 32enne uzbeko Irmatov e il 34enne magiaro Kassay, gli arbitri delle semifinali mondiali. A 40 anni s’è quasi da pensione, ecco la grande novità

Sabato 10 Luglio 2010 10:33

Posto un articolo sulle tattiche usate in questo mondiale, uscito ieri sul Guardian. La traduzione che ho fatto non è proprio esemplare però comprensibile.

Reattività olandese e proattività spagnola.

Domanda: Quali sono state le lezioni di tattica di Coppa del Mondo 2010?

La Spagna ha adottato la formula del Barcellona, che sembra essere la via giusta x una squadra di club.
Questo è stato il torneo del 4-2-3-1. Questa mossa è quella + pagante nei clubs di calcio da qualche tempo, peraltro, può essere che il 4-2-3-1 cominci ad essere soppiantato dalla variante 4-3-3, ma il calcio internazionale di questi giorni è in ritardo rispetto al gioco dei clubs, questo torneo ha confermato la tendenza che ha cominciato ad emergere ad Euro 2008. Anche Michael Owen sembra averlo notato: il 2008 come punto di non ritorno.
Le formazioni sono una cosa, il loro lavoro qualcosa di altro, e ciò che è stato evidente in Sudafrica è stata la vasta gamma di 4-2-3-1.
La Spagna finalmente si è confrontata con la Germania, smettendo di spremere Fernando Torres e David Villa in contemporanea, giocherellando con una linea a tre, lasciando invece indietro Xavi e spingendo in avanti Andrés Iniesta e Pedro a guisa di un 4-2-1-3. Questa sembra essere la via che il football sta prendendo. Ha attaccato molto coi terzini e ha pressato alto, in sostanza con la formula del Barcellona.
Ci sono quelli che protestano contro la mancanza di gol degli iberici che sono un classico esempio di una squadra che preferisce controllare il gioco invece di ossessionarsi nella creazione di occasioni. Forse a volte si ipnotizzano coi loro stessi passaggi, forse c'è anche qualcosa di logorante in ciò, con gli avversari tenuti bassi fino a quando non commettono l'errore, ma è proprio un bel logorare. Coloro che hanno protestato l’attuale Olanda e il presunto tradimento del patrimonio del calcio totale, che viene dipinto come il non plus ultra del calcio offensivo, dovrebbe forse guardare indietro alle finali europea di Coppa del 1971-1973, quando l'Ajax espresse gran superiorità tenendo la palla per lunghi periodi. Francamente, non vedremo mai otto uomini seduti dietro la palla, è facile che attaccheranno apertamente la Spagna.
Il che ci porta verso la Germania. Anche loro giocano un 4-2-3-1 e, anche se Philipp Lahm si rompe in avanti di tanto in tanto, il loro è essenzialmente un set-up difensivo. Anche in questo caso gli obiettivi sono un qualcosa che tradisce, lodi forse sconcertanti sul loro presunto approccio fresco e aperto, solo perché han segnato tre volte quattro gol in tre partite. Questa Germania è stata superba in contropiede, e l'interazione dei quattro davanti Miroslav Klose, Thomas Müller, Lukas Podolski e Mesut Özil è stata a volte mozzafiato. Questo era calcio reattivo.
In tre partite, la Germania ha segnato per prima - contro l'Argentina e l'Inghilterra, il goal è stato sostanzialmente consegnato a loro - in quei giochi hanno approfittato senza pietà dello spazio che gli avversari gli lasciavano mentre inseguivano il pareggio. Inghilterra, Argentina e Australia han tutti difeso stupidamente contro di loro, e sono stati severamente puniti. Nelle altre tre partite, le squadre han difeso decentemente contro di loro e il gol ha fatto fatica ad arrivare. In quei giochi la Germania ha gestito un unico obiettivo, con un wonder-strike, Ozil. Contro la Spagna, la loro povertà di idee era tale che han finito col spedire Mertesacker in avanti come attaccante ausiliario, un'idea così priva di finezza che l'unica volta che mi ricordo è è stato quando Dennis Smith mandò Gary Bennett in avanti per il Sunderland contro Oxford nel 1990.

Reattività, infatti, è stata una caratteristica di questa Coppa del Mondo, che è una delle ragioni per cui la proattività della Spagna è così benvenuta. E ' probabilmente troppo presto per mettere in evidenza come tendenza definita, tendenza che sembrava ben avviata nel 2004, quando José Mourinho (Porto) ha vinto la Champions League e la Grecia ha vinto il campionato europeo. Dopo il successo di Mourinho con l'Inter, può essere che il grande boom creativo degli ultimi dieci anni stia volgendo al termine.
Olanda e Argentina giocano in effetti come squadre spezzate, anche se con efficacia, la prima un 4-2-3-1, la seconda un 4-3-1-2. Alcuni giocatori sono stati chiaramente designati a difendere, altri ad attaccare, con molto poco per collegarli. Il fascino di questo approccio è comprensibile, perché con il tempo limitato a disposizione per gli allenatori, è difficile sviluppare sofisticati sistemi (la Spagna ha tratto beneficio dal fatto che molti dei loro giocatori giocano per una stessa compagine, e che hanno sostanzialmente giocato allo stesso modo , con varianti minori, per quattro anni) , una semplificazione è auspicabile.
Il modo con cui Nigel de Jong e Mark van Bommel hanno protetto la schiena traballante dell’Olanda quattro volte è stato ammirevole, ma può rendere una squadra statica facendo affidamento solo sulle capacità di un paio di individui (Arjen Robben e Wesley Sneijder, Lionel Messi e Carlos Tevez). E se gli attaccanti non fanno il monitoraggio indietro, tutto il sistema può facilmente essere turbato da un interruttore da centrocampo, come ad esempio Bastian Schweinsteiger ha fatto vedere contro l'Argentina.

Anche il Brasile ha avuto reattività con gli olandesi, spesso seduti in profondità, la pressione solo quando l'avversario era a metà strada. Hanno svolto un angolato 4-2-3-1 che aveva il vantaggio di ottenere Robinho in una posizione vantaggiosa. Anche se è capitolato miseramente nella seconda metà del match, e anche se hanno un totale disprezzo per lo stereotipo samba, hanno avuto senza dubbio i più forti laterali nel mondo degli ultimi quattro anni, vincendo la Coppa America, Confederations Cup e in testa alla classifica di qualificazione Conmebol. Però non han mai incontrato la Spagna son state grandi occasioni perse.

Poi c'è il Ghanas '4-2-3-1, con i cinque centrocampisti imballati in profondità e Asamoah Gyan attaccante in solitario, bravi a liberarsi in modo bruciante , questo suggerisce che potrebbero effettivamente divenire una forza negli anni a venire. Il Giappone ha giocato un 4-2-3-1 con un falso nove, quasi abbracciando la storica mancanza di flair a centrocampo (due calci di punizione, brillanti, più un break contro la Danimarca non fanno improvvisamente di loro una forza creativa, anche se Keisuke Honda offre una grande speranza per il futuro).
L'ascesa del 4-2-3-1 ha avuto effetti a catena. Gli attacchi coi terzini sono diventati più rari - e la differenza di atteggiamento di queste coppie di esterni sarà probabilmente la grande differenza tra i due 4-2-3-1, che si incontreranno in finale. Abbiamo anche scoperto che l'intento di alcune squadre è stato solo un cercare di sopravvivere, con una partita a reti inviolate, vedi quello che l'Uruguay ha fatto contro la Francia, la Corea del Nord contro il Brasile, e la Nuova Zelanda su base regolare.
Ancora una volta, la predisposizione ad assorbire la pressione è stata in qualche modo, se non ispirata, almeno incoraggiata dal successo dell'Inter a Barcellona. Si è dimostrato che una squadra tecnicamente inferiore potrebbe, con disciplina e industriosità, sopportare un assalto prolungato.
È quella stessa battaglia tra reattività e proattività che verrà combattuta Domenica, e per una volta, per questa volta, gli olandesi dovranno esprimersi come forza distruttiva. (Jonathan Wilson Friday 9 July 2010 13.22 guardian.co.uk)

Sabato 10 Luglio 2010 10:55


La polisportiva Furie Rosse aspetta la grande incompiuta
di Tony Damascelli

Alonso, Contador, Lorenzo, Gasol, Nadal, soltanto per rimanere tra i contemporanei. Come ti muovi ti incornano. Gli spagnoli vanno che è un piacere, vincono da singoli e in squadra, in bicicletta, in moto, in Formula 1, a basket, su terra rossa e a Wimbledon, in vasca. Quattro coppe Davis di tennis, un mondiale di pallacanestro, due di pallanuoto, varie cose al Tour, al Giro, nei gran premi di motociclismo e di automobilismo, in prima fila dovunque e comunque, da sempre.
Accadeva, però, un fatto strano soltanto nel football, territorio nel quale i club di Spagna, Madrid e Barcellona per dire i più grandi, hanno portato a casa dodici coppe dei Campioni, dunque dominando. Accadeva però che, smessa la camiseta blanca o blaugrana, indossata quella rubia, intendo nel football che coinvolge la nazionale, le Furie Rosse spesso diventassero poco furiose e tendenti a un colore meno sanguigno. Non bastava il cognome, Di Stefano o Suarez, occorrevano “huevas Y goles”, né gli uni (uova è femminile ma il significato o la traduzione vanno al maschile), né gli altri.
Un titolo europeo vinto sull’Unione Sovietica 2 a 1, nel Sessantaquattro, giocato in casa con finale al Bernabeu di Madrid davanti a 125mila persone, tra strepiti e polemiche politiche dopo il rifiuto spagnolo di affrontare la stessa Urss, quattro anni prima, sempre per dissidi ideologici; un altro Europeo perso a Parigi contro la Francia di Platini vent’anni dopo, il secondo titolo continentale due anni fa a Vienna sulla Germania, un oro alle Olimpiadi del 1992 (in campo Pep Guardiola), non altro, tanto da meritarsi l’etichetta internazionale di “grande incompiuta”. Non ce l’ha fatta Muñoz che portò nove titoli e due coppe dei Campioni al Real Madrid, non ce l’hanno fatta Kubala e Suarez, Camacho e Clemente. Poi Luis Aragones ha compiuto il primo vero miracolo, l’Europeo vinto in Austria, la Spagna che sale sul podio più alto, la crescita di una generazione fresca, fatta in casa, soprattutto in Catalogna, laddove la Spagna è “un’altra”, terra bellissima e diversa, comunque banca tecnica inesauribile.
Luis Aragones ha lasciato un’eredità pesante. Lo stesso capitò ad Aimè Jacquet che aveva vinto il titolo mondiale con la Francia nel 1998, passando l’incarico a Roger Lemerre. Costui andò a ribadire la supremazia della nazionale di Zidane e Trezeguet, due anni dopo, in Olanda, battendo con il golden gol l’Italia di Zoff. Vicente Del Bosque non ha fatto rivoluzioni e per questo la Spagna è maturata e va a giocarsi la storia. La storia del football, avendo già scritto quella delle altre discipline sportive. L’invasione degli stranieri ha finito per stimolare il vivaio indigeno, la qualità della Liga non è concentrata soltanto nei due club storici, Barcellona e Real Madrid come conferma il recente successo dell’Atletico di Madrid nell’Europaleague. La maturazione di alcuni talenti, Fabregas, Xavi, Iniesta, l’esplosione di altri della cantera catalana, Busquets, Piquè, Pedro, ha completato l’opera della federazione condotta da un presidente bizzarro, Villar, ex calciatore, un tipo tosto, energico, provocatore, alla Zamparini se è obbligatorio portare un paragone nostrano. Basco di Bilbao, ex dell’Athletic con il quale vinse una coppa di Spagna, vicepresidente dell’Uefa e della Fifa, capo della commissione arbitri dell’Uefa, Villar raccoglie con gli interessi il lavoro incominciato nel Duemila. Ma è necessaria un’ultima azione, un ultimo attacco. Il polpo ieri ha emesso la sentenza, ha posato i suoi tentacoli sulla bandiera giallorosa. Finora non ha sbagliato una previsione. Se non sarà così el pulpo Paul farà una brutta fine.

Gli unici due precedenti in partite ufficiali tra Olanda e Spagna risalgono alle qualificazioni agli Europei del 1984:
Siviglia, 16 febbraio 1983
SPAGNA-OLANDA 1-0
(Señor rig.)
Rotterdam, 16 novembre 1983
OLANDA-SPAGNA 2-1
(Houtman, Gullit; Santillana)
Comprendendo le gare amichevoli i precedenti tra Olanda e Spagna sono 8: 4 vittorie olandesi, 3 iberiche e un pari.

«Tutti a puntare sulla difesa e non si segna più» Il pensiero di Ancelotti
di Franco Ordine

Caro Ancelotti, ma che mondiale è stato?
«È stato il mondiale dei tanti non. Non è stato spettacolare, non è stato marchiato dalle grandi stelle, non ha valorizzato il lavoro di qualche nobile ct. Mi sembra possa bastare».
D’accordo: ma quali le spiegazioni?
«Mi pare che i due fattori, intrecciati a filo doppio tra loro, costituiscano la spiegazione assoluta. Le grandi nazionali hanno puntato tutto sulle grandi stelle, le grandi stelle sono rimaste al buio ed ecco la notte lunghissima del mondiale».
Lei sta parlando di Messi...
«Non solo. Parlo di Cristiano Ronaldo, di Kakà, di Rooney».
A proposito: come l’hanno presa in Inghilterra?
«Malissimo: tutto il paese è finito sotto choc. C’erano grandi aspettative, erano convinti che sarebbero arrivati tra i primi quattro».
Capello come se l’è cavata?
«Qui non hanno dato la caccia al ct, ma è stato il Paese tutto a rimanere annichilito. E devo dire che le spiegazioni fornite non mi hanno convinto. Dicono: giocatori stressati. Mi chiedo: la differenza può essere rappresentata dalla mancata sosta natalizia? No, non può essere. Tutti i calciatori del mondiale si sono presentati con 60 partite nelle gambe».
E l’Olanda? Non gioca troppo all’italiana?
«Tante squadre hanno puntato tutto o quasi sulla organizzazione difensiva tralasciando il resto. Pensate per esempio al Brasile con 7 giocatori dedicati a difendere e 3 contropiedisti in avanti. È stata una tendenza diffusa, con una sola nobilissima eccezione: la Germania che ha esaltato anche il gioco d’attacco. Perciò abbiamo visto poco spettacolo».
Anelka rimpatriato perché ha mandato a quel paese il suo ct: se l’aspettava?
«Di calciatori irrequieti ne ho avuti, ma l’ultimo da cui mi sarei aspettato una reazione del genere è proprio lui, Anelka. Gli è scattata l’ignoranza, come dicono dalle mie parti. Appena torna gli chiederò spiegazioni: mi porto avanti, se dovesse succedere a me».
Capitolo Italia: qui hanno messo Lippi sulla graticola...
«È il plastico risultato del calcio italiano: nessuno, dotato di buon senso, poteva immaginare che la nazionale potesse regalarsi un’altra impresa. Senza che nel frattempo, durante i 4 anni, fosse venuto alla luce qualche fuoriclasse valorizzato dal campionato. È accaduto quello che ho vissuto nell’86 in Messico: stesso impianto, pochi giovani lanciati, uno su tutti, De Napoli, qualche partita di Vialli. Io feci il turista».
Lo sa che lo hanno inseguito nei porti per insultarlo?
«Dite a Marcello di andare orgoglioso per quello che ha realizzato nella sua carriera».
E Prandelli successore?
«Il tecnico ideale. In questo momento c’è bisogno di gioventù e di entusiasmo. Cesare può garantire entrambe le qualità».
L’uomo del mondiale?
«Sneijder ha fatto la differenza nell’Olanda trascinandola in finale. Dopo di lui c’è David Villa».
E il ct del mondiale?
«Scelgo Del Bosque. È il più equilibrato, il più saggio, il più corretto anche negli atteggiamenti in panchina, il più calmo».
La partita del mondiale?
«Ghana-Uruguay con quel rigore sbagliato all’ultimo secondo. E io ho pianto insieme con il mio Essien».
Il gol del mondiale?
«Quello che deciderà la finale. Io voto Spagna».
Come si combatte il declino del calcio italiano? «Con una ricetta semplice semplice: 1) fare la legge sugli stadi nuovi; 2) fare una lotta spietata e senza quartiere alla violenza».
Com’è andato l’incontro a Miami con Ibrahimovic?
«È stato occasionale e non abbiamo discusso di mercato, questo lo garantisco. E sa perché? Perché se uno ha come centravanti Drogba che ha fatto 37 gol, mi dite perché dovrebbe cercare qualcun altro?».
Obiezione accolta: ma neanche Kakà le piacerebbe?
«Kakà farebbe al caso mio. Con lui ho parlato spesso. Mi ha raccontato il perché del suo mondiale in chiaroscuro: si è allenato poco e male per via della pubalgia. Purtroppo non può venire: primo perché il Real non vuole cederlo, secondo perché ci vorrebbero il suo consenso al trasferimento, terzo perché sarebbe una operazione da molti milioni di euro. Nessuna delle tre condizioni esiste».
Anche da voi in Inghilterra c’è la crisi: poco calcio-mercato...
«Spende solo il Manchester City, Roberto Mancini sta attrezzando uno squadrone. Vedrete: prenderà anche Kolarov e Dzeko».
Se l’aspettava Allegri al Milan?
«Non mi ha spiazzato la notizia. Ha fatto giocare bene il suo Cagliari e credo abbia la motivazione giusta».
Ma lei non ha fatto il tifo per..
«Per Mauro Tassotti e non lo rinnego. So che resterà e questo aiuterà Allegri».
Visto in foto a Miami è un po’ ingrassato?
«Sì, di due etti».
Possiamo chiudere con una domanda sulla separazione da sua moglie Luisa?
«Il privato è terreno minato»


Sabato 10 Luglio 2010 16:37

Stasera x l’ultima volta è di scena Joachim Low con quella sua maglietta fine
GIULIA ZONCA

Anche stasera Joachim Low si presenterà sul campo di Durban con il suo maglioncino blu. C'è stato un serio dibattito sul colore, pervinca (troppo ricercato per essere vero), turchese (bah, almeno secondo il daltonico addetto stampa della federazione tedesca), violetto (ma non si può dire perché un portafortuna viola non si è mai visto), lilla (il lilla che invoglia) e via inseguendo gradazioni di desiderio. L'alternativo Low è diventato l'uomo più amato del Mondiale, ha incantato entrambi i sessi. Non a caso, per qualcuno, ricorda Renato Zero da giovane. Piace alle donne, piace ai gay, lui è sposato ma la signora non è ancora comparsa in Sudafrica. Secondo alcuni è un latin lover, per altri un agnostico malato di pallone. Non si sa, non si capisce, ma ha abbandonato la camicia bianca, maniche arrotolate, molto american boy, lanciata da Klinsmann come divisa dello staff nel 2006, ed è passato al colore. Grazie. Vivacità. Già un gusto che ci piace, di qualunque colore sia.

Storie di ieri, ma buone anche x domani

Rensenbrink, l'eroe maledetto ora è un fantasma
La Fifa lo ha invitato ma da due anni è scomparso nel nulla
GIULIA ZONCA

Nel momento della resa dei conti manca l’uomo che li può chiudere: Rob Rensenbrink, il nome con cui l’Olanda ha archiviato un ciclo di gloria senza vincere nulla. Rob, uomo serpente, nel 1978 ha centrato il palo nell’ultimo minuto buono per diventare campioni nella finale persa con l’Argentina. L’occasione si ripresenta solo 32 anni dopo. Senza di lui. Non si trova, è scomparso, si è nascosto perché tanto la sua storia non si può aggiustare, comunque vada domani. Poteva essere l’idolo di una nazione, poteva essere Mario Kempes e invece è il simbolo di un successo abortito.

Un rimpianto ambulante. Amsterdam lo ha cercato per invitarlo alla festa post finale, la Fifa lo voleva tra gli ospiti, una radio olandese ha messo su una maratona stile «Chi l’ha visto» in cui non ha raccolto che bufale. Lo davano barricato in una casa affacciata sul canale senza ingresso via terra, in Belgio, dove ha giocato per tutta al carriera, in Francia sotto falso nome, ogni pista si è persa nell’assurdo. L’uomo serpente non c’è, non ne vuole sapere e pazienza se la generazione Sneijder ha detto di giocare anche per lui. Rob con questa finale non c’entra e l’Olanda dovrà farsene una ragione.

Rensenbrink era un talento timido, dicevano che fosse come Cruijff senza però un minimo di fiducia in se stesso. Lo chiamavano uomo serpente perché era un contorsionista e mandava in bambola gli avversari. Il pallone lo seguiva sempre.

Fa il suo esordio in Oranje proprio nel 1974, in uno dei due Mondiali da favola con finale da incubo. Allora non doveva essere titolare, è entrato in campo grazie a una delle tante risse «dutch»: Johan Cruijff litiga con Piet Keizer e il ct Rinus Michels cambia l’attacco. Rensenbrink fa bella figura e il carattere introverso lo aiuta. Crujiff non si sente minacciato e dà il meglio. In semifinale l’uomo serpente si fa male, il tecnico lo rischia con la Germania, ma lui non sta in piedi. Esce alla fine del primo tempo.

Pazienza, non è il suo Mondiale, ha tempo. Con l’Anderlecht vince (i campionati prima del 1974, le coppe prima del 1978), ai Mondiali argentini è pronto per essere protagonista però il ruolo non gli piace. Segna e si defila, firma persino il gol numero mille della Nazionale (in una partitaccia contro la Scozia) e quando arriva in fondo, davanti all’Argentina, è l’alterego di Kempes. Cinque reti (4 su rigore), esperienza, attenzione: è il momento di passare alla dimensione mito. Va in vantaggio l’Argentina (proprio Kempes), pareggia l’Olanda (Nanninga), poi tocca a lui. La palla buona arriva nel momento migliore, 90’, numero tondo che chiama la perfezione. Tutto tornerebbe: l’Arancia meccanica, la squadra del calcio totale sta per prendersi la rivincita sul destino, sta per oscurare il 1974 e Krol serve Rensenbrink, libero e solo davanti alla porta. Rob prende il palo in pieno e guarda il pallone rimbalzare mentre sta sdraiato a terra. Mentre sta già fuori. L’Argentina di Kempes vince 3-1 ai supplementari, l’Olanda di Rensenbrink torna all’agonia. Eterna incompiuta.

Rob gioca ancora qualche partita, si trasferisce in America, chiude la carriera in Francia e mette via quel che gli serve per poter stare alla larga dal pallone. Non diventa tecnico, né dirigente, neanche spettatore. Però fino a due anni fa è sempre stato disponibile a ripetere frasi come: «Per l’Olanda continuerò a prendere il palo per tutta la vita», «Meno di 5 centimetri e avrei modificato la storia del calcio», «Se avessi segnato avrebbero annullato il gol, doveva vincere l’Argentina».

Stavolta sta zitto e lontano. Non farà da boa per l’Olanda che vuole girare al largo dal passato e cambiare finale. Quel gol mancato se lo è lasciato alle spalle: che la Nazionale di oggi trovi la sua strada. Non c’è bisogno di guardare indietro.

Olanda o Spagna, il nuovo socio
Blatter: «L'aria fresca fa bene»

ROBERTO BECCANTINI

Il confine che separa il club esclusivo dalla lobby è troppo sottile, a volte, per non alimentare cattivi pensieri. Non sarà il caso della Fifa e del suo Mondiale, ma tant’è: meglio così. Meglio, voglio dire, l’ingresso di un nuovo socio, l’ottavo in ottant’anni. E non solo per una questione di vil denaro, anche se i 20,5 milioni di euro che si porterà a casa proprio una mancia non sono. Con l’Olanda o la Spagna, citate in rigoroso ordine alfabetico, il calcio si accinge a investire nel diverso, nell’inedito. Non sempre, per rifulgere, la meritocrazia ha bisogno della democrazia, penso alle doppiette dell’Italia di Vittorio Pozzo e del Brasile di Pelé e Garrincha, ma nello stesso tempo un posto a tavola in più e un cameriere in meno aiutano a cementare il concetto del menù aperto, del pasto libero.

L’Olanda aveva già tentato di iscriversi in due occasioni, nel 1974 e nel 1978: in entrambi i casi, però, aveva sbattuto contro il galateo dei padroni di casa, la Germania più forte di sempre e l’Argentina più tiranna di ogni epoca. A Buenos Aires, l’arbitro era l’italiano Sergio Gonella. Non si coprì di gloria, ma fu il palo colpito da Rensenbrink a un pugno di secondi dal 90’ a orientare la storia. Come gli olandesi, neppure gli argentini erano abbonati: si tesserarono sul momento, fra i baffetti del truce Videla e le sigarette del serafico Menotti.

La Spagna è un caso completamente anomalo. D’accordo, i francesi vennero accettati soltanto nel 1998, e per giunta in casa loro, ma in precedenza avevano compilato fior di moduli: terzi nel 1958, semifinalisti nel 1982 e 1986. Il rapporto che lega la Rossa ai Mondiali non è mai, semplicemente, esistito: ecco qua il paradosso, se pensiamo al peso che gli spagnoli conservano nelle coppe e nell’Europeo, di cui si sono aggiudicati la seconda edizione, nel 1964, e l’ultima, nel 2008. Prigioniera del quarto posto del 1950, in Brasile, la vincibilissima «armada» non aveva mai superato i quarti di finale.

Il sogno di Sepp Blatter non coinvolgeva né l’Olanda né la Spagna. Il sogno, di dominio pubblico, puntava alla prima africana in semifinale. L’ha sfiorato. Ghana «solo» nei quarti, come il Camerun 1990 e il Senegal 2002. A tirarlo su di morale, mormorano i cortigiani, è stata proprio la finale nuova di zecca. «Ogni tanto - ha confidato - un po’ d’aria fresca fa bene. Con tutto il rispetto per il solito Brasile, la solita Italia e i soliti tedeschi». Insomma: se vince sempre il Brasile gatta ci cova, mentre se per una volta tocca a olandesi o spagnoli evviva il calcio pulito, per carità, questi sono argomenti da bar sport. Naturalmente, ognuno sarà libero di interpretare il fenomeno come crede: è un segno di livellamento in basso, alla luce del crollo di Italia e Francia e del calo di Brasile e Argentina; è un segnale di livellamento in alto, vista l’ascesa del secondo stato.

Per Johan Cruijff, avvicinato da una radio di Madrid, «la vittoria di Olanda o Spagna porterà a una visione del calcio più tecnica, più umana. Non che siano depositarie del verbo, ma a modo loro si sforzano, sempre, di far vincere l’idea e non l’ideologia». Prendiamo le ultime cinque finali: 1990, Germania-Argentina; 1994, Brasile-Italia; 1998, Francia-Brasile; 2002, Brasile-Germania; 2006, Italia-Francia. Olanda-Spagna - affidata all’inglese Howard Webb, classe 1971, ex poliziotto, arbitro dell’ultima finale di Champions tra Inter e Bayern - sembra davvero piovere da un altro cielo. Giusto che il biglietto «costi». L’Inghilterra è ancora lì che deve rispondere del gol fantasma estratto nel 1966. Certo, se si pensa alla Grande Ungheria del 1954 viene il magone. Nessuna squadra avrebbe meritato il titolo come quella: così forte, così bella, così trasversale. Cadde sui tedeschi, che pur di rifiutarle l’iscrizione non indugiarono a impiegare timbri chimici.

Spagnoli, per me han paura

La Spagna ringrazia: "Forti per merito degli olandesi"
Il Barça ha avuto in 17 delle ultime 22 stagioni un tecnico arancione. Puyol: «Mi hanno insegnato tutto»
MARCO ANSALDO

A lezione dal nemico. Se il Barcellona, che forma l’ossatura della Nazionale, ha avuto un tecnico olandese per 17 delle ultime 22 stagioni, nella nuova Spagna c’è inevitabilmente un germe importato dal Paese che domani sera gli spagnoli dovranno battere. «Tutto quello che so del calcio l’ho imparato da Van Gaal e da Rijkaard, due olandesi», ammette Carles Puyol, il capitano del Barça, l’uomo che rappresenta la sicurezza difensiva come fu Cannavaro per l’Italia di quattro anni fa. Van Gaal e Rijkaard. E prima di loro Cruijff.

È dal 1988 che, salvo una breve parentesi e con l’ultimo biennio di Guardiola, la filosofia di gioco che produsse il calcio totale ha attecchito in Spagna cambiando uno stile. «Sono tecnici che hanno accettato la regola che c’era da noi di lanciare i giovani e hanno trasmesso al nostro mondo l’idea di arrivare alla vittoria attraverso un gioco bello ma molto organizzato», aggiunge Puyol. «Probabilmente il nostro era un terreno fertile. In Spagna si è sempre chiesto di giocare bene».

Cruijff sta lassù. È il padre ispiratore, oltre che presidente onorario del club catalano. «Noi che eravamo ragazzini quando allenava ci siamo entusiasmati per le vittorie del Barcellona e per il gioco che si trasferiva nelle squadre giovanili - ricorda il difensore -. Negli anni successivi l’abbiamo sentito sempre molto vicino: quando qualcosa non funzionava in campo, arrivavano i suoi giudizi attraverso i giornali o dai dirigenti che avevano più contatti con lui. Ci sorvegliava».

Anche il gioco di Guardiola che ha incantato il mondo un anno fa e che si è trasferito di peso in Nazionale, un gioco che punta sulla tecnica, sul movimento e sul possesso della palla, dicono sia figlio degli insegnamenti di Cruijff a uno dei suoi migliori allievi. Ma per la generazione che ha portato in alto la Spagna sono stati più importanti Van Gaal e Rijkaard, e un po’ anche Guus Hiddink che prese in mano il Real Madrid con Casillas giovanissimo. Casillas esordì l’anno successivo alla partenza dell’olandese «ma partecipai ad alcuni allenamenti con lui, era molto preparato», dice il portiere.
«Van Gaal è l’uomo che mi ha lanciato - spiega Puyol -, facevo il terzino, gli piaceva la mia forza e il mio spirito combattivo. Mi ha insegnato a stare in campo e certe sue lezioni le ricordo ancora adesso». Come è per Xavi, indicato da Platini come il più degno per il Pallone d’Oro nella nuova versione, accorpato al premio della Fifa. Van Gaal lo mise in prima squadra a 18 anni, a 19 era già il titolare fisso. Rijkaard fece lo stesso con Victor Valdes e con Iniesta. I cinque anni dell’ex milanista sulla panchina del Barcellona produssero effetti che si notano in Nazionale. «È l’allenatore che ha abituato a giocare con il 4-3-3 che noi abbiamo adottato in questi anni», sostiene Sergio Busquets, la novità più importante rispetto alla squadra che vinse l’Europeo due anni fa. La scuola olandese e il talento spagnolo. Può essere la ricetta del Mondiale.

Pizza e catalano, la via spagnola alla gara della vita

Vicente Del Bosque ha già chiesto ai suoi giocatori il premio per il Mondiale: «Se vinciamo permetterete a mio figlio di salire con noi sul pullman per le strade di Madrid?». Ovviamente gli hanno detto di sì. Non per piaggeria. È che la storia di Alvaro, quel ragazzo affetto dalla sindrome di Down e così innamorato della Nazionale, ha catturato la squadra allo stesso modo del buon senso di suo padre, il Seleccionador. Un uomo tranquillo e disponibile tra gente normale che ha festeggiato la vittoria sulla Germania nell’unico locale decente di Potchefstroom, il «Primo Piatto», una pizzeria che di italiano ha il nome e qualche vecchia foto. «I giocatori si sono seduti a un tavolo non lontano dal nostro - racconta Cristina Cubero, inviata del "Mundo Deportivo" -, tutto quello che ci siamo detti non riguardava il calcio, o l’Olanda. Viviamo tutti insieme una cosa nuova e vogliamo viverla bene». Neppure il furto subito da Pedro e Busquets negli spogliatoi di Durban ha guastato l’umore. «Se bastasse a vincere la finale direi ai ladri di provarci di nuovo», ha ironizzato il centrocampista del Barça.

C’è un’atmosfera insolita. È come quando arrivi a una cerimonia e non sai bene come comportarti. Gli spagnoli hanno giocato molte finali con i club e hanno vinto l’Europeo soltanto due anni fa però questa è una cosa diversa. «È come quando Indurain vinceva il Giro o il Tour - confessa Julian Redondo, il cronista de "La Razon" che segue i Mondiali dal 1982 -. Siamo noi al centro del mondo dopo gli anni in cui dovevamo occuparci degli altri, persino quando avevamo buone squadre come nel ’94 quando se Julio Salinas avesse segnato saremmo passati noi, invece sul contropiede passò l’Italia». L’ultimo giorno prima di partire per Johannesburg non è un giorno qualunque. La palestra dell’Università trabocca di gente per l’ultima conferenza stampa nel ritiro. Ci sono almeno 300 persone. «Adesso capiamo cosa ci sta succedendo», si lascia sfuggire Marchena, uno dei «vecchi» della squadra. Non è che i giocatori non l’avessero capito anche prima. C’è soltanto la voglia di non lasciarsi schiacciare dalla pressione.

Dalla Spagna arrivano i segnali della febbre che coglie il Paese stranamente unito dietro alla Nazionale. «Il calcio sta facendo cosa spesso non riesce alla politica e questi ragazzi conquistano tutti perché non si atteggiano a divi alla Beckham o alla Cristiano Ronaldo - dice la Cubero -. Potresti andarci la sera a bere una birra insieme, come con Nadal o Paul Gasol. Si fanno volere bene al punto che prima della partita con il Cile ci chiedevamo: se escono dal Mondiale come faremo a coprirli di critiche?». «Viviamo l’orgoglio di seguire una squadra che piace a chi ama il calcio - aggiunge Jon Aguirano del quotidiano bilbaino "El Correo" -. Nei Paesi baschi c’è chi non tiferà per essa e spera nella sconfitta ma sarà al massimo un 25 per cento, molto meno che nel passato e questo nonostante in Nazionale non ci sia più l’assoluta prevalenza di giocatori baschi come ai tempi delle Furie Rosse. Si gioca un calcio accattivante e in fondo abbiamo molto più da spartire con gli spagnoli che con gli olandesi».

La vera impresa, prima di centrare quella sul campo, è infatti di avere messo d’accordo le anime discordanti. Persino il Real Madrid si fa vassallo del Barcellona che ha la supremazia nella Nazionale, al punto che nello spogliatoio si parla il catalano. Lo conoscono i sette cresciuti nel vivaio del Barça, più Capdevila e Fabregas, figli della Catalunya, e i valenciani di origine o di club: Marchena, Albiol, Silva, David Villa. In passato non sarebbe stato possibile. Oggi il clan dei madridisti si è adattato persino a cambiare l’idioma. «Avere una Nazionale impostata su un grande club è una bella fortuna - ammette Casillas, che pure è l’emblema del Real -. In campo è molto più facile ritrovarsi». «Se il Barcellona ha incantato il mondo - scherza Marchena - possiamo farlo anche noi che ne siamo la "dépendance". Il gioco è collaudato tra gente che si ritrova ad occhi chiusi: ci si cala subito con facilità». Gli chiedono se senta di avere la vittoria in tasca dopo che Paul, il polipo, ha espresso l’ultima profezia a favore della Spagna. «È soltanto un polipo», sorride. Finora però ci ha azzeccato
MARCO ANSALDO

Domenica 11 Luglio 2010 12:29

3-2 per i tedeschi.

Finalina x conquistare poco + che niente, una medaglia di consolazione.
Gioco (imperfetto) degno di una finale. Freddo e acqua battente.
Questo è il calcio signori ! Imperfetto sì in questa occasione, ma più bello di qualsiasi spettacolo alternativo.

6 stelle in campo e forse altre in divenire.
Schwein (Bayern) centrocampista,multiruolo però, non se ne andrà dalla germania. Perché dovrebbe?
Muller (Bayern) attaccante anche lui multiruolo, flotta tra le due linee difensive uruguagie scompaginandole spesso, attaccante esploso in questo mondiale. Può migliorare.
Ozil (dai geni turchi) fantasista. Si vede che è stanco. Però lo fa sembrare non vero. Come mette le palle al centro delle aree altrui è uno spettacolo : tagliate, veloci, maligne.
Forlan (Atletico Madrid) Ha tutti i colpi giusti, come attaccante come trequartista come centrocampista. Son lontani i tempi quando a Manchester i fans compravano magliette con su scritto : Io c’ero quando giocò Forlan. Ancora un po’ e rende un grande match grandissimo (traversa allo scadere, al 93’)
Suarez (Ajax). Attaccante tecnico e fastidiosissimo. In Olanda lo chiamano coniglio. Là gli arbitri gli fischiano anche le cadute vere. Fa soldi con uno spot in cui si rivolge ad un medico xché sente dei fischi all’orecchio. Scoperta : sono i fischi degli arbitri. Fischiato all’italiana x tutto il match. Non doveva buttar fuori i neri del Ghana con mancanza di fairplay. Che diamine l’Africa è Africa.
Cavani (Palermo) E’ un attaccante di rimessa e lo si vede. Ma lo si vede occupare zone in tutto il fronte offensivo e non, per la causa , per Tabarez.
E ricordiamo anche altri che stelle non saranno mai come l’uruguagio Fucile.

I tedeschi han giocato con 3 titolari fuori, le riserve non sono state all’altezza ma han dato un solido contributo. L’Uruguay ha mostrato reattività, nessuna paura, il solito imbrocchito Muslera e han disputato uno dei loro migliori incontri degli ultimi 40 anni.

Alla fine mentre i tedeschi autoctoni festeggiavano e ridevano tra loro gli aggregati Kaedirha,Ozil e Boateng passeggiavano sul manto erboso un po’ increduli e un po’ perplessi, l’ uber alles non è nel loro DNA, l’appartenenza ad una compagine di nuovi guerrieri sì.


Domenica 11 Luglio 2010 12:54

Commenti

Uruguay ko, la Germania chiude terza
Vittoria sofferta per 3-2. Forlan e Mueller salgono a quota 5 gol

La Germania di Joaquim Loew ha conquistato la medaglia di bronzo a Sudafrica 2010 battendo l’Uruguay per 3-2 in una partita intensa e dalle grandi emozioni in cui anche gli uomini del "maestro" Oscar Tabarez sono stati degni protagonisti.

Il match si è chiuso al 93’ con una traversa piena colpita da un grandissimo Diego Forlan. Una beffa del destino, diranno alcuni; ricordando la rocambolesca qualificazione dei sudamericani contro il Ghana, altri penseranno invece che giustizia è stata fatta. Luis Suarez, autore del clamoroso "mani" che in pratica ha sancito l’eliminazione degli africani, stasera è stato fischiato spesso dal pubblico, forse proprio per quel gesto. L’attaccante dell’Ajax ha però risposto con una prestazione maiuscola, al pari di Forlan e dell’onnipresente Fucile. Con un grande Mueller, che assieme a Forlan è ora salito a un affollato primo posto nella classifica dei marcatori, la Germania ha ritrovato anche gioco ed ha offerto il solito mix di freschezza e velocità che invece non aveva mostrato contro la Spagna.

La finale di consolazione è ospitata al Nelson Mandela Bay di Port Elizabeth in una serata piuttosto fredda e piovosa. Tra i tedeschi non c’è Klose, tra i pali spazio a Butt. Il rientrante Mueller è sulla tre quarti con Oezil, stasera un pò in ombra, e Jansen. Dopo la squalifica, gli uruguagi ritrovano Suarez come riferimento offensivo. La partenza è dei tedeschi e proprio Mueller al 3’ mette in rete a gioco già fermo. Il giovane trequartista si rifà un quarto d’ora più tardi, quando riprende una respinta di Muslera si tiro dalla distanza di Schweinsteiger e insacca per l’1-0.

L’Uruguay non ci sta e comincia a macinare gioco: è preciso e rapido e la Germania soffre. Al 28’ Suarez pesca Cavani in area e l’attaccante del Palermo non perdona: è l’1-1. Il gioco prosegue a fasi alterne e Sanchez al 42’ si divora un gol fatto. Ci pensa Forlan a portare in vantaggio l’Uruguay con un autentico capolavoro al 6’ della ripresa: un destro al volo schiacciato su cui Butt non può niente. Se il portiere tedesco è incolpevole, non altrettanto si può dire di Muslera: l’estremo difensore della Lazio all’11’ sbaglia il tempo dell’uscita su Jansen e per l’esterno dei "Panzer" è un gioco da ragazzi mettere dentro e pareggiare. I ritmi si abbassano e gli spazi tra i reparti si allungano.

Sulla gara comincia a incombere lo spettro dei supplementari, ma ci pensa Khedira al 37’ ad allontanarlo, mettendo in rete con un perfetto colpo di testa sotto l’incrocio dei pali. C’è quella traversa di Forlan al 3’ minuto di recupero a regalare l’ultima emozione, ma poi arriva il fischio dell’arbitro messicano Archundia. Germania terza, con la certezza per Loew di avere gettato le basi per un grande futuro. Uruguay solo quarto, ma squadra convincente e di qualità.

Il terzo posto più vero
di Stefano Olivari

Per niente malinconica e per niente amichevole, Germania-Uruguay è stata probabilmente la più vera delle finali per il terzo posto nella storia del Mondiale. Entrambe hanno dato il massimo, con la cattiveria giusta e senza rimpianti: è evidente che con Muller e Suarez le semifinali sarebbero potute andare in maniera diversa, ma in fondo nella vita tutto sarebbe potuto andare in maniera diversa. La Germania, senza Podolski e l'infortunato Klose, è stata costantemente più aggressiva pur non avendo in Cacau la punta con le caratteristiche giuste per valorizzare la pressione sulle fasce. Il futuro campione Ozil meglio che nelle ultime due partite, ma molto stanco. L'eroico, perchè il mondo del calcio rispetto al 1970 è leggermente cambiato, Uruguay di Tabarez ha giocato la sua partita meno contratta trovando anche il miglior Cavani del torneo.
Dispiacere per un fenomeno come Forlan, che non avrà un altro Mondiale da protagonista, rispetto per una squadra che ha cambiato più volte pelle e schemi nell'ultimo mese nonostante un materiale umano non in tutti i ruoli di prima qualità. Merito della versatilità di Forlan e Cavani, che rende possibile qualsiasi aggiustamento, ma anche della mobilità dell'attaccante dell'Ajax 'scoperto' in Sudafrica ed ovviamente inserito nel carnaio del finto calciomercato in mezzo a borsini e percentuali cialtrone. Una partita comunque bellissima, paradossalmente grazie anche alla pioggia che ha stimolato l'animo guerriero in chi ce l'aveva (quasi tutti) e agli errori di chi (Muslera) aveva finora sbagliato poco. Troviamo che Thomas Muller migliori ad ogni partita, il pensiero di dove fosse un anno fa dovrebbe accompagnare i cantori dell'esperienza e della dimensione internazionale (il Dubai, in certi casi). L'estate non sta finendo, ma quattro anni di attesa sì.

A margine

Mondiali, ci voleva un Mandela italiano
Giovanni Morandi Dom, 11/07/2010 - 08:09

Non è vero Olanda o Spagna, purché se magna. Io mi sento a digiuno sia con l’una che con l’altra e mi chiedo quale delle due tiferò nella finale del Mondiale? Non lo so e forse questa è già la risposta al fatto che non tiferò per nessuna delle due e che non mi interesserà affatto guardare la partita. Mi chiedo che cosa rappresenta per me la Spagna, che cosa l’Olanda. Non lo so, credo nulla. Dario Gallo, Milano
ABBIAMO perso un’occasione, che sarebbe stata molto importante per noi. Più importante che per qualunque altro Paese. Un campionato mondiale cementa lo spirito nazionale, aiuta la riconciliazione, infonde orgoglio, forza e speranza. Esserci andati alla carlona come abbiamo fatto noi produce effetti opposti. Sarebbe stata un’opportunità politica di grande rilievo, avrebbe potuto risolvere questioni che i nostri politici ormai hanno dimostrato di non saper risolvere. Non so se lei ha visto il film “Invictus”, se non l’ha fatto glielo suggerisco. Fa capire come Nelson Mandela seppe usare la nazionale di rugby del Sudafrica, che era detestata dai neri perché accusata di razzismo, per riconciliare il Paese. Fece di tutto per spronarla a vincere la Coppa del mondo nel 1995 e riuscendoci dette orgoglio ai bianchi e ai neri di essere cittadini dello stesso Paese, primo passo decisivo per la costruzione del nuovo Sudafrica. Quello sì che è un leader, che sarebbe bello avere.

Maurizio Costanzo e il tristo viale del tramonto...
pasquino Dom, 11/07/2010 - 10:33

Non so a voi, ma a me mi ha raggelato il sangue vedere Maurizio Costanzo tornare in Rai e fare da spalla a Galeazzi durante la trasmissione serale dedicata ai mondiali.
Uno che è sfuggito ad un attentato mafioso, sempre in prima linea sulla frontiera del giornalismo, ridotto a fare delle domande ad polpo su Mazzola... tanto per far capire che tra lui ed il bisteccone il vecchio era lui...
Posso capire Santoro e Travaglio sfidarsi tra qualche anno alla "Prova del cuoco" con una provocante conduttrice in perizoma... Ma Costanzo no... è come se Falcone e Borsellino, sfuggiti all'attentato, conducessero Forum....
Bah... al peggio non c'è ma fine ed a me non resta che attendere la visione paradisiaca del perizoma alla prova del cuoco... paradisaca ho detto... non mi mettete come presentatrice Moby Dick...

Ma com'è dura la vita da polpo
di Tony Damascelli

Un mese di mondiale, un mese di pronostici, previsioni, proiezioni, schemi, opinioni, anche a pagamento, via satellite, digitale, analogico, scritto o orale. Poi scopri che tutto dipende dall’octopus vulgaris. Ci sta bene, come categoria. Sta bene agli allenatori con il taccuino sulle gambe, sta bene a quel pallone gonfiato di Jabulani e al suo titolare Blatter. Paul, il polpo inglese emigrato in acque tedesche, non ha sbagliato mai e adesso è diventato leggenda, mito, addirittura gli spagnoli vorrebbero portarselo appresso, non come trofeo di guerra da trasferire in paella, ma per concedergli l’onore di un acquario di Madrid. È lui l’eroe, è lui il re, disculpame o “dispulpame” Juan Carlos (il sovrano di Spagna non sta benissimo e la sua presenza stasera in tribuna è ancora incerta, si potrebbe chiedere, per l’appunto, a Paul un parere sulla questione). Questo significa che il calcio è bello perché vario, al punto che, non potendo attingere ad altri argomenti, anche perché la diagonale o il quattroquattrodue hanno annoiato più delle vuvuzelas, si va sul fatuo, sul folklore e allora il cefalopode ha rubato l’attenzione di tutti.
Ormai il pendolino e il mago di quartiere appartengono alla preistoria, l’uomo è furbo ma il polpo lo ha fatto fesso. Del resto gli aruspici studiavano il fegato di animali morti per capire che aria tirasse nell’impero romano, Paul per il momento se l’è cavata, da vivo ha già dato segnali sufficienti per essere celebrato. Ha la fortuna di non dover rispondere alle domande degli astanti, tifosi e giornalisti, ma controllando l’espressione (!?) del suo occhio, ritengo che sia abbastanza stanco di questo ballottaggio quotidiano tra una bandiera e l’altra. La sua avventura fa venire in mente la storiella del polpo napoletano, immerso con altri affini, pesci, aragoste, astici, nella vasca di un ristorante sul lungomare. Dopo essere stato afferrato ed esibito ai clienti turisti americani, quindi scelto, morsicato, battuto ma rimmerso nella vasca per essere sostituito, in modo mariuolo, sulla tavola dei commensali ignari, con un altro polpo surgelato. Tornando nell’acqua, stremato, afflosciato, compatito dai sodali di vasca, così commentò:_«Ma se pote campa’ accussì?». Paul non conosce il dialetto ma sta pensando la stessa cosa.[/u]


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Domenica 11 Luglio 2010 14:18

Tra diverse ore finisce tra un po’ di noia (almeno tra noi e probabilmente anche x molti, dai franzosi a quantaltri) questa rappresentazione un po’ pagana e un po’ religiosa.
Tecnicamente si sono viste alcune indicazioni x il futuro calcistico. Niente di sconvolgente tuttavia.
Il torello spagnolo lo possono applicare solo gli spagnoli, non fa parte di altre culture. Gli atteggiamenti reattivi ci sono sempre stati, oggi son molto ben organizzati.
A livello non calcistico sembra che gli spagnoli stiano trovando al momento (ma non durerà) una certa unità. Catalunya,Paesi baschi,Andalusia avranno alle loro finestre una bandiera non troppo amata. Zapatero e chi governa trarrà beneficio indubbio.
Agli olandesi interessa fino ad un certo punto , i giocatori son tutti mercenari operanti tra l’Inghilterra e la Germania con un passaggio su Milano.

Ahh…i giocatori…
Quelli spagnoli, un melange tra il blocco catalano e il blocchetto del Real, non han tanta voglia di gridare ‘Que viva espana’ , è una questione di mission accomplished. Dopo la vittoria coi tedeschi se ne andarono in fretta e furia negli spogliatoi. Quando li intervisti parlano con rapidità logica, descrittivi x forza maggiore. Liga, Champions, world Cup son alla fine solo obiettivi. Punto. Tra loro c’è un bel campionario : un metronomo (Xavi), un duro stravagante (Ramos), un minatore mancato (Villa), ninos (Torres), un draguer di telecroniste (Casillas)…
Quelli olandesi, un blocchetto ex real (dove sei galliani dove sei ? te ne avevano proposti 3 nello scambio Kaka, ti dissero che Huntelaar era il + fisico e di gran futuro e tu lo prendesti) un Killer mancato (Van Robben) e poi tanti, bravi, neanche molto in spolvero. Robben personaggio pensoso a volte incredulo (guardarlo dopo Inter-Bayern con le mani sui fianchi), Schnejder , dalle notti a Ibiza alla trasformazione, in una manciata di mesi, da brutto anatroccolo a cigno trascendente tempo e spazio (è sempre nella posizione giusta x ricevere e smistare senza guardare, aveva già visto. Oggi ha anche un gran cùlo.)

Prevedo Olanda in quanto ha un giocatore, Robben, che può sconvolgere il tic-tac spagnolo, così come fece col Brazil.

Se sarà Spagna come la critica in generale prevede, critica accodatasi a Paul il polpo, il balon d’or andrà a
Xavi
O Villa (se questi metterà il marchio sul match)
Se sarà Olanda
Schnejider
O Robben (se farà il gol decisivo).


Contributi vari

La Spagna vuole riscrivere il kamasutra degli schemi
di Tony Damascelli

Compito per le vacanze: provate a trovare un calciatore della nazionale spagnola che non sappia toccare il pallone come si deve. Risoluzione: Juan Capdevila Mendez nato a Tarrega, il tre di febbraio del Settantotto. Eccolo il colpevole, ecco l’anello debole, ecco il più vecchio della brigata di Del Bosque, il meno dotato tecnicamente. Non si può avere tutto dalla vita, figuratevi dal calcio. Ma pochi, quasi nessuno, si accorge della piccola macchia sul «traje de luce» del torero spagnolo, nove uomini su undici (Casillas resta fuori dal gioco ma è stato decisivo finora) offrono spettacolo di football, piede educato, azioni veloci, combinate, geniali, la coppia catalana e blaugrana Xavi-Iniesta non ha rivali in campo mondiale, al punto che per loro viene sacrificato Fabregas che è il centrocampista più desiderato del mercato europeo. Alle spalle dei due di Guardiola fanno la diga Busquets, in assoluto il migliore finora, e Xabi Alonso, una volta dicevasi lavoratore oscuro, ambulanza per qualsiasi emergenza. È calcio totale, non anarchico come quello olandese dei tempi belli e hippie, ma gioco che coinvolge tutta la squadra anche se non mancano gli scettici, quelli che considerano il mondiale mediocre e forse si sono dimenticati di quello che offrono i vari campionati nazionali, laddove la tattica ha messo da parte la tecnica, il kamasutra degli schemi ha oscurato l’amore per il gioco della palla. La Spagna è la proiezione, meno fantasiosa e presuntuosa, del Barcellona e del Real Madrid. Non avendo né Higuain, né Messi, per citare gli uomini gol dei due squadroni, Del Bosque ha puntato per un certo periodo su Torres e poi ha ovviato con la velocità di Pedro per fare coppia con Villa. Il problema di Torres, secondo la stampa spagnola, è soltanto psicologica. Il bambino gioca un football «acelerado», va troppo di fretta, quando non segna si innervosisce, si intestardisce, cerca la soluzione difficile mentre sarebbe meglio andare via sciolto, spiccio. Del Bosque lo ha capito e per questo ha preferito mandarlo in panchina nella partita chiave, la semifinale contro la Germania, preferendogli appunto Pedro. Per spiegare o capire il caso Torres basta controllare i numeri: nel Liverpool ha giocato 79 partite realizzando 56 gol, nella nazionale conta lo stesso numero di presenze con un totale di 24 reti, meno della metà dunque della sua andatura in premier. D’accordo, le difese del campionato inglese non sono come quelle delle avversarie finora incontrate dalla Spagna ma il divario di prestazioni di Torres è evidente e l’attacco della nazionale di Del Bosque paga questo deficit psicologico del suo uomo più prezioso. Manca alla nazionale campione d’Europa un’alternativa di spessore, poteva esserlo Raul ma Del Bosque (che ieri ha ricevuto la telefonata di re Juan Carlos) ha preferito lasciarlo a casa e il mercato gli ha dato ragione, Mourinho lo ha tolto tra i preferiti e Raul, dopo sedici anni di Real e 323 gol (miglior realizzatore di sempre) ha firmato per lo Schalke 04. Forse, viste i problemi di Torres, sarebbe stato l’uomo giusto nel momento giusto, a completare una carriera eccezionale ma la Spagna può permettersi questo tipo di lusso. Gioca un calcio immediato e, al tempo stesso, logico e studiato, ha una difesa all’italiana (dei bei tempi intendo) e, come detto, il miglior centrocampo del mondo. A proposito, hanno chiesto a Del Bosque se teme un’Olanda stile Inter, visto che Mourinho è stato l’unico a neutralizzare il Barcellona: «Non credo - ha risposto -. Non credo che l’Olanda stia lì ad aspettarci». A parte la liceità della risposta, la media età di 25,9 anni, lievitata da Puyol e Capdevila entrambi trentaduenni) spiega la sua freschezza, i 149 titoli conquistati, tra campionati e coppe, dai componenti la rosa sono la chiave per comprendere la maturazione della squadra (che in caso di vittoria metterebbe in tasca un premio di 600mila euro ciascuno). Un’eventuale sconfitta, stasera contro l’Olanda, non annullerebbe la qualità del gioco spagnolo. Che è poi la sua carta di identità rispetto ai passaporti scaduti o taroccati di altre nazionali.

Olanda o Spagna, benvenute nel club dei campioni del mondo
Pochi precedenti, questa sera quasi un numero zero
ROBERTO BECCANTINI

Questa sera, lo stadio di Soccer City in Johannesburg sarà teatro di una recita storica. Non ci riferiamo al livello tecnico, tutto da appurare, bensì al fatto in sé. Con Olanda o Spagna saliranno a otto i «sollevatori» della coppa più ambita. Non solo: per la prima volta, un’europea si aggiudicherà il titolo fuori casa, firmando così il sorpasso del vecchio continente, dieci trofei contro i nove del Sud America.

La sfida invisibile
L’archivio non aiuta: in materia, mancano riferimenti concreti e recenti. Olanda-Spagna è stata giocata non più di nove volte, e mai nella fase finale di un Europeo o un Mondiale. L’ultima, nel marzo del 2002, era un’amichevole: s’imposero gli orange, di misura. Neppure il bilancio orienta: quattro successi a testa e un pari; qualcosa si muove a livello di reti (15 i gol spagnoli, 11 gli olandesi), ma non molto. Siamo lontani dalla pila di indizi che, di solito, rovesciano derby come Argentina-Brasile o Germania-Italia.

Come ci arrivano
L’Olanda è alla terza finale, la Spagna alla prima. La Nazionale di Bert Van Marwijk viaggia a punteggio pieno, sei su sei; quella di Vicente Del Bosque, in compenso, vanta una sconfitta (all’esordio, con la Svizzera) e cinque successi. Nella storia, a tutt’oggi, soltanto l’Uruguay dell’edizione inaugurale e il Brasile etichetta 1970 e 2002 hanno vinto tutte le partite della fase finale senza ricorrere ai tempi supplementari.

Il problema del gol
I batavi marciano alla media di due gol a partita: un’andatura eccellente, per i tempi che corrono. Se la Spagna è soprattutto David Villa (5 gol su 7), l’Olanda non si esaurisce nella mira di Sneijder (5 su 12). Van Marwijk può contare su sei «cannonieri»; Del Bosque, su tre. Meglio in difesa, gli spagnoli (2 reti a 5): non c’entra la tattica del fuorigioco, ormai in disuso, e neppure un abbassamento del reparto. Nel suo grande, e con i suoi piccoli, la Rossa sta avanzando a colpi di uno a zero, già tre consecutivi. Almeno in questo dato, ricorda vagamente un certo muro di Berlino che ruotava attorno a un certo Fabio Cannavaro: tradotto in catalano, suona Puyol.

Il possesso palla
Detto e scritto che nel Rinascimento spagnolo, dai club alla Nazionale, la mano olandese è sempre stata presente e fiorente, la differenza più eclatante si annida nel possesso palla. Gli olandesi lo praticano con parsimonia; gli spagnoli lo hanno eletto a religione. Non esiste altra squadra che schieri tre registi - Xavi, Xabi Alonso, Busquets - e un quarto, Fabregas, lo tenga in panca, pronto all’uso. Sneijder e c. sono più cacciatori di episodi; Xavi e c. ragionano come ragionava Liedholm, più tengo la palla e meno rischi corro. Non sempre funziona (vedi Barcellona-Inter), ma quando tutto gira per il verso giusto, è uno spettacolo. Guai a farsi impressionare dal suo titic-titoc, quando si affronta la Spagna: si potrebbe finire al manicomio. Cruciale sarà, fra gli olandesi, la velocità con la quale lanceranno il contropiede, più o meno lavorato.

I duelli
Van Marwijk recupera van der Wiel e De Jong. Del Bosque, lui, è alle prese con la «spalla» di Villa, Pedro o Torres?, e con un dubbio legato alla caratteristiche di Robben: siamo sicuri che l’ideale sia Capdevila, e non piuttosto Arbeloa? La Spagna tende ad avanzare ricamando, l’Olanda procede per sgommate, attratta dalla profondità dell’area più che dalla vastità del campo. Van Persie è il traliccio che si pianterà fra «Piquénbauer» e Puyol, Villa parte da sinistra, Pedro (o Torres) da destra. Le incursioni di Iniesta e i tiri da fuori di Xabi Alonso si profilano non meno letali delle digressioni di Sneijder, specialista dell’ultimo tocco e dell’ultimissima carambola. La variabile - alla luce, almeno, di quanto espresso finora - potrebbe essere Fernando Torres, sempre che ritrovi la potenza smarrita. A metà campo, sarà un omerico ribollir di tini, con il pericolo che Van Bommel e De Jong rimangano staccati da Robben e Kuyt, il cui eclettismo è stato sin qui determinante. Gli spadaccini di Del Bosque hanno affilato le lame. Per segnare, però, hanno bisogno di creare tanto.

Pronostico
Non vedo molti gol. Vedo l’Olanda, di un pelo.

[Pure io ]

Del Bosque ha unito un paese: "L'Olanda? Non farà come l'Inter"

«Persona straordinaria» è il giudizio unanime sul borghese che riuscì a domare i Galacticos
MARCO ANSALDO

La decisione più imprevedibile che Vicente Del Bosque ha preso nei 40 anni da quando bazzica il calcio spagnolo non è stata togliere Fernando Torres dalla formazione di mercoledì scorso contro la Germania benché straveda per lui. Il vero choc fu quando sei anni fa si seppe che prendeva armi e bagagli per andare a Istanbul. Nessuno credeva che quell’uomo già anziano nelle foto da giocatore del Real Madrid, esattamente il tipo di persona che immagini in pantofole addormentato davanti alla tv, fosse stato colto da un sussulto di avventura. Infatti rimase un anno al Besiktas e tornò a casa. Disoccupato ma con le pantofole.

Don Vicente è il ritratto del bravo borghese che non procede per fiammate intellettuali, non si innamora dei miti e nel lavoro si fa incantare dalla normalità. Nel Real Madrid dove ha speso la vita professionale, prima da centrocampista difensivo e poi da allenatore partito dal basso, lo consideravano più modesto della squadra che aveva. Non amava il «glamour», lasciava agli altri la vetrina nonostante i due campionati e le due Champions vinte a cavallo del 2000. Nel mondo aperto ai Galacticos che allenava, Del Bosque occupava l’angolo nel buio. Eppure è stato un grande e il modo in cui ha portato la Spagna vicino al successo più importante della sua storia ne testimonia la qualità.

Due anni fa, quando ereditò da Aragonés la patata bollente della Nazionale, qualcuno gli chiese chi glielo facesse fare. La Spagna aveva vinto l’Europeo, la gente cominciava a sognare il Mondiale. «Non ho ancora voglia di immaginarmi la pensione», fu la risposta in linea con il personaggio. Aveva 58 anni, il 23 dicembre ne compirà 60. Il vecchio Aragonés era genialmente odioso. Litigava con tutti, durante l’Europeo venne quasi alle mani con Sergio Ramos di cui aveva detto «è bravo, ma fuori dal campo fa cose che non deve». Con la stampa e le televisioni era un conflitto perenne.

Don Vicente ha steso l’olio sulle onde. «Una persona straordinaria», il giudizio è unanime. C’era in Spagna una squadra formidabile, il Barcellona, e lui che nel Real Madrid era il classico servitore fedele, quello che chiamavano come traghettatore nei periodi di crisi, non ebbe la più piccola remora nel trapiantarla. Quella squadra giocava in modo incantevole? E lui ne adottò il gioco, senza preoccuparsi che qualcuno dicesse che il vero ct della Nazionale era Guardiola. Prima di lui i due club più importanti (ma anche gli altri) erano in guerra perenne tra loro e tutti contro la Nazionale? Don Vicente ha portato la pace. «Ragazzi, nel salone delle feste ci si comporta come si deve»: sono finiti i clan e nella Spagna c’è una compattezza sconosciuta e naturale senza che nessuno la enfatizzi e rompa le scatole parlando soltanto di «gruppo» come l’Italia di Lippi.

Persino Florentino Perez, che gli tolse la panchina nonostante la vittoria nella Liga per darla a Capello, si è convinto che con Del Bosque avrebbe vinto di più. Adesso gli tocca gestire la vigilia più importante. «Il nuovo Brasile siamo noi, giochiamo con quello spirito», ha detto Casillas. Don Vicente è volato più basso: «Non sono presuntuoso, semplicemente penso che la finale l’abbiamo meritata noi come l’Olanda». Gli spagnoli giocheranno con la seconda maglia, quella blu, e dal ‘66 (anno dell’Inghilterra in rosso), nessuno è mai riuscito a vincere il mondiale, ma tra questa cabala e il polipo Paul e la cascata di parole che gli arrivano addosso (compresa la telefonata di incoraggiamento del re Juan Carlos) Del Bosque scopre un sussulto solo quando gli nominano Mourinho e gli chiedono se l’Olanda giocherà come l’Inter per fermare il Barcellona. «No, ne sono sicuro, l’Olanda ha un buon gioco e non lo cambierà». Anche la pazienza ha un limite,
Van Marwijk, una vita in 2a classe: "Io, che il Mondiale l'ho vinto solo a carte"

Ha saputo trasformare una Nazionale popolata da clan in un vero club
«Sarà comunque festa»
ROBERTO BECCANTINI

Serve un materasso, per non sfracellarsi dopo un balzo del genere. In principio fu Rinus Michels, dall’Arancia meccanica al calcio totale, e tutti quei turisti in via Cruijff numero quattordici. Poi arrivò Ernst Happel, l’austriaco del pressing alto e il fuorigioco altissimo: quando allenava il Bruges, spedì la Juventus al manicomio. Una finale e una sconfitta a testa: a Michels il ’74 tedesco, ad Happel il ’78 argentino. E poi improvvisamente lui, Lambertus «Bert» van Marwijk, classe 1952, di Deventer, un passato da ala sinistra, una presenza in Nazionale, una sola, colpa di chi aveva davanti: Rob Rensenbrink & Piet Keizer, e quella faccia un po’ così, metà curato di campagna e metà suocero di Mark Van Bommel.

Le ultime parole famose: «Io che campione del mondo lo sono stato solo a carte (Klaverjassen, una via di mezzo fra tressette e briscola), nel 1975, in coppia con mio padre, mi accingo a disputare la partita più importante della vita. Aver portato l’Olanda in finale a trentadue anni dall’ultima volta rappresenta per me un motivo di grande e legittimo orgoglio. Nello stesso tempo, il rispetto che nutro nei confronti della Spagna - rispetto profondo, sincero - non mi impedisce di coltivare i sogni più belli. La squadra è pronta, mentalmente e fisicamente. Finora ha sempre vinto, sarebbe magnifico chiudere in bellezza». Con il Feyenoord ha alzato la Coppa Uefa del 2002, dopo aver eliminato, in semifinale, l’Inter di Hector Cuper. L’Olanda, l’ha ereditata da Marco Van Basten, all’indomani degli Europei 2008. Non proprio o non solo macerie, a essere sinceri. Van Marwijk ha conservato l’assetto basico, recuperando Wesley Sneijder e Arjen Robben alla migliore condizione. Non ci sono più clan: i successi soffocano i conti in sospeso. Per Ruud Krol tutti vorrebbero far giocare la Nazionale come una squadra di club, o per lo meno con la stessa disciplina: molti lo millantano, Bert ci è riuscito.

«Non dovremo farci condizionare dal loro possesso palla - insiste nell’analisi - dovremo giocare come sappiamo, privilegiando la rapidità del disimpegno. Soprattutto, dovremo avere pazienza. Tanta pazienza». Michels era una centrale elettrica, Happel un musone che seduceva con i silenzi, tanto mirati e protervi erano. Van Marwijk viaggia in seconda classe, e se ne vanta, «questa Olanda non ha nulla in comune con lo squadrone che riscrisse la storia, e se è vero che pratica un calcio non proprio spumeggiante, ditemi voi chi ha dato spettacolo in questo Mondiale, ricordo alcuni brani dell’Argentina, due o tre momenti della Germania, l’ultima sinfonia della Spagna. È stato un torneo duro e livellato, in caso contrario non credo che si sarebbe arrivati a questa finale».

Olanda-Spagna, di qua Bert Van Marwijk e di là Vicente Del Bosque, gente di calcio che, in quanto tale, si accontenta di raccontarlo senza romanzarlo. Stipendi modici, contratti a orologeria, consensi vaganti. «Vicente - chiude Bert - è un signore. Mai una parola fuori posto, mai un gesto che possa fomentare il pubblico. Averne, di persone così». E ancora: «Comunque vada stasera, vorrei che fosse una festa. Per noi, per loro, per tutti. Olanda-Spagna ha il sapore delle cose nuove, mai viste. Non coinvolge le solite potenze, invade un terreno sin qui vergine. Un motivo in più per seguirla con passione anche da neutrali».

Dall’elogio della follia di Erasmo da Rotterdam all’elogio della saggezza di Lambertus da Deventer. Ci ricorderemo del Mondiale africano anche per i sermoni di questo pastore olandese che predicava dal pulpito, quasi scusandosi, «beati i primi».

I grandi solisti dell’orchestra arancione
di Riccardo Signori

Giovannino Cruyff ha detto Spagna. Ora l’Olanda può sperare davvero. Il grande Johan era un profeta sul campo, ma standone fuori è stato troppo spesso un oracolo sbugiardato. Magari stavolta l’avrà fatto per scaramanzia, magari sta copiando la tattica vincente di Van Marwijk: basta cicale, solo formiche. Chissà, forse è vero quel che si racconta.Oggi l’Olanda è un autentico collettivo fuori campo, quello che non è mai stato. E un gruppo affidato a solisti d’eccellenza, quando se la gioca in campo. Ha un quarto dei club calcistici che possiede la Spagna, ma più calciatori. E i tifosi seguono. Inversione di tendenza rispetto alla storia sua. Martedì c’erano 12,3 milioni di persone davanti ai televisori,un’enormità su un totale di 16 milioni di abitanti. L’Olanda - paese è squadra. Nella notte della semifinale con l’Uruguay Amsterdam sembrava un grande golfo: un golfo orange, un golfo degli aranci( o). Gente che si baciava e si abbracciava per le strade, sui canali: strano per noi che, di solito, teniamo la distanza, ha raccontato un giornalista di quelle parti. Capito! Questo è il miracolo, ora l’Olanda del gioco totale si è convertita all’esserlo nella testa, nel paese, nel modo di credere al pallone. E al resto pensino Sneijder e Robben, Van Persie e Van der Vaart. I magnifici solisti. Gli altri dietro: fate voi, che noi sbrighiamo il resto. Non a caso Van Marwijk ha messo sempre in campo la squadra che ora tutti potrebbero recitare a memoria, L’ha voluta scontata e immutabile, anche se Robben è entrato con un pizzico di ritardo rispetto agli altri. Pensiero e luogo comune dei soliti avventurieri dell’ovvio chiede un paragone con i Lancieri anni settanta, ma questa è davvero un’altra storia. Non ci sono Rensenbrink e Cruyff, Neeskens e Krol, ma neppure quelli di una storia dopo: Van Basten e Gullit, Rijkaard e Koeman. Gli olandesi sono ossessionati dall’Idea che, perse due finali, ci debba essere anche la terza. Non li spaventa il pronostico del polpo, e neppure quello di Cruyff, quanto un pizzico di scaramanzia. Van Marwijk ha provato a spezzarla:«L’Olanda gioca la partita della vita. É la terza finale e abbiamo mai vinto: vuol dire che avremo ancor più motivazioni. Sarà una grande partita, la Spagna è la nazionale più forte degli ultimi anni, ma sulla carta questa partita è alla pari».In altri tempi,un discorso del genere sarebbe stato l’inizio della fine. Oggi è un buon segnale. La nuova generazione Orange ha preso corpo dopo l’eliminazione con la Russia, ai quarti di finale degli europei. Solita storia: belli e perdenti. Un ritornello che si è fatto odiare. Gli olandesi non hanno mai amato i tedeschi, basta andar a risfogliare libri di storia per capire e ricordare. Però, per una volta, hanno voluto rubar loro qualcosa: la testa. Questa Olanda non è attraente nel gioco, ma cerca di essere cinica e concentrata, come lo sono state le panzer division calcistiche. Oggi la Spagna è l’alter ego di quell’Olanda che fu nel gioco. Questa Olanda si è assestata sull’altra sponda pallonara. Vero che in rosa ci sono undici giocatori provenienti dalla scuola Ajax: grande ma con qualche limite. Difficile cambiare usi e costumi. Ma questa è una nazionale che cerca di esser trasformista e trasformata. Robben e Sneijder si giocano palloni d’oro, Van Persie è stato una sorta di palla al piede. Però non è un caso che fra le squadre più grandi di questo mondiale, quella orange abbia la miglior precisione al tiro e solo la Germania abbia una peggior percentuale di realizzazione. La Spagna è perfetta nei passaggi: la classifica ne vede tre nei primi tre, il miglior passatore olandese è Van Bommel, uno di quelli che lavora con pala e piccone. Uno di quelli che non avrebbe più messo piede in nazionale, se fosse contato il coro più di solisti.L’orchestra spagnola oggi è forse imbattibile, dunque meglio avere orchestranti mediocri eppoi ci sia qualcuno che suona gli stradivari. Una volta l’Olanda era la squadra regina anche per le bellezze femminili fuori campo, roba da far luccicare gli occhi. Oggi bastano le trovate di Robben e le intuizioni di Sneijder: hanno riportato al piacere del calcio invenzione, più che alla precisione del calcio robotizzato. Stasera chiuderà la carriera Giovanni Van Bronckhorst, ha giocato 4 mondiali e 3 europei, ha sangue moluccano, passato quattro anni nel Barcellona: ha vinto e perso giocando qualunque calcio, con olandesi e con spagnoli. E oggi captain Gio potrebbe sollevare la coppa: l’uomo che se ne va, alza la prima coppa. Il cinismo perfetto di una bella storia. Interpreta l’anima di questa nazionale che vuol essere bella, ma preferisce vincere. Ed ha lasciato a casa lo specchio per soddisfare il suo narcisismo.

«Programmi, scuola e cultura Così vince la “nostra” Spagna»
di Vanni Zagnoli

Nel paese che ormai vince tutto, due italiani hanno successo esportando il know how azzurro. Sergio Scariolo, 49 anni, guida la Spagna del basket e degli iberici ha proprio il look, con abbronzatura e capelli all’indietro. Mauro Mazzotti, 51 anni, romagnolo trasferito a Milano, dirige le Furie Rosse del baseball. Entrambi hanno il doppio incarico.
«Io - racconta Scariolo, in vacanza in Sardegna - durante la stagione sono a Mosca, a guidare il Khimki, d’estate vivo a Marbella. Sono stato nominato ct l'anno scorso, ho fatto canestro al primo tentativo, vincendo gli Europei in Polonia».
Bresciano, Scariolo è l’anfitrione della nostra pallacanestro che da un decennio delude, a parte l’argento olimpico del 2004.
«È risaputo che la componente più competitiva del basket italiano sono gli allenatori. Nelle varie categorie, siamo i più in alto, come livello generale. E non parlo di me».
Inizia la 14ª stagione in Spagna.
«Avevo la sensazione che nella pallacanestro europea quel movimento fosse in crescita, è stata un’esperienza molto bella, sul piano professionale e pure di vita».
Partì da un piccolo club, il Tau Vitoria, paragonabile al Villarreal del calcio.
«Non aveva mai disputato una finale per il titolo, ci arrivammo e fu una grandissima gioia, quasi tutte le prime volte hanno un sapore speciale. Passai al Real Madrid e lì è l’opposto, se ti va bene vinci anche tu: uno scudetto l’abbiamo messo in bacheca, per essere all'altezza di un club che rappresenta l’eccellenza».
Quindi cinque stagioni all'Unicaja Malaga.
«Coppa, campionato e un terzo posto in Europa».
Come vede la finale di Johannesburg?
«Tutti danno favorita la Spagna, a me non piace fare pronostici. Per ora ha dato la sensazione di maggiore solidità e completezza, ha pure difeso molto bene, questo ha fatto la differenza già all’Europeo del 2008, perché la qualità di tocco gli spagnoli l'hanno sempre avuta».
L’attenzione alla fase difensiva è tipica della cultura italiana?
«Noi abbiamo occhio più attento a quanto occorre per vincere, a livello mentale e tattico. In Spagna si cerca di finalizzare al successo l’anima portata a estetica e spettacolo puro».
Al Real ha conosciuto il ct Del Bosque?
«E anche il dg Fernando Hierro. Calcio e pallacanestro coesistono nella polisportiva, Vicente è un tipo molto alla mano e davvero in gamba».
La Spagna sta diventando il Dream Team di tutte le discipline più popolari.
«Il momento è fantastico, anche grazie a coincidenze. Peraltro un paese di 40 milioni di abitanti non può reiterare gli allori per 20-30 anni. La cultura sportiva è davvero radicata nella gente, la loro scuola è incomparabile all’Italia, come base e praticanti: pochissimi cittadini non hanno praticato una disciplina in maniera minimamente impegnata».
Cosa può arrestare il fenomeno?
«Il boom economico è finito da un anno e mezzo. Aveva prodotto quella crescita con allenatori e giocatori stranieri che hanno fatto crescere gli atleti locali. Il regime fiscale favorevole è terminato, era stato fondamentale per far affluire fuoriclasse. Real e Barça sono garanzie, sono due istituzioni solidissime: per imitazione i club rivali cercano di superarle, la loro egemonia è positiva anche per gli altri».
Nel batti e corri, Mazzotti allena anche Rimini. «Ho portato la Spagna al miglior piazzamento di sempre ai Mondiali - spiega -, fra le prime dieci. Era una delle squadre marginali, un anno fa passò il primo round delle eliminatorie, finendo davanti all'Italia. La base è a Barcellona, sono stato laggiù la settimana scorsa: il Mondiale di calcio è seguitissimo, ha fatto risvegliare il patriottismo».
Per Mazzotti cinque sono le parole chiave: serietà, lavoro, programmazione, professionalità e fortuna.
«Negli ultimi 10 anni lo sport iberico ha compiuto passi da gigante. Nel 2007 ha vinto persino la pallavolo, gli Europei con Anastasi. Dobbiamo tenere presente questo loro miglioramento e capire i motivi per cui siamo regrediti: la programmazione è base di qualsiasi affermazione».
Il ct del baseball ha avuto due anni di contratto, a fine mese ai campionati europei di Stoccarda conta di meritare l'estensione.
«Obiettivo prime 4 e qualificazione ai Mondiali».
Per far brillare la Spagna anche sul diamante

Domenica 11 Luglio 2010 18:50

Sud Africa tanto tempo fa. Si pensa la vera culla dell’umanità. Luogo: 50 chilometri a nord-ovest di Johannesburg, nella provincia sudafricana di Gauteng. Una coppia di individui, un maschio e una femmina precipitati, agli albori, da una grotta in una caverna in qualche anfratto, trascinati dall'acqua sul fondo di un lago sotterraneo, seppelliti dal limo fossilizzandosi. Vissuti tra 1,7 e 1,9 milioni di anni fa con caratteristiche molto vicine a quelle del genere Homo (Australopithecus). Ma ci sono anche esemplari datati 3,3 milioni di anni fa. Da quelle parti il fuoco fu scoperto 1 milione d’anni prima.
[Quello che mi son sempre chiesto è come abbiano fatto questi ns progenitori a risalire il continente tra insidie mortali di ogni genere e moltiplicarsi un poco ovunque.]

Sud Africa oggi. Culla di un evento planetario che ha coinvolto miliardi di esseri (senzienti) a volte con grande intensità a volte con fastidio.

Probabilmente sarà una partita dentro una partita. Che almeno giochino come si deve


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It's All Over Now
1-0 x gli spagnoli

Complimenti a
Wesley che si sposerà a breve in Toscana.
Pujol da sempre definito un broccaccio di talento
Iniesta fantasista, persona umanissima, che nei t.s. ha letteralmente trascinato la squadra
Tutti gli spagnoli che probabilmente sono il popolo + vicino a noi in Europa
Eduardo Galeano, scrittore uruguayano, che ha espresso il suo dolore per il fatto che il Mondiale del Sudafrica, cominciato molto bene per le squadre sudamericane, sia finito in una Eurocoppa; domani sarà un altro giorno Eduardo.
A tutti gli amici che hanno seguito questo topic, senza troppo lamentarsi.

Aggiungo un ultimo articolo di Olivari
Il calcio batte i calci

Vince chi prova a giocare a calcio, cosa che non sempre accade. Perde l'intimidazione fisica, tollerata da un arbitro di qualità ma nell'occasione più importante disastroso. Pareggiano gli stili di gioco, quello avvolgente e quello equilibrato, entrambi penalizzati dalle forze ormai al minimo. La Spagna campione del mondo è comunque un messaggio positivo che va oltre una finale piena di episodi, che ogni minuto sembravano far cambiare direzione al risultato.
Senza trovare i significati storici e geopolitici che in questi casi sembra obbligatorio trovare, vuol dire la squadra europea che maggiormente privilegia la creatività (che non è il famoso trequartista non convocato dal c.t. cattivo) e la costruzione può adesso mettersi sul petto una medaglia sul petto da mostrare ai teorici della concretezza e del 'sono stati poco lucidi sottoporta'. Quattro falsi uno a zero di fila per diventare l'ottava squadra a entrare nella leggenda, guidata da un Del Bosque che non ha voluto rubare il palcoscenico ai giocatori nemmeno durante i festaggiamenti. Ha confermato Pedro in attacco, viste le condizioni di Torres (che non a caso si è stirato dopo dieci minuti, quando è entrato), a partita in corso ha tirato fuori la carta già provata nel girone: Navas largo sulla destra, tutti gli altri ad inserirsi. Ha anche messo Fabregas, per meri motivi numerici quinto dei quattro Beatles di centrocampo, che è stato l'artefice del miglior quarto d'ora di gioco (cioè il primo tempo supplmentare) della finale. L'Olanda è stata tatticamente la solita Olanda perfetta vista fin dalla prima partita, ma con un'aggressività che non si era vista nemmeno contro il Brasile. Un'aggressività sfociata presto in intimidazione, complice il metro di arbitraggio di Webb. Ma anche se l'arbitro fosse stato Bruce Lee non avrebbe potuto esimersi dal buttare fuori De Jong per il calcio nel petto a Xabi Alonso a metà primo tempo. Invece il centrocampista del Manchester City è stato in campo fino ai supplementari e la partita si è così trasformata nell'ennesima partita falsata di un Mondiale che avrà almeno il merito di introdurre una minima svolta tecnologica negli arbitraggi. Anche Van Bommel le ha provate tutte per farsi espellere, ma l'onore è toccato solo a Heitinga per il secondo giallo su un fallo di 'sacrificio' su Iniesta. Eravamo sicuri che la Spagna sarebbe stata travolta, in un tipo di partita del genere, invece ha tenuto grazie ai vituperati palleggiatori ed ha rischiato la morte sportiva solo su due contropiede di Robben: sul primo Casillas clamoroso, sul secondo ha scelto Robben di puntare più al gol che all'espulsione di Puyol. Non molte di più le occasioni per la Spagna (Sergio Ramos, Villa, Iniesta) ma infinite le situazioni di pericolo create in undici contro undici. Webb ha impedito il corretto, stando ai falli commessi, undici contro nove forse perchè nessun arbitro al mondo vorrebbe mostrare cartellini rossi in una finale, ma alla fine ha vinto chi insieme al Brasile ha mostrato il gioco migliore di questo Mondiale. Onore all'Olanda, splendido insieme di campioni, gregari intelligenti e picchiatori, che prima della finale ha incontrato solo un avversario del suo livello (insomma, tutto come l'Italia 2006 tranne la coppa alzata), il credito del 1974 e soprattutto del 1978 non è stato ancora riscosso. Su tutto prevale il dispiacere che il torneo sia finito, proveremo nei prossimi giorni a dare un senso al tutto. Anche se possiamo anticipare che un senso non c'è, al di fuori della gioia di guardare qualcosa che interessa in tutto il mondo.

Volevo celebrare inserendo una song appropriata. Me ne sono venute in mente 3, tutte degli anni sessanta (componevano meglio).
Stones: It's All Over Now, It's All Over Now Baby Blue (Dylan performed by Eric Burdon and the Animals), Roy Orbison - It's Over.
Alla fine mi sono orientato su quella dei Rolling. Un rifacimento beat blues tratto da una song rnb di Bobby Womack. Anche xché rimasterizzata con un sonoro decente.

http://www.youtube.com/watch?v=sRA7XAqE ... re=related
Stones: It's All Over Now (Live 1964)

Posto un link con la galleria fotografica del Boston Globe
http://www.boston.com/bigpicture/2010/0 ... _clos.html

alcune foto sono davvero spettacolari...

13 Luglio 2010 12:35

Da un utente

Secondo me la Spagna ha vinto meritatamente, perché quando ha affrontato due grandi squadre, come Germanie ed Olanda, le ha costrette a snaturare un po' il proprio gioco ed a restare sempre sulla difensiva. Gli olandesi si son messi a picchiare come fabbri, con Van Boomell che meritava il titono anti-fair play; sarebbero dovuti restare in 10 0 9 dopo neanche mezz'ora. Eppure hanno avuto due volte con Robben la palla del vantaggio. Sono convinto che se gli dovessero capitare quelle occasioni altre 100 volte, Robben segnerebbe quasi sempre. E' vero che anche la Spagna ha divorato due palle gol colossali con Villa prima e Fabrgas poi, ma è anche vero che son venute sempre prima le occasioni olandesi. La Spagna tiene la palla, ma senza la profondita di Torres (quello vero, non l'ectoplasma di questi mondiali) fatica ad essere veramente pericolosa. Va rivalutata ulteriormente l'eliminazione dell'Italia ad euro 2008 (ed anche in quell'occasione avemmo un'occasione colossale con Camoranesi, mi pare).
In fin dei conti credo abbia vinto la squadra che in generale, l'ha meritato di più-

Altre constatazioni sciocche:

1) Il vero vincitore del mondiale è il polpo Paul, 8 pronostici azzeccati su 8. Speriamo che lo lascino in pace, almeno fino agli europei...
2) L'olanda completa il trittico di finali perse, record negativo. Per la seconda volta arriva in finale con una squadra che il mondiale, come lei, non l'ha mai vinto e per la seconda volta perde tra mille rimpianti.
3) Restano due le finali concluse ai rigori, sempre con protagonista l'Italia: nel 1994 (vittoria del Brasile sull'Italia dopo lo 0-0 dei tempi regolamentari) e nel 2006 (la famosa vittoria sulla Francia dell'Italia dopo l'1-1 dei tempi regolamentari).
4) I porno-propositi delle fan ai mondiali portano male: Bobbi Eden per l'olanda, Vicky Vette per gli USA e Miss Hybrid per l'Ingilterra, oltre allo strip di Larissa Riquelme. Quest'ultima, pur di spogliarsi, pare abbia confermato la promessa in caso di vittoria della Spagna. Ed allora la domanda sorge spontanea: il porno proposito porterà male alle squadre, ma di certo porta bene (piubblicità) a chi le promesse le fa...
5) I veri sconfitti del mondiale sono i contatti Twitter della pornosta olandese Bobbi Eden...

Un saluto a tutti quelli che hanno seguito il topic ed in particolare a xxxxxxxxx che l'ha portato avanti.


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Ho letto tutto d'un fiato


Non ci credo neanche un pò! :asd


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arzach ha scritto:
Il trio d’attacco è micidiale nella sua punta Fontaine (nato in Algeria)


Just Fontaine è nato sicuramente in Marocco.


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