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10 Luglio 2010 01:07
Una finalina inutile. Tranne per le casse Fifa
di Tony Damascelli
Troppe partite, troppo calcio. Lo dicono tutti, dalla Fifa in giù. Poi arriva il mondiale, si gioca, si fatica, si piange, si esulta, si elimina, si arriva alla finale e che ti comibinano gli organizzatori? Rimettono in calendario una partita inutile, dicesi finalina, terzo e quarto posto. Sosteneva, giustamente e perfidamente, Enzo Ferrari, detto Drake:«Il secondo?E’ il primo degli ultimi». Figuratevi il terzo e i l quarto. Il vicecampione del mondo è un’etichetta che non serve a niente, è stata inventata come forma di consolazione: sai non ho vinto però... Così gli italiani sono quattro volte campioni del mondo e due volte vice e sempre contro il Brasile. Ma il terzo posto di Italia ’90 chi se lo ricorda? Forse Totò Schillaci che vinse l’inutile,anche quella, classifica dei marcatori detti anche tiratori scelti. Ma non altro. Dunque sabato Germania e Uruguay fanno passerella, ripensando all’occasione perduta, a quel tiro sbagliato, a quella parata decisiva, a quel colpo fortunato (dell’olandese) . Si ritrovano come quarant’anni fa ma allora all’Azteca di città del Messico si contarono centoequattromila spettatori, roba da non credere, non dotati di vuvuzelas ma pronti a tifare per i tedeschi reduci dalla storica, epocale semifinale contro l’Italia e gli uruguagi della Celeste che le avevano prese da Pelè e dal Brasile. L’arbitro, in onore nostro, fu Antonio Sardella, un gol soltanto decise la partita, lo realizzo Wolfgang Overath e chi ne ricorda posture e dribbling pensa di averli rivisti in Oezil. Qui siamo nella nostalgia e nel fantacalcio. Dicevo dell’inutilità di questa finale,detta per l’appunto finalina. Non fa storia ma soltanto cronaca, non serve alle due federazioni, ai due allenatori ma serve soltanto ad aumentare il denaro incassato dagli organizzatori, compresi i diritti televisivi. I calciatori, già sfiniti e demoralizzati, proveranno ad onorare l’appuntamento ma i pensieri di tutti saranno già rivolti al giorno dopo. Che non sarà un altro giorno, come diceva la Rossella O’Hara, ma il giorno di Spagna-Olanda, quella sì, finale, finalissima, finalona e non finalina.
Faccio una aggiunta. Come al solito nell’articolo Damascelli rilascia perle di perfidia, ma ogni tanto dimentica qualcosa. Nel ’58 la finalina fu una partita furibonda. Fra-Ger Ovest 6-3. I tedeschi forse non ne avevano voglia poi quando s’accorsero che stava venendo fuori una disfatta di proporzioni bibliche con Rahn cercarono di metterci una pezza. I Francesi invece dovevano vendicarsi di tutto e di più, visto che dai tempi di Carlo Magno e forse prima i vicini gliel’hanno sempre messo in quel posto.
Uruguay e Germania si consolano
La riforma arbitrale della Fifa, votata alla linea verde, ha preso in contropiede il nostro sistema calcistico che sembra andare in direzione completamente opposta con il varo di un nuovo organico tecnico, quello dedicato alla B. Alle griglie esistenti se n’è aggiunta un’altra. Per fischietti e sbandieratori sarà ancora più difficile esordire a 25-26 anni nella massima serie ed entrare nella lista degli internazionali entro i 30 anni. Come sta succedendo in altri Paesi. Che questo sia il progetto futuro, l’ha affermato con chiarezza il segretario generale della Fifa, Jerome Valcke. Basta ascoltarlo: «Il gioco è cambiato, è diventato terribilmente più veloce. E gli arbitri sono più vecchi dei giocatori. Noi dobbiamo aiutarli, dobbiamo fare qualcosa per venire loro incontro a gestire meglio le partite. È questa l'ultima Coppa del Mondo diretta con l’attuale sistema». In altre parole la Fifa vuole lasciare spazio ad arbitri giovani quasi quanto i calciatori e, hai visto mai, mettere loro a disposizione un poco di tecnologia nei casi più controversi: dai gol fantasma ai fuorigioco. Ne sapremo di più durante la riunione dell’Ifab, l’unico ente abilitato a cambiare le regole del calcio, che si terrà a ottobre nella città di Cardiff.
Resta la questione italiana che si ritrova con arbitri di media età e, in questo semestre, avrà due fischietti in meno fra gli internazionali, vale a dire Rosetti, passato armi e bagagli nel gruppo dei designatori, e Trefoloni, dimessosi per evitare la retrocessione in B. Marcello Nicchi s’è preso una grande responsabilità nel momento in cui ha raddoppiato il proprio incarico: non solo presidente dell’associazione, ma anche garante dei due nuovi designatori di A e B. A lui toccherà far decollare la nuova riforma che, almeno a priori, tarperà le ali agli arbitri più giovani. Mentre la Fifa, attraverso una serie di talent-scout, andrà a cercare in ogni parte del mondo fischietti giovani, preparati e di personalità. Come era stato lo slovacco Michel. E come oggi sono il 32enne uzbeko Irmatov e il 34enne magiaro Kassay, gli arbitri delle semifinali mondiali. A 40 anni s’è quasi da pensione, ecco la grande novità
Sabato 10 Luglio 2010 10:33
Posto un articolo sulle tattiche usate in questo mondiale, uscito ieri sul Guardian. La traduzione che ho fatto non è proprio esemplare però comprensibile.
Reattività olandese e proattività spagnola.
Domanda: Quali sono state le lezioni di tattica di Coppa del Mondo 2010?
La Spagna ha adottato la formula del Barcellona, che sembra essere la via giusta x una squadra di club.
Questo è stato il torneo del 4-2-3-1. Questa mossa è quella + pagante nei clubs di calcio da qualche tempo, peraltro, può essere che il 4-2-3-1 cominci ad essere soppiantato dalla variante 4-3-3, ma il calcio internazionale di questi giorni è in ritardo rispetto al gioco dei clubs, questo torneo ha confermato la tendenza che ha cominciato ad emergere ad Euro 2008. Anche Michael Owen sembra averlo notato: il 2008 come punto di non ritorno.
Le formazioni sono una cosa, il loro lavoro qualcosa di altro, e ciò che è stato evidente in Sudafrica è stata la vasta gamma di 4-2-3-1.
La Spagna finalmente si è confrontata con la Germania, smettendo di spremere Fernando Torres e David Villa in contemporanea, giocherellando con una linea a tre, lasciando invece indietro Xavi e spingendo in avanti Andrés Iniesta e Pedro a guisa di un 4-2-1-3. Questa sembra essere la via che il football sta prendendo. Ha attaccato molto coi terzini e ha pressato alto, in sostanza con la formula del Barcellona.
Ci sono quelli che protestano contro la mancanza di gol degli iberici che sono un classico esempio di una squadra che preferisce controllare il gioco invece di ossessionarsi nella creazione di occasioni. Forse a volte si ipnotizzano coi loro stessi passaggi, forse c'è anche qualcosa di logorante in ciò, con gli avversari tenuti bassi fino a quando non commettono l'errore, ma è proprio un bel logorare. Coloro che hanno protestato l’attuale Olanda e il presunto tradimento del patrimonio del calcio totale, che viene dipinto come il non plus ultra del calcio offensivo, dovrebbe forse guardare indietro alle finali europea di Coppa del 1971-1973, quando l'Ajax espresse gran superiorità tenendo la palla per lunghi periodi. Francamente, non vedremo mai otto uomini seduti dietro la palla, è facile che attaccheranno apertamente la Spagna.
Il che ci porta verso la Germania. Anche loro giocano un 4-2-3-1 e, anche se Philipp Lahm si rompe in avanti di tanto in tanto, il loro è essenzialmente un set-up difensivo. Anche in questo caso gli obiettivi sono un qualcosa che tradisce, lodi forse sconcertanti sul loro presunto approccio fresco e aperto, solo perché han segnato tre volte quattro gol in tre partite. Questa Germania è stata superba in contropiede, e l'interazione dei quattro davanti Miroslav Klose, Thomas Müller, Lukas Podolski e Mesut Özil è stata a volte mozzafiato. Questo era calcio reattivo.
In tre partite, la Germania ha segnato per prima - contro l'Argentina e l'Inghilterra, il goal è stato sostanzialmente consegnato a loro - in quei giochi hanno approfittato senza pietà dello spazio che gli avversari gli lasciavano mentre inseguivano il pareggio. Inghilterra, Argentina e Australia han tutti difeso stupidamente contro di loro, e sono stati severamente puniti. Nelle altre tre partite, le squadre han difeso decentemente contro di loro e il gol ha fatto fatica ad arrivare. In quei giochi la Germania ha gestito un unico obiettivo, con un wonder-strike, Ozil. Contro la Spagna, la loro povertà di idee era tale che han finito col spedire Mertesacker in avanti come attaccante ausiliario, un'idea così priva di finezza che l'unica volta che mi ricordo è è stato quando Dennis Smith mandò Gary Bennett in avanti per il Sunderland contro Oxford nel 1990.
Reattività, infatti, è stata una caratteristica di questa Coppa del Mondo, che è una delle ragioni per cui la proattività della Spagna è così benvenuta. E ' probabilmente troppo presto per mettere in evidenza come tendenza definita, tendenza che sembrava ben avviata nel 2004, quando José Mourinho (Porto) ha vinto la Champions League e la Grecia ha vinto il campionato europeo. Dopo il successo di Mourinho con l'Inter, può essere che il grande boom creativo degli ultimi dieci anni stia volgendo al termine.
Olanda e Argentina giocano in effetti come squadre spezzate, anche se con efficacia, la prima un 4-2-3-1, la seconda un 4-3-1-2. Alcuni giocatori sono stati chiaramente designati a difendere, altri ad attaccare, con molto poco per collegarli. Il fascino di questo approccio è comprensibile, perché con il tempo limitato a disposizione per gli allenatori, è difficile sviluppare sofisticati sistemi (la Spagna ha tratto beneficio dal fatto che molti dei loro giocatori giocano per una stessa compagine, e che hanno sostanzialmente giocato allo stesso modo , con varianti minori, per quattro anni) , una semplificazione è auspicabile.
Il modo con cui Nigel de Jong e Mark van Bommel hanno protetto la schiena traballante dell’Olanda quattro volte è stato ammirevole, ma può rendere una squadra statica facendo affidamento solo sulle capacità di un paio di individui (Arjen Robben e Wesley Sneijder, Lionel Messi e Carlos Tevez). E se gli attaccanti non fanno il monitoraggio indietro, tutto il sistema può facilmente essere turbato da un interruttore da centrocampo, come ad esempio Bastian Schweinsteiger ha fatto vedere contro l'Argentina.
Anche il Brasile ha avuto reattività con gli olandesi, spesso seduti in profondità, la pressione solo quando l'avversario era a metà strada. Hanno svolto un angolato 4-2-3-1 che aveva il vantaggio di ottenere Robinho in una posizione vantaggiosa. Anche se è capitolato miseramente nella seconda metà del match, e anche se hanno un totale disprezzo per lo stereotipo samba, hanno avuto senza dubbio i più forti laterali nel mondo degli ultimi quattro anni, vincendo la Coppa America, Confederations Cup e in testa alla classifica di qualificazione Conmebol. Però non han mai incontrato la Spagna son state grandi occasioni perse.
Poi c'è il Ghanas '4-2-3-1, con i cinque centrocampisti imballati in profondità e Asamoah Gyan attaccante in solitario, bravi a liberarsi in modo bruciante , questo suggerisce che potrebbero effettivamente divenire una forza negli anni a venire. Il Giappone ha giocato un 4-2-3-1 con un falso nove, quasi abbracciando la storica mancanza di flair a centrocampo (due calci di punizione, brillanti, più un break contro la Danimarca non fanno improvvisamente di loro una forza creativa, anche se Keisuke Honda offre una grande speranza per il futuro).
L'ascesa del 4-2-3-1 ha avuto effetti a catena. Gli attacchi coi terzini sono diventati più rari - e la differenza di atteggiamento di queste coppie di esterni sarà probabilmente la grande differenza tra i due 4-2-3-1, che si incontreranno in finale. Abbiamo anche scoperto che l'intento di alcune squadre è stato solo un cercare di sopravvivere, con una partita a reti inviolate, vedi quello che l'Uruguay ha fatto contro la Francia, la Corea del Nord contro il Brasile, e la Nuova Zelanda su base regolare.
Ancora una volta, la predisposizione ad assorbire la pressione è stata in qualche modo, se non ispirata, almeno incoraggiata dal successo dell'Inter a Barcellona. Si è dimostrato che una squadra tecnicamente inferiore potrebbe, con disciplina e industriosità, sopportare un assalto prolungato.
È quella stessa battaglia tra reattività e proattività che verrà combattuta Domenica, e per una volta, per questa volta, gli olandesi dovranno esprimersi come forza distruttiva. (Jonathan Wilson Friday 9 July 2010 13.22 guardian.co.uk)
Sabato 10 Luglio 2010 10:55
La polisportiva Furie Rosse aspetta la grande incompiuta
di Tony Damascelli
Alonso, Contador, Lorenzo, Gasol, Nadal, soltanto per rimanere tra i contemporanei. Come ti muovi ti incornano. Gli spagnoli vanno che è un piacere, vincono da singoli e in squadra, in bicicletta, in moto, in Formula 1, a basket, su terra rossa e a Wimbledon, in vasca. Quattro coppe Davis di tennis, un mondiale di pallacanestro, due di pallanuoto, varie cose al Tour, al Giro, nei gran premi di motociclismo e di automobilismo, in prima fila dovunque e comunque, da sempre.
Accadeva, però, un fatto strano soltanto nel football, territorio nel quale i club di Spagna, Madrid e Barcellona per dire i più grandi, hanno portato a casa dodici coppe dei Campioni, dunque dominando. Accadeva però che, smessa la camiseta blanca o blaugrana, indossata quella rubia, intendo nel football che coinvolge la nazionale, le Furie Rosse spesso diventassero poco furiose e tendenti a un colore meno sanguigno. Non bastava il cognome, Di Stefano o Suarez, occorrevano “huevas Y goles”, né gli uni (uova è femminile ma il significato o la traduzione vanno al maschile), né gli altri.
Un titolo europeo vinto sull’Unione Sovietica 2 a 1, nel Sessantaquattro, giocato in casa con finale al Bernabeu di Madrid davanti a 125mila persone, tra strepiti e polemiche politiche dopo il rifiuto spagnolo di affrontare la stessa Urss, quattro anni prima, sempre per dissidi ideologici; un altro Europeo perso a Parigi contro la Francia di Platini vent’anni dopo, il secondo titolo continentale due anni fa a Vienna sulla Germania, un oro alle Olimpiadi del 1992 (in campo Pep Guardiola), non altro, tanto da meritarsi l’etichetta internazionale di “grande incompiuta”. Non ce l’ha fatta Muñoz che portò nove titoli e due coppe dei Campioni al Real Madrid, non ce l’hanno fatta Kubala e Suarez, Camacho e Clemente. Poi Luis Aragones ha compiuto il primo vero miracolo, l’Europeo vinto in Austria, la Spagna che sale sul podio più alto, la crescita di una generazione fresca, fatta in casa, soprattutto in Catalogna, laddove la Spagna è “un’altra”, terra bellissima e diversa, comunque banca tecnica inesauribile.
Luis Aragones ha lasciato un’eredità pesante. Lo stesso capitò ad Aimè Jacquet che aveva vinto il titolo mondiale con la Francia nel 1998, passando l’incarico a Roger Lemerre. Costui andò a ribadire la supremazia della nazionale di Zidane e Trezeguet, due anni dopo, in Olanda, battendo con il golden gol l’Italia di Zoff. Vicente Del Bosque non ha fatto rivoluzioni e per questo la Spagna è maturata e va a giocarsi la storia. La storia del football, avendo già scritto quella delle altre discipline sportive. L’invasione degli stranieri ha finito per stimolare il vivaio indigeno, la qualità della Liga non è concentrata soltanto nei due club storici, Barcellona e Real Madrid come conferma il recente successo dell’Atletico di Madrid nell’Europaleague. La maturazione di alcuni talenti, Fabregas, Xavi, Iniesta, l’esplosione di altri della cantera catalana, Busquets, Piquè, Pedro, ha completato l’opera della federazione condotta da un presidente bizzarro, Villar, ex calciatore, un tipo tosto, energico, provocatore, alla Zamparini se è obbligatorio portare un paragone nostrano. Basco di Bilbao, ex dell’Athletic con il quale vinse una coppa di Spagna, vicepresidente dell’Uefa e della Fifa, capo della commissione arbitri dell’Uefa, Villar raccoglie con gli interessi il lavoro incominciato nel Duemila. Ma è necessaria un’ultima azione, un ultimo attacco. Il polpo ieri ha emesso la sentenza, ha posato i suoi tentacoli sulla bandiera giallorosa. Finora non ha sbagliato una previsione. Se non sarà così el pulpo Paul farà una brutta fine.
Gli unici due precedenti in partite ufficiali tra Olanda e Spagna risalgono alle qualificazioni agli Europei del 1984:
Siviglia, 16 febbraio 1983
SPAGNA-OLANDA 1-0
(Señor rig.)
Rotterdam, 16 novembre 1983
OLANDA-SPAGNA 2-1
(Houtman, Gullit; Santillana)
Comprendendo le gare amichevoli i precedenti tra Olanda e Spagna sono 8: 4 vittorie olandesi, 3 iberiche e un pari.
«Tutti a puntare sulla difesa e non si segna più» Il pensiero di Ancelotti
di Franco Ordine
Caro Ancelotti, ma che mondiale è stato?
«È stato il mondiale dei tanti non. Non è stato spettacolare, non è stato marchiato dalle grandi stelle, non ha valorizzato il lavoro di qualche nobile ct. Mi sembra possa bastare».
D’accordo: ma quali le spiegazioni?
«Mi pare che i due fattori, intrecciati a filo doppio tra loro, costituiscano la spiegazione assoluta. Le grandi nazionali hanno puntato tutto sulle grandi stelle, le grandi stelle sono rimaste al buio ed ecco la notte lunghissima del mondiale».
Lei sta parlando di Messi...
«Non solo. Parlo di Cristiano Ronaldo, di Kakà, di Rooney».
A proposito: come l’hanno presa in Inghilterra?
«Malissimo: tutto il paese è finito sotto choc. C’erano grandi aspettative, erano convinti che sarebbero arrivati tra i primi quattro».
Capello come se l’è cavata?
«Qui non hanno dato la caccia al ct, ma è stato il Paese tutto a rimanere annichilito. E devo dire che le spiegazioni fornite non mi hanno convinto. Dicono: giocatori stressati. Mi chiedo: la differenza può essere rappresentata dalla mancata sosta natalizia? No, non può essere. Tutti i calciatori del mondiale si sono presentati con 60 partite nelle gambe».
E l’Olanda? Non gioca troppo all’italiana?
«Tante squadre hanno puntato tutto o quasi sulla organizzazione difensiva tralasciando il resto. Pensate per esempio al Brasile con 7 giocatori dedicati a difendere e 3 contropiedisti in avanti. È stata una tendenza diffusa, con una sola nobilissima eccezione: la Germania che ha esaltato anche il gioco d’attacco. Perciò abbiamo visto poco spettacolo».
Anelka rimpatriato perché ha mandato a quel paese il suo ct: se l’aspettava?
«Di calciatori irrequieti ne ho avuti, ma l’ultimo da cui mi sarei aspettato una reazione del genere è proprio lui, Anelka. Gli è scattata l’ignoranza, come dicono dalle mie parti. Appena torna gli chiederò spiegazioni: mi porto avanti, se dovesse succedere a me».
Capitolo Italia: qui hanno messo Lippi sulla graticola...
«È il plastico risultato del calcio italiano: nessuno, dotato di buon senso, poteva immaginare che la nazionale potesse regalarsi un’altra impresa. Senza che nel frattempo, durante i 4 anni, fosse venuto alla luce qualche fuoriclasse valorizzato dal campionato. È accaduto quello che ho vissuto nell’86 in Messico: stesso impianto, pochi giovani lanciati, uno su tutti, De Napoli, qualche partita di Vialli. Io feci il turista».
Lo sa che lo hanno inseguito nei porti per insultarlo?
«Dite a Marcello di andare orgoglioso per quello che ha realizzato nella sua carriera».
E Prandelli successore?
«Il tecnico ideale. In questo momento c’è bisogno di gioventù e di entusiasmo. Cesare può garantire entrambe le qualità».
L’uomo del mondiale?
«Sneijder ha fatto la differenza nell’Olanda trascinandola in finale. Dopo di lui c’è David Villa».
E il ct del mondiale?
«Scelgo Del Bosque. È il più equilibrato, il più saggio, il più corretto anche negli atteggiamenti in panchina, il più calmo».
La partita del mondiale?
«Ghana-Uruguay con quel rigore sbagliato all’ultimo secondo. E io ho pianto insieme con il mio Essien».
Il gol del mondiale?
«Quello che deciderà la finale. Io voto Spagna».
Come si combatte il declino del calcio italiano? «Con una ricetta semplice semplice: 1) fare la legge sugli stadi nuovi; 2) fare una lotta spietata e senza quartiere alla violenza».
Com’è andato l’incontro a Miami con Ibrahimovic?
«È stato occasionale e non abbiamo discusso di mercato, questo lo garantisco. E sa perché? Perché se uno ha come centravanti Drogba che ha fatto 37 gol, mi dite perché dovrebbe cercare qualcun altro?».
Obiezione accolta: ma neanche Kakà le piacerebbe?
«Kakà farebbe al caso mio. Con lui ho parlato spesso. Mi ha raccontato il perché del suo mondiale in chiaroscuro: si è allenato poco e male per via della pubalgia. Purtroppo non può venire: primo perché il Real non vuole cederlo, secondo perché ci vorrebbero il suo consenso al trasferimento, terzo perché sarebbe una operazione da molti milioni di euro. Nessuna delle tre condizioni esiste».
Anche da voi in Inghilterra c’è la crisi: poco calcio-mercato...
«Spende solo il Manchester City, Roberto Mancini sta attrezzando uno squadrone. Vedrete: prenderà anche Kolarov e Dzeko».
Se l’aspettava Allegri al Milan?
«Non mi ha spiazzato la notizia. Ha fatto giocare bene il suo Cagliari e credo abbia la motivazione giusta».
Ma lei non ha fatto il tifo per..
«Per Mauro Tassotti e non lo rinnego. So che resterà e questo aiuterà Allegri».
Visto in foto a Miami è un po’ ingrassato?
«Sì, di due etti».
Possiamo chiudere con una domanda sulla separazione da sua moglie Luisa?
«Il privato è terreno minato»
Sabato 10 Luglio 2010 16:37
Stasera x l’ultima volta è di scena Joachim Low con quella sua maglietta fine
GIULIA ZONCA
Anche stasera Joachim Low si presenterà sul campo di Durban con il suo maglioncino blu. C'è stato un serio dibattito sul colore, pervinca (troppo ricercato per essere vero), turchese (bah, almeno secondo il daltonico addetto stampa della federazione tedesca), violetto (ma non si può dire perché un portafortuna viola non si è mai visto), lilla (il lilla che invoglia) e via inseguendo gradazioni di desiderio. L'alternativo Low è diventato l'uomo più amato del Mondiale, ha incantato entrambi i sessi. Non a caso, per qualcuno, ricorda Renato Zero da giovane. Piace alle donne, piace ai gay, lui è sposato ma la signora non è ancora comparsa in Sudafrica. Secondo alcuni è un latin lover, per altri un agnostico malato di pallone. Non si sa, non si capisce, ma ha abbandonato la camicia bianca, maniche arrotolate, molto american boy, lanciata da Klinsmann come divisa dello staff nel 2006, ed è passato al colore. Grazie. Vivacità. Già un gusto che ci piace, di qualunque colore sia.
Storie di ieri, ma buone anche x domani
Rensenbrink, l'eroe maledetto ora è un fantasma
La Fifa lo ha invitato ma da due anni è scomparso nel nulla
GIULIA ZONCA
Nel momento della resa dei conti manca l’uomo che li può chiudere: Rob Rensenbrink, il nome con cui l’Olanda ha archiviato un ciclo di gloria senza vincere nulla. Rob, uomo serpente, nel 1978 ha centrato il palo nell’ultimo minuto buono per diventare campioni nella finale persa con l’Argentina. L’occasione si ripresenta solo 32 anni dopo. Senza di lui. Non si trova, è scomparso, si è nascosto perché tanto la sua storia non si può aggiustare, comunque vada domani. Poteva essere l’idolo di una nazione, poteva essere Mario Kempes e invece è il simbolo di un successo abortito.
Un rimpianto ambulante. Amsterdam lo ha cercato per invitarlo alla festa post finale, la Fifa lo voleva tra gli ospiti, una radio olandese ha messo su una maratona stile «Chi l’ha visto» in cui non ha raccolto che bufale. Lo davano barricato in una casa affacciata sul canale senza ingresso via terra, in Belgio, dove ha giocato per tutta al carriera, in Francia sotto falso nome, ogni pista si è persa nell’assurdo. L’uomo serpente non c’è, non ne vuole sapere e pazienza se la generazione Sneijder ha detto di giocare anche per lui. Rob con questa finale non c’entra e l’Olanda dovrà farsene una ragione.
Rensenbrink era un talento timido, dicevano che fosse come Cruijff senza però un minimo di fiducia in se stesso. Lo chiamavano uomo serpente perché era un contorsionista e mandava in bambola gli avversari. Il pallone lo seguiva sempre.
Fa il suo esordio in Oranje proprio nel 1974, in uno dei due Mondiali da favola con finale da incubo. Allora non doveva essere titolare, è entrato in campo grazie a una delle tante risse «dutch»: Johan Cruijff litiga con Piet Keizer e il ct Rinus Michels cambia l’attacco. Rensenbrink fa bella figura e il carattere introverso lo aiuta. Crujiff non si sente minacciato e dà il meglio. In semifinale l’uomo serpente si fa male, il tecnico lo rischia con la Germania, ma lui non sta in piedi. Esce alla fine del primo tempo.
Pazienza, non è il suo Mondiale, ha tempo. Con l’Anderlecht vince (i campionati prima del 1974, le coppe prima del 1978), ai Mondiali argentini è pronto per essere protagonista però il ruolo non gli piace. Segna e si defila, firma persino il gol numero mille della Nazionale (in una partitaccia contro la Scozia) e quando arriva in fondo, davanti all’Argentina, è l’alterego di Kempes. Cinque reti (4 su rigore), esperienza, attenzione: è il momento di passare alla dimensione mito. Va in vantaggio l’Argentina (proprio Kempes), pareggia l’Olanda (Nanninga), poi tocca a lui. La palla buona arriva nel momento migliore, 90’, numero tondo che chiama la perfezione. Tutto tornerebbe: l’Arancia meccanica, la squadra del calcio totale sta per prendersi la rivincita sul destino, sta per oscurare il 1974 e Krol serve Rensenbrink, libero e solo davanti alla porta. Rob prende il palo in pieno e guarda il pallone rimbalzare mentre sta sdraiato a terra. Mentre sta già fuori. L’Argentina di Kempes vince 3-1 ai supplementari, l’Olanda di Rensenbrink torna all’agonia. Eterna incompiuta.
Rob gioca ancora qualche partita, si trasferisce in America, chiude la carriera in Francia e mette via quel che gli serve per poter stare alla larga dal pallone. Non diventa tecnico, né dirigente, neanche spettatore. Però fino a due anni fa è sempre stato disponibile a ripetere frasi come: «Per l’Olanda continuerò a prendere il palo per tutta la vita», «Meno di 5 centimetri e avrei modificato la storia del calcio», «Se avessi segnato avrebbero annullato il gol, doveva vincere l’Argentina».
Stavolta sta zitto e lontano. Non farà da boa per l’Olanda che vuole girare al largo dal passato e cambiare finale. Quel gol mancato se lo è lasciato alle spalle: che la Nazionale di oggi trovi la sua strada. Non c’è bisogno di guardare indietro.
Olanda o Spagna, il nuovo socio
Blatter: «L'aria fresca fa bene»
ROBERTO BECCANTINI
Il confine che separa il club esclusivo dalla lobby è troppo sottile, a volte, per non alimentare cattivi pensieri. Non sarà il caso della Fifa e del suo Mondiale, ma tant’è: meglio così. Meglio, voglio dire, l’ingresso di un nuovo socio, l’ottavo in ottant’anni. E non solo per una questione di vil denaro, anche se i 20,5 milioni di euro che si porterà a casa proprio una mancia non sono. Con l’Olanda o la Spagna, citate in rigoroso ordine alfabetico, il calcio si accinge a investire nel diverso, nell’inedito. Non sempre, per rifulgere, la meritocrazia ha bisogno della democrazia, penso alle doppiette dell’Italia di Vittorio Pozzo e del Brasile di Pelé e Garrincha, ma nello stesso tempo un posto a tavola in più e un cameriere in meno aiutano a cementare il concetto del menù aperto, del pasto libero.
L’Olanda aveva già tentato di iscriversi in due occasioni, nel 1974 e nel 1978: in entrambi i casi, però, aveva sbattuto contro il galateo dei padroni di casa, la Germania più forte di sempre e l’Argentina più tiranna di ogni epoca. A Buenos Aires, l’arbitro era l’italiano Sergio Gonella. Non si coprì di gloria, ma fu il palo colpito da Rensenbrink a un pugno di secondi dal 90’ a orientare la storia. Come gli olandesi, neppure gli argentini erano abbonati: si tesserarono sul momento, fra i baffetti del truce Videla e le sigarette del serafico Menotti.
La Spagna è un caso completamente anomalo. D’accordo, i francesi vennero accettati soltanto nel 1998, e per giunta in casa loro, ma in precedenza avevano compilato fior di moduli: terzi nel 1958, semifinalisti nel 1982 e 1986. Il rapporto che lega la Rossa ai Mondiali non è mai, semplicemente, esistito: ecco qua il paradosso, se pensiamo al peso che gli spagnoli conservano nelle coppe e nell’Europeo, di cui si sono aggiudicati la seconda edizione, nel 1964, e l’ultima, nel 2008. Prigioniera del quarto posto del 1950, in Brasile, la vincibilissima «armada» non aveva mai superato i quarti di finale.
Il sogno di Sepp Blatter non coinvolgeva né l’Olanda né la Spagna. Il sogno, di dominio pubblico, puntava alla prima africana in semifinale. L’ha sfiorato. Ghana «solo» nei quarti, come il Camerun 1990 e il Senegal 2002. A tirarlo su di morale, mormorano i cortigiani, è stata proprio la finale nuova di zecca. «Ogni tanto - ha confidato - un po’ d’aria fresca fa bene. Con tutto il rispetto per il solito Brasile, la solita Italia e i soliti tedeschi». Insomma: se vince sempre il Brasile gatta ci cova, mentre se per una volta tocca a olandesi o spagnoli evviva il calcio pulito, per carità, questi sono argomenti da bar sport. Naturalmente, ognuno sarà libero di interpretare il fenomeno come crede: è un segno di livellamento in basso, alla luce del crollo di Italia e Francia e del calo di Brasile e Argentina; è un segnale di livellamento in alto, vista l’ascesa del secondo stato.
Per Johan Cruijff, avvicinato da una radio di Madrid, «la vittoria di Olanda o Spagna porterà a una visione del calcio più tecnica, più umana. Non che siano depositarie del verbo, ma a modo loro si sforzano, sempre, di far vincere l’idea e non l’ideologia». Prendiamo le ultime cinque finali: 1990, Germania-Argentina; 1994, Brasile-Italia; 1998, Francia-Brasile; 2002, Brasile-Germania; 2006, Italia-Francia. Olanda-Spagna - affidata all’inglese Howard Webb, classe 1971, ex poliziotto, arbitro dell’ultima finale di Champions tra Inter e Bayern - sembra davvero piovere da un altro cielo. Giusto che il biglietto «costi». L’Inghilterra è ancora lì che deve rispondere del gol fantasma estratto nel 1966. Certo, se si pensa alla Grande Ungheria del 1954 viene il magone. Nessuna squadra avrebbe meritato il titolo come quella: così forte, così bella, così trasversale. Cadde sui tedeschi, che pur di rifiutarle l’iscrizione non indugiarono a impiegare timbri chimici.
Spagnoli, per me han paura
La Spagna ringrazia: "Forti per merito degli olandesi"
Il Barça ha avuto in 17 delle ultime 22 stagioni un tecnico arancione. Puyol: «Mi hanno insegnato tutto»
MARCO ANSALDO
A lezione dal nemico. Se il Barcellona, che forma l’ossatura della Nazionale, ha avuto un tecnico olandese per 17 delle ultime 22 stagioni, nella nuova Spagna c’è inevitabilmente un germe importato dal Paese che domani sera gli spagnoli dovranno battere. «Tutto quello che so del calcio l’ho imparato da Van Gaal e da Rijkaard, due olandesi», ammette Carles Puyol, il capitano del Barça, l’uomo che rappresenta la sicurezza difensiva come fu Cannavaro per l’Italia di quattro anni fa. Van Gaal e Rijkaard. E prima di loro Cruijff.
È dal 1988 che, salvo una breve parentesi e con l’ultimo biennio di Guardiola, la filosofia di gioco che produsse il calcio totale ha attecchito in Spagna cambiando uno stile. «Sono tecnici che hanno accettato la regola che c’era da noi di lanciare i giovani e hanno trasmesso al nostro mondo l’idea di arrivare alla vittoria attraverso un gioco bello ma molto organizzato», aggiunge Puyol. «Probabilmente il nostro era un terreno fertile. In Spagna si è sempre chiesto di giocare bene».
Cruijff sta lassù. È il padre ispiratore, oltre che presidente onorario del club catalano. «Noi che eravamo ragazzini quando allenava ci siamo entusiasmati per le vittorie del Barcellona e per il gioco che si trasferiva nelle squadre giovanili - ricorda il difensore -. Negli anni successivi l’abbiamo sentito sempre molto vicino: quando qualcosa non funzionava in campo, arrivavano i suoi giudizi attraverso i giornali o dai dirigenti che avevano più contatti con lui. Ci sorvegliava».
Anche il gioco di Guardiola che ha incantato il mondo un anno fa e che si è trasferito di peso in Nazionale, un gioco che punta sulla tecnica, sul movimento e sul possesso della palla, dicono sia figlio degli insegnamenti di Cruijff a uno dei suoi migliori allievi. Ma per la generazione che ha portato in alto la Spagna sono stati più importanti Van Gaal e Rijkaard, e un po’ anche Guus Hiddink che prese in mano il Real Madrid con Casillas giovanissimo. Casillas esordì l’anno successivo alla partenza dell’olandese «ma partecipai ad alcuni allenamenti con lui, era molto preparato», dice il portiere.
«Van Gaal è l’uomo che mi ha lanciato - spiega Puyol -, facevo il terzino, gli piaceva la mia forza e il mio spirito combattivo. Mi ha insegnato a stare in campo e certe sue lezioni le ricordo ancora adesso». Come è per Xavi, indicato da Platini come il più degno per il Pallone d’Oro nella nuova versione, accorpato al premio della Fifa. Van Gaal lo mise in prima squadra a 18 anni, a 19 era già il titolare fisso. Rijkaard fece lo stesso con Victor Valdes e con Iniesta. I cinque anni dell’ex milanista sulla panchina del Barcellona produssero effetti che si notano in Nazionale. «È l’allenatore che ha abituato a giocare con il 4-3-3 che noi abbiamo adottato in questi anni», sostiene Sergio Busquets, la novità più importante rispetto alla squadra che vinse l’Europeo due anni fa. La scuola olandese e il talento spagnolo. Può essere la ricetta del Mondiale.
Pizza e catalano, la via spagnola alla gara della vita
Vicente Del Bosque ha già chiesto ai suoi giocatori il premio per il Mondiale: «Se vinciamo permetterete a mio figlio di salire con noi sul pullman per le strade di Madrid?». Ovviamente gli hanno detto di sì. Non per piaggeria. È che la storia di Alvaro, quel ragazzo affetto dalla sindrome di Down e così innamorato della Nazionale, ha catturato la squadra allo stesso modo del buon senso di suo padre, il Seleccionador. Un uomo tranquillo e disponibile tra gente normale che ha festeggiato la vittoria sulla Germania nell’unico locale decente di Potchefstroom, il «Primo Piatto», una pizzeria che di italiano ha il nome e qualche vecchia foto. «I giocatori si sono seduti a un tavolo non lontano dal nostro - racconta Cristina Cubero, inviata del "Mundo Deportivo" -, tutto quello che ci siamo detti non riguardava il calcio, o l’Olanda. Viviamo tutti insieme una cosa nuova e vogliamo viverla bene». Neppure il furto subito da Pedro e Busquets negli spogliatoi di Durban ha guastato l’umore. «Se bastasse a vincere la finale direi ai ladri di provarci di nuovo», ha ironizzato il centrocampista del Barça.
C’è un’atmosfera insolita. È come quando arrivi a una cerimonia e non sai bene come comportarti. Gli spagnoli hanno giocato molte finali con i club e hanno vinto l’Europeo soltanto due anni fa però questa è una cosa diversa. «È come quando Indurain vinceva il Giro o il Tour - confessa Julian Redondo, il cronista de "La Razon" che segue i Mondiali dal 1982 -. Siamo noi al centro del mondo dopo gli anni in cui dovevamo occuparci degli altri, persino quando avevamo buone squadre come nel ’94 quando se Julio Salinas avesse segnato saremmo passati noi, invece sul contropiede passò l’Italia». L’ultimo giorno prima di partire per Johannesburg non è un giorno qualunque. La palestra dell’Università trabocca di gente per l’ultima conferenza stampa nel ritiro. Ci sono almeno 300 persone. «Adesso capiamo cosa ci sta succedendo», si lascia sfuggire Marchena, uno dei «vecchi» della squadra. Non è che i giocatori non l’avessero capito anche prima. C’è soltanto la voglia di non lasciarsi schiacciare dalla pressione.
Dalla Spagna arrivano i segnali della febbre che coglie il Paese stranamente unito dietro alla Nazionale. «Il calcio sta facendo cosa spesso non riesce alla politica e questi ragazzi conquistano tutti perché non si atteggiano a divi alla Beckham o alla Cristiano Ronaldo - dice la Cubero -. Potresti andarci la sera a bere una birra insieme, come con Nadal o Paul Gasol. Si fanno volere bene al punto che prima della partita con il Cile ci chiedevamo: se escono dal Mondiale come faremo a coprirli di critiche?». «Viviamo l’orgoglio di seguire una squadra che piace a chi ama il calcio - aggiunge Jon Aguirano del quotidiano bilbaino "El Correo" -. Nei Paesi baschi c’è chi non tiferà per essa e spera nella sconfitta ma sarà al massimo un 25 per cento, molto meno che nel passato e questo nonostante in Nazionale non ci sia più l’assoluta prevalenza di giocatori baschi come ai tempi delle Furie Rosse. Si gioca un calcio accattivante e in fondo abbiamo molto più da spartire con gli spagnoli che con gli olandesi».
La vera impresa, prima di centrare quella sul campo, è infatti di avere messo d’accordo le anime discordanti. Persino il Real Madrid si fa vassallo del Barcellona che ha la supremazia nella Nazionale, al punto che nello spogliatoio si parla il catalano. Lo conoscono i sette cresciuti nel vivaio del Barça, più Capdevila e Fabregas, figli della Catalunya, e i valenciani di origine o di club: Marchena, Albiol, Silva, David Villa. In passato non sarebbe stato possibile. Oggi il clan dei madridisti si è adattato persino a cambiare l’idioma. «Avere una Nazionale impostata su un grande club è una bella fortuna - ammette Casillas, che pure è l’emblema del Real -. In campo è molto più facile ritrovarsi». «Se il Barcellona ha incantato il mondo - scherza Marchena - possiamo farlo anche noi che ne siamo la "dépendance". Il gioco è collaudato tra gente che si ritrova ad occhi chiusi: ci si cala subito con facilità». Gli chiedono se senta di avere la vittoria in tasca dopo che Paul, il polipo, ha espresso l’ultima profezia a favore della Spagna. «È soltanto un polipo», sorride. Finora però ci ha azzeccato
MARCO ANSALDO
Domenica 11 Luglio 2010 12:29
3-2 per i tedeschi.
Finalina x conquistare poco + che niente, una medaglia di consolazione.
Gioco (imperfetto) degno di una finale. Freddo e acqua battente.
Questo è il calcio signori ! Imperfetto sì in questa occasione, ma più bello di qualsiasi spettacolo alternativo.
6 stelle in campo e forse altre in divenire.
Schwein (Bayern) centrocampista,multiruolo però, non se ne andrà dalla germania. Perché dovrebbe?
Muller (Bayern) attaccante anche lui multiruolo, flotta tra le due linee difensive uruguagie scompaginandole spesso, attaccante esploso in questo mondiale. Può migliorare.
Ozil (dai geni turchi) fantasista. Si vede che è stanco. Però lo fa sembrare non vero. Come mette le palle al centro delle aree altrui è uno spettacolo : tagliate, veloci, maligne.
Forlan (Atletico Madrid) Ha tutti i colpi giusti, come attaccante come trequartista come centrocampista. Son lontani i tempi quando a Manchester i fans compravano magliette con su scritto : Io c’ero quando giocò Forlan. Ancora un po’ e rende un grande match grandissimo (traversa allo scadere, al 93’)
Suarez (Ajax). Attaccante tecnico e fastidiosissimo. In Olanda lo chiamano coniglio. Là gli arbitri gli fischiano anche le cadute vere. Fa soldi con uno spot in cui si rivolge ad un medico xché sente dei fischi all’orecchio. Scoperta : sono i fischi degli arbitri. Fischiato all’italiana x tutto il match. Non doveva buttar fuori i neri del Ghana con mancanza di fairplay. Che diamine l’Africa è Africa.
Cavani (Palermo) E’ un attaccante di rimessa e lo si vede. Ma lo si vede occupare zone in tutto il fronte offensivo e non, per la causa , per Tabarez.
E ricordiamo anche altri che stelle non saranno mai come l’uruguagio Fucile.
I tedeschi han giocato con 3 titolari fuori, le riserve non sono state all’altezza ma han dato un solido contributo. L’Uruguay ha mostrato reattività, nessuna paura, il solito imbrocchito Muslera e han disputato uno dei loro migliori incontri degli ultimi 40 anni.
Alla fine mentre i tedeschi autoctoni festeggiavano e ridevano tra loro gli aggregati Kaedirha,Ozil e Boateng passeggiavano sul manto erboso un po’ increduli e un po’ perplessi, l’ uber alles non è nel loro DNA, l’appartenenza ad una compagine di nuovi guerrieri sì.
Domenica 11 Luglio 2010 12:54
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Uruguay ko, la Germania chiude terza
Vittoria sofferta per 3-2. Forlan e Mueller salgono a quota 5 gol
La Germania di Joaquim Loew ha conquistato la medaglia di bronzo a Sudafrica 2010 battendo l’Uruguay per 3-2 in una partita intensa e dalle grandi emozioni in cui anche gli uomini del "maestro" Oscar Tabarez sono stati degni protagonisti.
Il match si è chiuso al 93’ con una traversa piena colpita da un grandissimo Diego Forlan. Una beffa del destino, diranno alcuni; ricordando la rocambolesca qualificazione dei sudamericani contro il Ghana, altri penseranno invece che giustizia è stata fatta. Luis Suarez, autore del clamoroso "mani" che in pratica ha sancito l’eliminazione degli africani, stasera è stato fischiato spesso dal pubblico, forse proprio per quel gesto. L’attaccante dell’Ajax ha però risposto con una prestazione maiuscola, al pari di Forlan e dell’onnipresente Fucile. Con un grande Mueller, che assieme a Forlan è ora salito a un affollato primo posto nella classifica dei marcatori, la Germania ha ritrovato anche gioco ed ha offerto il solito mix di freschezza e velocità che invece non aveva mostrato contro la Spagna.
La finale di consolazione è ospitata al Nelson Mandela Bay di Port Elizabeth in una serata piuttosto fredda e piovosa. Tra i tedeschi non c’è Klose, tra i pali spazio a Butt. Il rientrante Mueller è sulla tre quarti con Oezil, stasera un pò in ombra, e Jansen. Dopo la squalifica, gli uruguagi ritrovano Suarez come riferimento offensivo. La partenza è dei tedeschi e proprio Mueller al 3’ mette in rete a gioco già fermo. Il giovane trequartista si rifà un quarto d’ora più tardi, quando riprende una respinta di Muslera si tiro dalla distanza di Schweinsteiger e insacca per l’1-0.
L’Uruguay non ci sta e comincia a macinare gioco: è preciso e rapido e la Germania soffre. Al 28’ Suarez pesca Cavani in area e l’attaccante del Palermo non perdona: è l’1-1. Il gioco prosegue a fasi alterne e Sanchez al 42’ si divora un gol fatto. Ci pensa Forlan a portare in vantaggio l’Uruguay con un autentico capolavoro al 6’ della ripresa: un destro al volo schiacciato su cui Butt non può niente. Se il portiere tedesco è incolpevole, non altrettanto si può dire di Muslera: l’estremo difensore della Lazio all’11’ sbaglia il tempo dell’uscita su Jansen e per l’esterno dei "Panzer" è un gioco da ragazzi mettere dentro e pareggiare. I ritmi si abbassano e gli spazi tra i reparti si allungano.
Sulla gara comincia a incombere lo spettro dei supplementari, ma ci pensa Khedira al 37’ ad allontanarlo, mettendo in rete con un perfetto colpo di testa sotto l’incrocio dei pali. C’è quella traversa di Forlan al 3’ minuto di recupero a regalare l’ultima emozione, ma poi arriva il fischio dell’arbitro messicano Archundia. Germania terza, con la certezza per Loew di avere gettato le basi per un grande futuro. Uruguay solo quarto, ma squadra convincente e di qualità.
Il terzo posto più vero
di Stefano Olivari
Per niente malinconica e per niente amichevole, Germania-Uruguay è stata probabilmente la più vera delle finali per il terzo posto nella storia del Mondiale. Entrambe hanno dato il massimo, con la cattiveria giusta e senza rimpianti: è evidente che con Muller e Suarez le semifinali sarebbero potute andare in maniera diversa, ma in fondo nella vita tutto sarebbe potuto andare in maniera diversa. La Germania, senza Podolski e l'infortunato Klose, è stata costantemente più aggressiva pur non avendo in Cacau la punta con le caratteristiche giuste per valorizzare la pressione sulle fasce. Il futuro campione Ozil meglio che nelle ultime due partite, ma molto stanco. L'eroico, perchè il mondo del calcio rispetto al 1970 è leggermente cambiato, Uruguay di Tabarez ha giocato la sua partita meno contratta trovando anche il miglior Cavani del torneo.
Dispiacere per un fenomeno come Forlan, che non avrà un altro Mondiale da protagonista, rispetto per una squadra che ha cambiato più volte pelle e schemi nell'ultimo mese nonostante un materiale umano non in tutti i ruoli di prima qualità. Merito della versatilità di Forlan e Cavani, che rende possibile qualsiasi aggiustamento, ma anche della mobilità dell'attaccante dell'Ajax 'scoperto' in Sudafrica ed ovviamente inserito nel carnaio del finto calciomercato in mezzo a borsini e percentuali cialtrone. Una partita comunque bellissima, paradossalmente grazie anche alla pioggia che ha stimolato l'animo guerriero in chi ce l'aveva (quasi tutti) e agli errori di chi (Muslera) aveva finora sbagliato poco. Troviamo che Thomas Muller migliori ad ogni partita, il pensiero di dove fosse un anno fa dovrebbe accompagnare i cantori dell'esperienza e della dimensione internazionale (il Dubai, in certi casi). L'estate non sta finendo, ma quattro anni di attesa sì.
A margine
Mondiali, ci voleva un Mandela italiano
Giovanni Morandi Dom, 11/07/2010 - 08:09
Non è vero Olanda o Spagna, purché se magna. Io mi sento a digiuno sia con l’una che con l’altra e mi chiedo quale delle due tiferò nella finale del Mondiale? Non lo so e forse questa è già la risposta al fatto che non tiferò per nessuna delle due e che non mi interesserà affatto guardare la partita. Mi chiedo che cosa rappresenta per me la Spagna, che cosa l’Olanda. Non lo so, credo nulla. Dario Gallo, Milano
ABBIAMO perso un’occasione, che sarebbe stata molto importante per noi. Più importante che per qualunque altro Paese. Un campionato mondiale cementa lo spirito nazionale, aiuta la riconciliazione, infonde orgoglio, forza e speranza. Esserci andati alla carlona come abbiamo fatto noi produce effetti opposti. Sarebbe stata un’opportunità politica di grande rilievo, avrebbe potuto risolvere questioni che i nostri politici ormai hanno dimostrato di non saper risolvere. Non so se lei ha visto il film “Invictus”, se non l’ha fatto glielo suggerisco. Fa capire come Nelson Mandela seppe usare la nazionale di rugby del Sudafrica, che era detestata dai neri perché accusata di razzismo, per riconciliare il Paese. Fece di tutto per spronarla a vincere la Coppa del mondo nel 1995 e riuscendoci dette orgoglio ai bianchi e ai neri di essere cittadini dello stesso Paese, primo passo decisivo per la costruzione del nuovo Sudafrica. Quello sì che è un leader, che sarebbe bello avere.
Maurizio Costanzo e il tristo viale del tramonto...
pasquino Dom, 11/07/2010 - 10:33
Non so a voi, ma a me mi ha raggelato il sangue vedere Maurizio Costanzo tornare in Rai e fare da spalla a Galeazzi durante la trasmissione serale dedicata ai mondiali.
Uno che è sfuggito ad un attentato mafioso, sempre in prima linea sulla frontiera del giornalismo, ridotto a fare delle domande ad polpo su Mazzola... tanto per far capire che tra lui ed il bisteccone il vecchio era lui...
Posso capire Santoro e Travaglio sfidarsi tra qualche anno alla "Prova del cuoco" con una provocante conduttrice in perizoma... Ma Costanzo no... è come se Falcone e Borsellino, sfuggiti all'attentato, conducessero Forum....
Bah... al peggio non c'è ma fine ed a me non resta che attendere la visione paradisiaca del perizoma alla prova del cuoco... paradisaca ho detto... non mi mettete come presentatrice Moby Dick...
Ma com'è dura la vita da polpo
di Tony Damascelli
Un mese di mondiale, un mese di pronostici, previsioni, proiezioni, schemi, opinioni, anche a pagamento, via satellite, digitale, analogico, scritto o orale. Poi scopri che tutto dipende dall’octopus vulgaris. Ci sta bene, come categoria. Sta bene agli allenatori con il taccuino sulle gambe, sta bene a quel pallone gonfiato di Jabulani e al suo titolare Blatter. Paul, il polpo inglese emigrato in acque tedesche, non ha sbagliato mai e adesso è diventato leggenda, mito, addirittura gli spagnoli vorrebbero portarselo appresso, non come trofeo di guerra da trasferire in paella, ma per concedergli l’onore di un acquario di Madrid. È lui l’eroe, è lui il re, disculpame o “dispulpame” Juan Carlos (il sovrano di Spagna non sta benissimo e la sua presenza stasera in tribuna è ancora incerta, si potrebbe chiedere, per l’appunto, a Paul un parere sulla questione). Questo significa che il calcio è bello perché vario, al punto che, non potendo attingere ad altri argomenti, anche perché la diagonale o il quattroquattrodue hanno annoiato più delle vuvuzelas, si va sul fatuo, sul folklore e allora il cefalopode ha rubato l’attenzione di tutti.
Ormai il pendolino e il mago di quartiere appartengono alla preistoria, l’uomo è furbo ma il polpo lo ha fatto fesso. Del resto gli aruspici studiavano il fegato di animali morti per capire che aria tirasse nell’impero romano, Paul per il momento se l’è cavata, da vivo ha già dato segnali sufficienti per essere celebrato. Ha la fortuna di non dover rispondere alle domande degli astanti, tifosi e giornalisti, ma controllando l’espressione (!?) del suo occhio, ritengo che sia abbastanza stanco di questo ballottaggio quotidiano tra una bandiera e l’altra. La sua avventura fa venire in mente la storiella del polpo napoletano, immerso con altri affini, pesci, aragoste, astici, nella vasca di un ristorante sul lungomare. Dopo essere stato afferrato ed esibito ai clienti turisti americani, quindi scelto, morsicato, battuto ma rimmerso nella vasca per essere sostituito, in modo mariuolo, sulla tavola dei commensali ignari, con un altro polpo surgelato. Tornando nell’acqua, stremato, afflosciato, compatito dai sodali di vasca, così commentò:_«Ma se pote campa’ accussì?». Paul non conosce il dialetto ma sta pensando la stessa cosa.[/u]
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