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Il prossimo pezzo riguarderà la mitica rovesciata di Carlo Parola.


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Parola e quella rovesciata IMMORTALE

Ciclista, in campo e fuori. Carlo Parola non rinunciò mai alla sua grande passione, la bicicletta, e poco cambia che fosse composta da ruote e pedali o venisse eseguita in volo con un pallone di cuoio. Alla prima, quella in metallo, si affezionò grazie a suo padre: prima di una morte beffarda, quasi cercata pur di evitare il servizio militare e con esso la guerra, Parola senior trovò il modo di costruire una bici per il figlioletto, che sulle due ruote ci sapeva fare, soprattutto in salita. Apice della sua breve carriera da ciclista, il secondo posto ottenuto in una Torino-Bardonecchia. Ma la più bella bicicletta della sua vita Carlo Parola, anziché pedalarla, la mise in pratica. Su un campo da calcio, s'intende.

15 gennaio del 1950, Fiorentina-Juventus termina 0-0 a causa di un errore dagli undici metri di Cervato, formidabile terzino sinistro dell'epoca, solitamente infallibile dal dischetto. Quella partita non passerà però alla storia per lo strafalcione rigoristico di Cervato (un piccolo evento anche quello, per carità), poiché quando al fischio finale dell'arbitro Bernardi mancano solo dieci minuti, il nostro Carletto Parola intercetta in rovesciata un preciso lancio di Magli per il centravanti Egisto Pandolfini (curiosamente, i tre protagonisti dell'azione si ritroveranno a comporre, pochi mesi dopo, la rosa della deludente Nazionale di Brasile '50). Fortuna vuole che un fotografo, Corrado Bianchi, colga il gesto atletico con uno scatto destinato a rimanere nella storia del calcio italiano e non solo: l'immagine è stata infatti pubblicata in oltre 200 milioni di copie, con didascalie in greco, giapponese, cirillico ed arabo. Insomma, un fenomeno mondiale! Gran parte del merito va alla Panini: la casa editrice modenese ha fatto di questa rovesciata il proprio emblema, rendendola celeberrima anche oltre confine.

E pensare che il piccolo Carlo tutta questa fama neppure la bramava. Dopo le prime, dolorose cadute in bici, si era innamorato del pallone: gli inizi a Cuneo, poi il ritorno a Torino e la fondazione della Brianza (squadretta di quartiere così chiamata dal nome della via adiacente al campo di gioco), quindi il Vanchiglia e la squadra del Dopolavoro FIAT. Un posto di lavoro al mattino ed uno in campo alla sera, diciotto lire al mese di paga che a Nuccio bastavano ed avanzavano per concedersi il quotidiano pacchetto di Gauloises. Poi arrivò la Juventus, e fece alla madre un'offerta che la donna non potè rifiutare: 750 lire al mese per realizzare il sogno di Carletto, indossare i colori bianconeri. Con la prestigiosa maglia della Juventus «Nuccio Gauloises», così lo soprannominò Giovanni Arpino, si evolve: non più centravanti implacabile, ma centromediano metodista, erede dell'oriundo Monti nel cuore della manovra juventina. Quando in panchina siede Felice Borel, strenuo sostenitore del Sistema, Parola soffre il cambiamento, salvo poi comprendere l'importanza del sapersi adattare al nuovo schema di gioco: accetta la nuova posizione, grazie a cui troverà modo di far parlare di sé anche a livello internazionale.

L'esordio in Nazionale arriva l'11 novembre '45 in un rocambolesco 4-4 con la Svizzera, mentre un anno e qualche giorno più tardi Parola dà sfoggio della propria classe nel 3-2 inflitto all'Austria. In quest'occasione si guadagna la chiamata per Gran Bretagna-Resto del Mondo del 10 maggio 1946, incontro amichevole organizzato dalla FIFA per celebrare l'adesione delle compagni britanniche alla federazione. L'incontro termina 1-6, ma nonostante il pesante passivo rimediato da una squadra che schierava tra gli altri veri e propri fenomeni quali gli svedesi Gren e Nordahl ed il funambolo olandese Wilkes, «Carletto l'europeo» (tale soprannome è dovuto proprio al match disputato a Glasgow) desta l'attenzione degli osservatori inglesi, da cui gli perviene più d'una richiesta. Tutte rifiutate, per amore della Juve. Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo ed essersi cimentato nell'area dirigenziale, Parola troverà il modo di regalare un ultimo successo alla Juventus: lo scudetto del 1975. A far da contraltrare al titolo italiano, la clamorosa rimonta subita dal Torino di Radice, Pulici e Graziani l'anno seguente, che gli costerà il posto in panchina in favore di un giovanissimo Trapattoni. Nuccio motivò il tutto in maniera - a dire il vero - un po' immodesta: «Sono stato un giocatore troppo grande per essere anche un allenatore troppo grande».

Nonostante la morte l'abbia colto a Torino nel marzo 2000, Carletto Parola si è assicurato l'immortalità - perlomeno calcistica, che per noi appassionati è tanta roba - con quella rovesciata leggendaria.

Fonte: Goal.com


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Idee?


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Potresti parlare di Fritz Walter e della sua peculiarità,dovuta ad una malattia,del giocare bene solo in determinate condizioni atmosferiche,facendo un ottimo collegamento con i Mondiali del 1954 ;)


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Pirès94 ha scritto:
Potresti parlare di Fritz Walter e della sua peculiarità,dovuta ad una malattia,del giocare bene solo in determinate condizioni atmosferiche,facendo un ottimo collegamento con i Mondiali del 1954 ;)

Pires, non mi parrebbe giusto citare un grandissimo calciatore come Fritz Walter per via della sua predilezione per le condizioni climatiche avverse (colpa della malaria, contratta in giovane età, che gli rendeva difficoltoso stare alla luce del sole) e non per quanto fatto sui campi di gioco, tedeschi e non. Però è un'idea, grazie.


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Nel prossimo pezzo vorrei concentrarmi sulle origini dell'«Amarelinha», la storica divisa auriverde del Brasile. Che ne dite?


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l'hai già fatto l'articolo sul Trofeo Pichichi ?


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zanchetti76 ha scritto:
l'hai già fatto l'articolo sul Trofeo Pichichi ?

No, ma per quello penso che mi avvarrò della collaborazione di un tifosissimo dell'Athletic: verrà fuori un gran pezzo, ne sono sicuro.


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La mitica MAGLIA DEL BRASILE...

Dici Brasile e, se ami il calcio, il pensiero finisce inevitabilmente con l'andare a Ronaldo, Romario, Pelé, Garrincha... Comune denominatore? Un talento fuori dal comune, certo, ma anche l'auriverde che li ha vestiti sul tetto del mondo. E pensare che, se non ci fosse stato il Maracanaço, al giorno d'oggi la Seleção vestirebbe ancora il bianco integrale del secondo dopoguerra. I gol di Schiaffino e Ghiggia, rendendo vano l'effimero vantaggio brasiliano di Friaça, misero in ginocchio una nazione intera. E così il Correio da Manhã, quotidiano con sede a Rio de Janeiro, decise di porre l'attenzione sui colori della maglia, tacciati di essere poco patriottici, ed indisse un concorso volto a scegliere le nuove tinte della «camiseta». A vincere fu un diciannovenne di Pelotas, stato di Rio Grande do Sul: Aldyr Garcia Schlee, ironicamente qualificatosi come tifoso uruguagio. Oggi scrittore, giornalista e docente universitario, all'epoca Schlee si dilettava nel disegnare per i vari giornali cittadini: buon per lui, dato che la vittoria nel concorso indetto dal Correio da Manhã gli fruttò l'equivalente di ventimila reais (la moneta al tempo in uso in Brasile era il Cruzeiro), oltre ottomila euro con il cambio attuale.

Dopo l'elogio del disegnatore cruzeirense (il suo cuore batte per la «Raposa», squadra vicecampione del Sudamerica), è ora di concentrarsi sulla «camisa canarinha», nome con cui è conosciuta la divisa ideata dal professor Schlee. Nazionalista, innanzitutto: maglietta gialla (dorata, a voler essere poetici) con colletto verde, calzoncini blu e calzettoni bianchi. La bandiera fatta vestiario, con l'unica - passabile - assenza del motto Ordem e Progresso («Ordine e Progresso») che fa bella mostra di sé sul vessillo del Paese del Carnevale. L'esordio, proprio come se si trattasse di un calciatore in carne ed ossa, avviene in Brasile-Cile 1-0 disputato il 14 marzo 1954 a Rio de Janeiro, valevole per le qualificazioni alla - sfortunata, ahiloro - Coppa del Mondo che si sarebbe tenuta in Svizzera pochi mesi dopo.

La leggenda narra che proprio Garrincha e Pelé, citati in apertura, furono protagonisti della nascita della seconda maglia. Il fatto avvenne in Svezia, nell'atto finale del mondiale 1958: Brasile e Svezia sono entrambi soliti indossare un'uniforme gialloblu, ragion per cui i sudamericani, da buoni ospiti, lasciano ai padroni di casa svedesi il privilegio di indossare i propri colori. Per rimediare, Pelé ed i suoi compagni scendono in campo indossando maglia e calzettoni blu coordinati con calzoncini bianchi. Curiosa la provenienza degli indumenti in quanto il Brasile, essendo giunto in Svezia munito unicamente del proprio kit casalingo, fu costretto ad acquistarli sul posto ed a cucire manualmente lo stemma della Confederação Brasileira de Futebol su di essi. I tempi dei calciatori con ago e filo (non furono ovviamente loro ad occuparsi delle divise, ma ci fa piacere immaginarli a cucire, chini sulle loro «creazioni») sono ormai lontani: oggi la Nike realizza le vendutissime maglie auriverdi con poliestere riciclato, ma la magia dell'«amarelinha» è rimasta intatta.

Fonte: Goal.com


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