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Se è per questo anche alcuni sfollati del terremoto in Irpinia sono ad oggi nelle baracche.


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La torta della ricostruzione: grandi costruttori contro piccole imprese
E Berlusconi ha già scelto il commissario: il governatore Chiodi
In campo i partiti del cemento
"E' iniziata la guerra degli appalti"
dal nostro inviato CARLO BONINI

In campo i partiti del cemento "E' iniziata la guerra degli appalti"

Gianni Chiodi

L'AQUILA - Le macerie sono ancora a terra, ma la partita della ricostruzione è già cominciata. I "cartelli del cemento" fibrillano. Cominciano a volare i primi stracci. Del resto, i dodici miliardi di euro (24 mila miliardi di lire) che il Paese si prepara a pompare nel cuore infartuato dell'Abruzzo annunciano una stagione di appalti che orienterà il consenso e riscriverà la geografia e le gerarchie imprenditoriali e politiche della regione. E quel fiume di denari sollecita una domanda semplice e antica: a chi andranno?

Indiscrezioni vogliono che Palazzo Chigi si prepari a riproporre il "modello molisano". Del governatore che si fa Tesoriere e dominus del "dopo". Che dunque il presidente del Consiglio sia deciso a nominare il presidente della regione Gianni Chiodi (eletto con il Pdl il 15 dicembre scorso) Commissario straordinario alla ricostruzione. E la mossa non è neutra. Quei 12 miliardi di euro hanno messo a rumore un angolo d'Italia cresciuto con il mattone e il cemento. Dagli anni in cui committente era la Cassa per il Mezzogiorno e unico padrino la Dc di Gaspari (nel chietino) e Natali (nell'aquilano).

Consegnarli a Chiodi, significa molto. Evoca altrettanto. L'Abruzzo vive di edilizia (5 mila imprese, 1100 soltanto nella provincia dell'Aquila) e con la fine della Dc, il "partito del cemento" ha imparato a navigare a vista, coltivando sapientemente rapporti bipartisan. Di cui fa fede un dato. Era di 1 miliardo e 200 milioni di euro il fatturato del comparto costruzioni nel 1995. Tredici anni dopo, ha raggiunto e superato il miliardo e 600 milioni. Del "partito" non esiste una cupola, perché i colossi si riducono ai gruppi "Toto" e "Di Vincenzo" (il terzo, "Irti", è fallito).

Comandano i piccoli, in una logica territoriale rigida, ma oggi, proprio per questo, indifesa dagli appetiti di grandi imprese del centro-nord, forti con le banche, ascoltate dalla committenza politica. Non stupisce dunque che i costruttori abruzzesi dicano oggi che Chiodi Commissario straordinario alla ricostruzione sia "la garanzia che i soldi della ricostruzione resteranno tutti in Abruzzo". Che quel reticolo di cinquemila imprese che è la spina dorsale dell'economia della regione non sarà privato della fetta principale della torta.

Consapevole dell'investitura, Chiodi non perde tempo. Assume la difesa delle imprese edili con toni risentiti. E mentre la magistratura sequestra l'ospedale san Salvatore, il Tribunale, il cumulo di macerie di quella che una volta era stata la Casa dello Studente, e altri 9 edifici, decide che è venuto il momento di fare rumore. "In questi giorni - dice - abbiamo dovuto combattere anche contro la denigrazione e la diffamazione: dalle polemiche su presunte strutture fatiscenti, fatte di cartapesta o con sabbia di mare, alle insinuazioni sulla mano delle mafie sugli appalti. Non posso e non voglio consentire che oltre al danno, l'Abruzzo subisca anche la beffa di un'immagine negativa, che poi pesi sulla ripresa e la ricostruzione".

Paolo Buzzetti, presidente dell'Associazione nazionale costruttori edili (Ance), fa esercizio di realismo. Si spende, certo, ma almeno pone delle condizioni. Lasciando l'Aquila, dice: "Ho raccolto il timore dei nostri associati di essere tagliati fuori dalla ricostruzione e sono dunque d'accordo sulla necessità di un coinvolgimento forte delle imprese locali. Detto questo, però, la ricostruzione deve essere l'occasione per avviare un ciclo virtuoso. Di qualità. In cui, tanto per dirne una, siano protagoniste quelle imprese che vantano storie produttive e comportamenti virtuosi e non un semplice pezzo di carta senza alcun significato come è ormai un certificato antimafia".

Suonano come parole accorte. Nel rapporto sulle ecomafie del 2008 redatto dalla Lega Ambiente, l'Abruzzo si è guadagnato l'undicesimo posto nella classifica delle "illegalità nel ciclo del cemento". Duecentoquaranta le infrazioni accertate, 289 le persone denunciate, 51 i sequestri di materiali e cantieri. Ne sa qualcosa Leopoldo Rossini, ingegnere sismico, tra i principali consulenti delle Procure della repubblica abruzzesi. Dice: "Ho sostenuto e ripeto che, a partire dall'edilizia privata, i costruttori di questa regione, con qualche lodevole eccezione, hanno dimostrato superficialità, ignoranza e sottovalutazione. La filiera progettazione, esecuzione dei lavori, controllo e collaudo non ha mai prodotto un'edilizia antisismica di qualità". È abruzzese anche l'ingegner Rossini. Come il governatore Chiodi.

(16 aprile 2009)

la repubblica


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Roberto Saviano nelle zone del sisma: l'invasione della camorra degli ultimi anni
rende alto il pericolo di speculazioni. E l'orgoglioso popolo d'Abruzzo chiede: "Controllateci"
La ricostruzione a rischio clan
ecco il partito del terremoto

di ROBERTO SAVIANO

La ricostruzione a rischio clan ecco il partito del terremoto

Roberto Saviano con i vigili del fuoco a Onna
L'AQUILA - "Non permetteremo che ci siano speculazioni, scrivilo. Dillo forte che qui non devono neanche pensarci di riempirci di cemento. Qui decideremo noi come ricostruire la nostra terra...". Al campo rugby mi dicono queste parole. Me le dicono sul muso. Naso vicino al naso, mi arriva l'alito. Le pronuncia un signore che poi mi abbraccia forte e mi ringrazia per essere lì. Ma la sua paura non è finita con il sisma.

La maledizione del terremoto non è soltanto quel minuto in cui la terra ha tremato, ma ciò che accadrà dopo. Gli interi quartieri da abbattere, i borghi da restaurare, gli alberghi da ricostruire, i soldi che arriveranno e rischieranno non solo di rimarginare le ferite, ma di avvelenare l'anima. La paura per gli abruzzesi è quella di vedersi spacciare come aiuto una speculazione senza limiti nata dalla ricostruzione.
Qui in Abruzzo mi è tornata alla mente la storia di un abruzzese illustre, Benedetto Croce, nato proprio a Pescasseroli che ebbe tutta la famiglia distrutta in un terremoto. "Eravamo a tavola per la cena io la mamma, mia sorella ed il babbo che si accingeva a prendere posto. Ad un tratto come alleggerito, vidi mio padre ondeggiare e subito in un baleno sprofondare nel pavimento stranamente apertosi, mia sorella schizzare in alto verso il tetto. Terrorizzato cercai con lo sguardo mia madre che raggiunsi sul balcone dove insieme precipitammo e io svenni". Benedetto Croce rimase sepolto fino al collo nelle pietre. Per molte ore il padre gli parlava, prima di spegnersi. Si racconta che il padre gli ripeteva una sola e continua raccomandazione "offri centomila lire a chi ti salva".

Gli abruzzesi sono stati salvati da un lavoro senza sosta che nega ogni luogo comune sull'italianità pigra o sull'indifferenza al dolore. Ma il prezzo da pagare per questa regione potrebbe essere altissimo, ben oltre le centomila lire del povero padre di Benedetto Croce. Il terrore di ciò che è accaduto all'Irpinia quasi trent'anni fa, gli sprechi, la corruzione, il monopolio politico e criminale della ricostruzione, non riesce a mitigare l'ansia di chi sa cosa è il cemento, cosa portano i soldi arrivati non per lo sviluppo ma per l'emergenza. Ciò che è tragedia per questa popolazione per qualcuno invece diviene occasione, miniera senza fondo, paradiso del profitto. Progettisti, geometri, ingegneri e architetti stanno per invadere l'Abruzzo attraverso uno strumento che sembra innocuo ma è proprio da lì che parte l'invasione di cemento: le schede di rilevazione dei danni patiti dalle case. In questi giorni saranno distribuite agli uffici tecnici comunali di tutti i capoluoghi d'Abruzzo. Centinaia di schede per migliaia di ispezioni. Chi avrà in mano quel foglio avrà la certezza di avere incarichi remunerati benissimo e alimentati da un sistema incredibile.

"Più il danno si fa grave in pratica, più guadagni", mi dice Antonello Caporale. Arrivo in Abruzzo con lui, è un giornalista che ha vissuto il terremoto dell'Irpinia, e la rabbia da terremotato non te la togli facilmente. Per comprendere ciò che rischia l'Abruzzo si deve partire proprio da lì, dal sisma di 29 anni fa, da un paese vicino Eboli. "Ad Auletta - dice il vicesindaco Carmine Cocozza - stiamo ancora liquidando le parcelle del terremoto. Ogni centomila euro di contributo statale l'onorario tecnico globale è di venticinquemila". Ad Auletta quest'anno il governo ha ripartito ancora somme per il completamento delle opere post sisma: 80 milioni di euro in tutto. "Il mio comune ne ha ricevuti due milioni e mezzo. Serviranno a realizzare le ultime case, a finanziare quel che è rimasto da fare". Difficile immaginare che dopo 29 anni ancora arrivino soldi per la ristrutturazione ma è ciò che spetta ai tecnici: il 25 per cento del contributo. Ci si arriva calcolando le tabelle professionali, naturalmente tutto è fatto a norma di legge. Costi di progettazione, di direzione lavori, oneri per la sicurezza, per il collaudatore. Si sale e si sale. Le visite sono innumerevoli. Il tecnico dichiara e timbra. Il comune provvede solo a saldare.

Il rischio della ricostruzione è proprio questo. Aumenta la perizia del danno, aumentano i soldi, gli appalti generano subappalti e ciclo del cemento, movimento terre, ruspe, e costruzioni attireranno l'avanguardia delle costruzioni in subappalto in Italia: i clan. Le famiglie di camorra, di mafia e di 'ndrangheta qui ci sono sempre state. E non solo perché nelle carceri abruzzesi c'è il gotha dei capi della camorra imprenditrice. Il rischio è proprio che le organizzazioni arrivino a spartirsi in tempo di crisi i grandi affari italiani. Ad esempio: alla 'ndrangheta l'Expo di Milano, e alla camorra la ricostruzione in subappalto d'Abruzzo.

L'unica cosa da fare è la creazione di una commissione in grado di controllare la ricostruzione. Il presidente della Provincia Stefania Pezzopane e il sindaco de L'Aquila Massimo Cialente sono chiari: "Noi vogliamo essere controllati, vogliamo che ci siano commissioni di controllo...". Qui i rischi di infiltrazioni criminali sono molti. Da anni i clan di camorra costruiscono e investono. E per un bizzarro paradosso del destino proprio l'edificio dove è rinchiusa la maggior parte di boss investitori nel settore del cemento, ossia il carcere de L'Aquila (circa 80 in regime di 416 bis) è risultato il più intatto. Il più resistente.

I dati dimostrano che la presenza dell'invasione di camorra nel corso degli anni è enorme. Nel 2006 si scoprì che l'agguato al boss Vitale era stato deciso a tavolino a Villa Rosa di Martinsicuro, in Abruzzo. Il 10 settembre scorso Diego Leon Montoya Sanchez, il narcotrafficante inserito tra i dieci most wanted dell'Fbi aveva una base in Abruzzo. Nicola Del Villano, cassiere di una consorteria criminal-imprenditoriale degli Zagaria di Casapesenna era riuscito in più occasioni a sfuggire alla cattura e il suo rifugio era stato localizzato nel Parco nazionale d'Abruzzo, da dove si muoveva, liberamente. Gianluca Bidognetti si trovava qui in Abruzzo quando la madre decise di pentirsi.
L'Abruzzo è divenuto anche uno snodo per il traffico dei rifiuti, scelto dai clan per la scarsa densità abitativa di molte zone e la disponibilità di cave dismesse. L'inchiesta Ebano fatta dai carabinieri dimostrò che alla fine degli anni '90 vennero smaltite circa 60.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani provenienti dalla Lombardia. Finiva tutto in terre abbandonate e cave dismesse in Abruzzo. Dietro tutto questo, ovviamente i clan di camorra.

Sino ad oggi L'Aquila non ha avuto grandi infiltrazioni. Proprio perché mancava la possibilità di grandi affari. Ma ora si apre una miniera per le imprese. La solidarietà per ora fa argine ad ogni tipo di pericolo. Al campo del Paganica Rugby mi mostrano i pacchi arrivati da tutte le squadre di rugby d'Italia e i letti allestiti da rugbisti e volontari. Qui il rugby è lo sport principale, anzi lo sport sacro. Ed è infatti la palla ovale che alcuni ragazzi si lanciano in passaggi ai lati delle tende, che mi passa sulla testa appena entro. Ed è dal rugby che in questo campo sono arrivati molti aiuti. La resistenza di queste persone è la malta che unisce volontari e cittadini. È quando ti rimane solo la vita e nient'altro che comprendi il privilegio di ogni respiro. Questo è quello che cercano di raccontarmi i sopravvissuti.

Il silenzio de L'Aquila spaventa. La città evacuata a ora di pranzo è immobile. Non capita mai di vedere una città così. Pericolante, piena di polvere. L'Aquila in queste ore è sola. I primi piani delle case quasi tutti hanno almeno una parte esplosa.
Avevo un'idea del tutto diversa di questo terremoto. Credevo avesse preso soltanto il borgo storico, o le frazioni più antiche. Non è così. Tutto è stato attraversato dalla scossa. Dovevo venire qui. E il motivo me lo ricordano subito: "Te lo sei ricordato che sei un aquilano..." mi dicono. L'Aquila fu una delle prime città anni fa a darmi la cittadinanza onoraria. E qui se lo ricordano e me lo ricordano, come un dovere: presidiare quello che sta accadendo, raccontarlo. Tenere memoria. Mi fermo davanti alla Casa dello studente. In questo terremoto sono morti giovani e anziani. Quelli che a letto si sono visti crollare il soffitto addosso o sprofondare nel vuoto e quelli che hanno cercato di scappare per le scale, l'ossatura più fragile del corpo d'un palazzo.

I vigili del fuoco mi fanno entrare ad Onna. Sono fortunato, mi riconoscono, e mi abbracciano. Sono sporchi di polvere e soprattutto fango. Non amano che si ficchino i giornalisti dappertutto : "Poi li devo andare a pescare che magari cade un soffitto e rimangono incastrati" mi dice un ingegnere romano Gianluca che mi fa un regalo che avrebbe fatto impazzire qualsiasi bambino, un elmetto rosso fuoco dei Vigili. Onna non esiste più. Il termine macerie è troppo usato. È come se non significasse più nulla. Mi segno sulla moleskine gli oggetti che vedo. Un lavabo finito a terra, un libro fotocopiato, un passeggino, ma soprattutto lampadari, lampadari, lampadari. In verità è quello che non vedi mai fuori da una casa. E invece qui vedi ovunque lampadari. I più fragili, gli oggetti che per primi hanno dato spesso inutilmente l'allarme del terremoto. È una vita ferma e crollata. Mi portano davanti la casa dove è morta una bambina. I vigili del fuoco sanno ogni cosa. "Questa casa vedi, era bella, sembrava ben fatta, invece era costruita su fondamente vecchie". Si è fatto poco per controllare...

La dignità estrema di queste persone me la raccontano i vigili del fuoco: "Nessuno ci chiede niente. È come se per loro bastasse essere rimasti in vita. Un vecchietto mi ha detto: mi puoi chiudere le finestre sennò entra la polvere. Io sono andato ho chiuso le finestre ma alla casa mancano tetto e due pareti. Qui alcuni non hanno ancora capito cosa è stato il terremoto".
Franco Arminio uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato scrive in una sua poesia: "Venticinque anni dopo il terremoto dei morti sarà rimasto poco. Dei vivi ancora meno". Siamo ancora in tempo perché in Abruzzo questo non accada. Non permettere che la speculazione vinca come sempre successo in passato è davvero l'unico omaggio vero, concreto, ai caduti di questo terremoto, uccisi non dalla terra che trema ma dal cemento.

© 2009 by Roberto Saviano - Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

la repubblica.

L'ho letto solo oggi.....
da brividi....


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l San Salvatore, evacuato poche ore dopo il sisma, non ha mai avuto il certificato di agibilità
La procura ha aperto un fascicolo contro ignoti per disastro e omicidio colposo plurimo
"L'ospedale a L'Aquila?

Sconosciuto al catasto"
di GIUSEPPE CAPORALE e MEO PONTE

"L'ospedale a L'Aquila? Sconosciuto al catasto"

L'ospedale dopo il sisma
L'AQUILA - Per il procuratore Alfredo Rossini l'indagine sul terremoto abruzzese sarà "la madre di tutte le inchieste". "Sono oltre ventimila gli edifici da controllare ma procederemo spediti", assicura. E nel giorno in cui periti e carabinieri analizzano i primi mille immobili - stimando solo il 30 per cento ancora agibile - si scopre che l'ospedale San Salvatore (quello dove si erano rivolti oltre mille feriti il giorno del terremoto e poche ore dopo evacuato a causa di cedimenti strutturali) è abusivo. Non poteva essere aperto. Non dispone del certificato di agibilità (l'atto che attesta la sicurezza, l'igiene e la salubrità dell'edificio).

Non l'ha mai avuto. Non solo, l'ospedale - inaugurato nove anni fa - non risulta nemmeno nelle mappe catastali. L'immobile per lo Stato, dunque, non esiste. E' tutto scritto in una relazione che il direttore generale della Asl aquilana, Roberto Marzetti, ha inviato alla Regione e al ministero della Salute. Una relazione nella quale Marzetti ricostruisce la storia del nosocomio, dal 1972 (quando partì il cantiere) ad oggi. Una costruzione travagliata al centro di dibattiti parlamentari, esposti e polemiche.

Fino al giorno di una delle ultime inaugurazioni (ce ne furono cinque, una per ogni lotto) quando, nel 2000, l'allora direttore generale Paolo Menduni decise di aprire lo stesso. Il progetto dell'ospedale porta la data 1967. Spesa inizialmente prevista 11.395 milioni di lire. Alla fine è costata duecento miliardi. I finanziamenti? Cassa del Mezzogiorno, Regione Abruzzo, Ministero della Salute, ministero dell'Università e della Ricerca.

La parte che, con il terremoto, è crollata (reparti di degenza, laboratori e sale operatorie) fu la prima ad essere inaugurata. E proprio Menduni - il manager pubblico che aprì l'ospedale senza richiedere l'agibilità - venti giorni fa è stato nominato dal presidente della Regione Gianni Chiodi (eletto a dicembre con la vittoria del centrodestra) come consulente per l'Agenzia Regionale Sanitaria.

Ma non è tutto. La Procura dell'Aquila, da diversi mesi, ha avviato indagini sull'ospedale, riguardo alcuni affidamenti diretti per lavori di manutenzione (con una spesa di sedici milioni di euro di fondi pubblici). Lavori affidati senza gara per "l'urgenza di dover procedere alla messa in sicurezza della struttura". Urgenza che non termina mai, specie se non arriva il certificato di agibilità.

L'ospedale è proprio uno dei primi edifici su cui la Procura intende indagare. E per oggi è previsto un vertice tra il procuratore Rossini e i magistrati del suo ufficio. E' probabile che venga costituito un pool per l'attività inquirente. Intanto, quaranta consulenti tra geologi, sismologi, geometri, chimici ed esperti di costruzioni sono già al lavoro da giorni con carabinieri e squadra mobile per verificare le strutture e sequestrare atti utili all'inchiesta. "Le responsabilità - assicura il procuratore Rossini - saranno verificate in modo rigoroso dal materiale a tutta la filiera, dall'appalto all'acquisto di materiale, alla progettazione, al collaudo".

(14 aprile 2009)


La relazione di collaudo presentata nel 1980: ingegneri, impresa e direzione dei lavori
Pilastri di cemento armato scoppiati, come polistirolo, mura che vengono via grattando
"Ospedale stabile, parola di tecnico"
San Salvatore, il documento che accusa

dal nostro inviato CARLO BONINI

"Ospedale stabile, parola di tecnico" San Salvatore, il documento che accusa

I danni provocati dal sisma
all'ospedale san Salvatore
L'AQUILA - Nel lugubre nulla dell'ospedale "san Salvatore" - 200 miliardi di lire, 28 anni di lavori, evacuato la mattina di lunedì 6 aprile - l'indice di un caposquadra genovese dei vigili del Fuoco indica il Problema. Un'infilata di pilastri in cemento armato che annuncia il Pronto Soccorso. Scoppiati come polistirolo. I tecnici dell'Enea e della Protezione Civile levano il naso all'insù. L'ingegnere che li guida, Alessandro Martelli, la dice tutta di un fiato: "Altro che norme antisismiche. Questa robaccia qui si sarebbero vergognati a costruirla anche nel 1700...".

Questa robaccia qui, del calcestruzzo sembra avere solo il nome. Viene via a grattarla con il polpastrello. Il terremoto ne ha solo messo a nudo l'anima indecente. Le lesioni dei pilastri mostrano ciuffi di tondini rugginosi aperti come petali e, soprattutto, l'assenza di staffe di contenimento, senza le quali ad un'armatura di cemento resta solo il nome. Percorsi da crepe profonde, i corpi di fabbrica principali dell'ospedale sono separati raramente da "giunti divisori", vale a dire da quelle intercapedini che avrebbero dovuto dare respiro alle strutture quando è arrivata la frustata. E che, al contrario, nella notte di domenica, si sono messi a battere l'uno sull'altro come martelli impazziti, amplificando l'onda d'urto, anziché dargli sbocco, spegnendola.

L'"edificio 10", quella che è stata la Farmacia, il magazzino di medicinali cui attingevano sale operatorie e corsie, ha l'aspetto di una scatola di compensato su cui si è accanita la fantasia manuale di un bimbo. I pilastri, anche qui, si sono aperti come noci di cocco.

Del "san Salvatore" non ha funzionato nulla. Perché?
Una prima risposta è in un documento di un centinaio di pagine dell'aprile 1980. E' la relazione di collaudo con cui l'ingegnere Giorgio Innamorati, l'architetto Luciano Rocco e il dottor Giuseppe Isernia (a quanto pare, un geologo), certificano che il primo e secondo lotto del "san Salvatore" stanno in piedi e, soprattutto, stanno in piedi a dovere. E' una lettura utile. Per quello che dice e per quello che non dice. Per la apparente facilità con cui fondazioni, qualità del cemento e dell'acciaio vengono certificate come di "buona fattura". Per qualche nome e cognome che nel documento viene annotato e che consente di cominciare a dare delle prime paternità a un falansterio che dal giorno del terremoto sembra improvvisamente non averne alcuna.

Scrivono i collaudatori: "L'intero complesso edilizio ricade in zona sismica di seconda categoria (con il tempo l'Aquila diventerà zona di prima categoria ndr.) (...) I calcoli delle strutture in cemento armato sono stati eseguiti dall'ingegner Gaspare Squadrilli, iscritto all'albo della provincia di Roma, le indagini geognostiche dalla ditta "R. Rosoni palificazioni e sondaggi" de l'Aquila (...) Ingegnere capo per i lavori è stato nominato l'ingegnere Vincenzo Rossetti con delibera del cda della Cassa per il Mezzogiorno il 15 aprile 1977; la direzione dei lavori è stata affidata al professor Marcello Vittorini con identica delibera della Cassa per il Mezzogiorno (...) L'esecuzione dei lavori è stata affidata a trattativa privata all'impresa "Antonio Pascali" da Galatina (Lecce)".

Il terreno su cui viene piantato il "san Salvatore" è, fino a 11 metri di profondità, una lingua di argilla, ghiaia e sabbia. Oltre quella soglia, uno zoccolo di calcare. La scelta è di costruire con "fondazione dirette". Dunque, che poggiano direttamente sul terreno. Prive di pali che le ancorino in profondità. E' una scelta corretta?

I collaudatori non affrontano la questione. Ma fanno qualcosa di più. Scrivono di "non aver ritenuto di esperire saggi in profondità", perché è stato sufficiente "ispezionare" i locali interrati dell'ospedale. Certo, ammettono che "esistono parti delle fondazioni, non più accessibili" e, dunque "non controllate" durante il collaudo. Ma su queste - annotano - "la Direzione dei Lavori ha fornito assicurazioni in merito alla regolare esecuzione".

Sulla parola della Direzione dei Lavori, i collaudatori fanno pieno affidamento anche quando si tratta di affrontare la qualità dei materiali. Forse dovrebbe dare da pensare il fatto che l'impresa appaltatrice (la "Antonio Pascali") era andata a carte quarantotto nel giugno del '79. Che per quel botto ne era nata una controversia con i committenti della Cassa del Mezzogiorno. E' un fatto, però, che quanto fatto sin lì in cantiere appare agli occhi della commissione di collaudo, "accettabile".

E' "accettabile", ad esempio, che i test di tenuta del cemento armato presentino, a quanto pare, un buco di certificazione. Si legge infatti nella relazione: "Per quanto riguarda le prove di rottura dei cubetti di calcestruzzo, la Direzione dei Lavori esibisce certificati rilasciati dal Laboratorio Prove dell'Università dell'Aquila del 3 giugno 1977, riferiti a campioni prelevati dal Delta Chirurgia (il reparto sale operatorie ndr.). La Direzione dei Lavori dichiara per altro che durante i lavori sono state prelevate terne di cubetti per ogni solaio e inviate dall'impresa per le prove al laboratorio sopra citato. Ma che, nonostante ripetuti solleciti, l'impresa non ha ancora provveduto a inviare alla Direzione dei Lavori i relativi certificati di rottura".

Non è dato sapere se quei certificati siano mai stati recuperati. E' un fatto che quel che avviene per le "prove di rottura dei cubetti di calcestruzzo" si ripete con "l'acciaio semiduro impiegato nelle strutture in cemento armato". Anche in questo caso, l'unico pezzo di carta mostrato ai collaudatori è il certificato di garanzia con cui la fabbrica ha licenziato, con un esame a campione, l'intera partita di acciaio da cui provengono i tondini utilizzati al "san Salvatore". "La Direzione dei Lavori - annotano laconicamente i collaudatori - provvederà ad esibire i certificati di calcestruzzo e del ferro".

(15 aprile 2009)

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LOMBA ha scritto:
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Col web e l'informazione dei pochi giornalisti veri rimasti(travaglio,grillo & co)è possibile


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