Accetto con coraggio la patata bollente lanciatami da Delorenzo.

Credo di aver già espresso il mio dissenso riguardo determinate scelte di segmentazione del target, per così dire, che sono - ahimè - proprie anche del film in questione (ma che trasparivano con evidenza sin dalla promozione dello stesso), pertanto non mi dilungherò oltre sull'argomento.
Non posso però fare a meno di notare che se una narrazione così frammentata poteva acquistare un senso nel precedente
This must be the place per ricreare il catalogo di situazioni proprie del road movie, nonchè del viaggio in generale e del corrispondente archetipo letterario, in questo contesto finisce a mio parere per impoverire il racconto, ponendolo al cospetto di una pietra di paragone troppo imponente e facendolo uscire, per forza di cose, sconfitto. Tanto più che la radicalizzazione del regime narrativo debole attraverso la divisione in microsegmenti narrativi trasforma il film più in una sfilata di mostruosità che in uno sguardo d'insieme: più che alla logica dell'affresco felliniano,
La grande bellezza sembra rispondere a quella del siparietto.
Nel voler denunciare l'oscuramento di quanto di bello e d'umano possediamo ad opera del cicaleccio della vita moderna - il debito contratto con
La dolce vita è infatti forse ancor maggiore a livello contenutistico - Sorrentino commette a mio parere due errori da penna rossa. Il primo è nell'aver fotografato non la grettezza di un intero Paese, ma solo quella di un'alta borghesia della quale la maggior parte degli spettatori non ha alcuna percezione. Il secondo è, paradossalmente, l'aver adottato lo stesso comportamento che intende stigmatizzare, andando a disperdere in un mare di sciccherie ed ammiccamenti non solo registici, ma anche e soprattutto sceneggiaturali, i veri momenti di
grande bellezza del film, che pur non mancano: penso non solo al magnifico prologo, ma anche al tour dei palazzi e al funerale di Marinelli.
Sarò onesto e vi dirò che se cinque anni fa ci cullavamo nella speranza di avere in casa quei due fenomeni che erano usciti vincitori da Cannes 2008, io, ad oggi, mi sentirei di dire che di fenomeno forse ne abbiamo uno solo. Non mi è mai piaciuto questo confronto, del tutto pretestuoso, ma mi sembra evidente che mentre Garrone stia evolvendo il proprio stile film dopo film, Sorrentino stia perdendo il senso della misura. Ma non ho dubbi che possa ritrovarlo: magari affiancandosi ad uno sceneggiatore che lo sappia tenere a bada.