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 Oggetto del messaggio: Ricardo Zamora Martinez
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Un mio vecchio articolo sul mago spagnolo:

Sono passati 70 anni dal suo ritiro. Da allora si sono alternati migliaia e migliaia di portieri in ogni angolo del Mondo. Eppure nessuno, con tutta probabilià, pare ancora riuscito a superare le gesta di "El divino" Ricardo Zamora Martinez.

Figlio di un medico, nasce il 21 gennaio 1901 a Barcellona in una casa di calle Diputacion, nei pressi di plaza Sepulveda. La passione per il calcio lo contagia fin da piccolissimo, ma il padre è contrario e Ricardito si vede costretto a giocare di nascosto. A otto anni rimedia una brutta ferita ad un piede, che per timore nasconde ai familiari. Così l'infezione si estende e solo un miracolo evita l'amputazione. Per guarire totalmente, il padre manda Ricardo a Tonà, un centro famoso per le acque solfuree che in due mesi lo aiutano a irrobustire notevolmente il fisico trasformandolo in un portentoso atleta.

Crescendo, sviluppa un'innata attitudine al gol, e di conseguenza il suo ruolo naturale diventa quello di attaccante. I genitori lo iscrivono al collegio San Vincenzo de Paoli: qui Zamora non tradisce la sua grande vocazione per lo sport, e in particolare per il calcio. Provato in porta, durante una partitella tra compagni, viene notato da Puig de Bacardi, presidente dell'Universitario Barcelona e tesserato per la squadra catalana: non ha che 15 anni.

All'esordio contro una succursale del Barcellona subisce quattro reti, ma i cronisti dell'epoca sottolineano come senza di lui le reti sarebbero state almeno il doppio. Nello stesso anno passa all'Espanyol e da qui in breve tempo al grande Barcellona. Nel 1920, a 19 anni, contribuisce alla vittoria degli azulgrana nella coppa del Re. Nello stesso anno, partecipa alle Olimpiadi di Anversa e regala alla Spagna una storica medaglia di bronzo. Con il Barça vince ancora una coppa del Re nel 1922, prima di tornare all'Espanyol. Dove resta otto stagioni, vince un'altra coppa di Spagna (1929) e risulta quasi sempre il portiere meno battuto del campionato nonostante il livello della squadra non valga più di un'onesta posizione a centro classifica. Alla vigilia della finale di Coppa del Re vinta, gli avversari tentano persino di metterlo ko facendogli servire della carne avariata: tutto inutile.

Nel 1930 va al Real, suscitando molte polemiche e lo stesso re Alfonso XIII si indigna: "Questo Zamora guadagnerà più di un ministro e come conseguenza lo sport diventerà una cosa da professionisti". Previsione azzeccata: Zamora è il primo giocatore nella storia ad essere pagato come una celebrità, aprendo di fatto le porte al professionismo. Nella capitale, la fama di Ricardo aumente ancora di più: mette in bacheca due campionati spagnoli, altre due coppe del Re e in ogni torneo di Liga è di gran lunga il portiere meno perforato, con una una quindicina di reti subite.

Con la Spagna gioca da protagonista assoluto il Mondiale 34: elimina il Brasile del grande Leonidas e nei quarti di finale contro l'Italia, para l'impossibile. Il gol di Regueiro sembra spalancare agli iberici le porte della semifinale ma, sul finire del primo tempo, una carica dell'enorme Schiavio a Zamora consente a Ferrari di segnare l'1-1 Il gol è palesemente irregolare ma l'arbitro belga Baert obbedisce agli ordini che vengono dall'alto (il Duce ha organizzato il Mondiale e vuole vincere ad ogni costo) e convalida. Il giorno dopo è in programma il replay, visto che non sono previsti i rigori: gli spagnoli gridano allo scandalo, hanno ben 7 giocatori infortunati e tra questi Zamora. L'Italia passa di misura grazie a Meazza e per la Spagna finisce il sogno iridato. Con le Furie Rosse, Zamora ha un bilancio di 46 partite, appena 42 reti incassate, e 21 volte imbattuto.

Il ritiro coincide con una delle parate più leggendarie della storia del calcio. E' il 1935, i venti della guerra civile spirano sulla penisola iberica: a Valencia è in programma la finale di coppa del Re tra Real Madrid e Barcellona. Il Real di Zamora conduce 2-1, all'ultimo minuto Escolà, bomber catalano si presenta tutto da solo davanti alla porta dei merengues. Tiro teso, indirizzato all'angolo basso, il punto più difficile per un portiere: Zamora, a 35 anni, si produce in uno scatto felino sulla sua sinistra e neutralizza il pallone con una mano. Il miracolo compiuto al Mestalla è solo l'ultimo di una carriera costellata da parate sensazionali e da uno stile rivoluzionario, che lo rende tutt'oggi, agli occhi della maggioranza degli esperti e storici di calcio, il più grande portiere che sia mai esistito.

Di fatto, Zamora ha inventato il ruolo: prima di lui, il portiere era considerato come l'ultimo elemento del gioco, un baluardo passivo che aveva il solo compito di aspettare le stoccate degli attaccanti. Ricardo è stato il primo ad uscire al limite dell'area, a respingere la palla con il gomito (che da lui avrebbe preso il nome di 'zamorana'), a tuffarsi rimanendo sospeso in volo per parecchi secondi, cosa che gli consentiva di parare anche i palloni più insidiosi e angolati. E' stato il primo estremo difensore a comandare l'intera squadra, nelle parole e nei fatti, e a capire e sviluppare l'importanza di un valido piazzamento sui tiri da fermo, rigori, punizioni, calci d'angolo.

Gli avversari dicevano che avesse doti mesmeriche e si sentivano come ipnotizzati quando se lo trovavano di fronte: non erano altro che un istinto e una prontezza di riflessi come mai si erano viste prima, che consentivano a Zamora di anticipare regolarmente l'intenzione dell'avversario, come se lui fosse nella testa dell'attaccante e intuisse la direzione del tiro prima che venisse scoccato. L'8 settembre faranno 27 anni dalla sua morte: nemmeno il tempo sembra scalfire il ricordo della sua grandezza, se è vero che ancora oggi in Spagna si continua a ripetere: "Nella storia esisteranno sempre e soltanto due portieri: San Pietro in cielo e Zamora in terra".

Aggiungerò poi altri esaustivi commenti di maestri come Brera, Ghirelli e Bortolotti.

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«...ricorda che se anche i nostri dirigenti ci danno per spacciati e dicono che sarebbero contenti anche se perdessimo 4-0, a me non interessa. Io oggi scendo in campo per vincere e voglio che quelli che scendono con me oggi abbiano lo stesso obiettivo. Se vedo qualcuno che non combatte questa battaglia, alla fine della partita dovrà vedersela con me. Fatti forza Ruben, quei duecentomila là fuori non giocano, guardano solamente».

Il capitano Obdulio Varela al giovane Ruben Moran prima della finale del Mondiale 50, Brasile 1 Uruguay 2


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MessaggioInviato: sab 3 dic 2011, 13:26 
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Alcune 'chicche' di grandi esperti del calcio italiano che parlano di Zamora.

Adalberto Bortolotti ha messo Zamora al 1° posto tra i portieri del XX secolo: "Zamora anticipò molte qualità del portiere moderno, il senso del piazzamento, il gusto dell'uscita, che ai suoi tempi era un'autentica rarità e che praticò con grande coraggio. Inventò anche un modo di bloccare il pallone, una ferrea presa tra l'avambraccio e il gomito, che da lui prese il nome di 'zamorana'. Ma soprattutto seppe ipnotizzare i rivali più famosi con il suo inarrivabile carisma, con il suo fascino di leggenda vivente".

Gianni Brera: "Il più celebre dei portieri resta ancora oggi lo spagnolo Zamora, che ha giocato negli anni Venti e nella prima metà dei Trenta. Qualcuno asserisce che avesse doti magiche, diciamo anzi mesmeriche, per rifarci al medico Mesmer, che fu il primo a usare l'ipnosi con fini terapeutici. Zamora affissava gli occhi magnetici negli occhi dell'avversario e ne comandava l'azione, ingiungendogli telepaticamente di tirare in quel preciso momento e in quella particolare direzione: poi toccava a lui di volare, afferrando palla con mani che in realtà erano tenaglie d'acciaio. Si capisce che può anche esserci del vero, ma di che cose magiche si può sempre dubitare senza offendere la ragione. In realtà Zamora era un portento di tempismo e di bravura. Intuita la direzione del tiro, su quello balzava felinamente, e con tanto anticipo rispetto all'intuizione del pubblico da meravigliarlo come per prodigio. Zamora era tanto bravo ed esperto da riuscire anche a fintare l'avversario, così da indurlo a tirare in quel settore della porta dal quale affrettava di spostarsi".

Antonio Ghirelli scrive nella sua 'Storia del calcio italiano', a pagina 56, parlando delle Olimpiadi del 24 in Belgio: "...nel torneo di consolazione riuscimmo a superare i norvegesi, ma il confronto finì lì, perché il secondo avversario, la Spagna di Zamora - cioè il più grande, agile e flemmatico portiere di tutti i tempi - si dimostrò troppo forte per gli azzurri..."

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Come sempre, l'obiettivo non è quello di dare adito a classifiche, ma di far conoscere le gesta di questo leggendario portiere spagnolo, che magari non tutti conoscevano o conoscono così approfonditamente, visto l'epoca in cui giocava.

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«...ricorda che se anche i nostri dirigenti ci danno per spacciati e dicono che sarebbero contenti anche se perdessimo 4-0, a me non interessa. Io oggi scendo in campo per vincere e voglio che quelli che scendono con me oggi abbiano lo stesso obiettivo. Se vedo qualcuno che non combatte questa battaglia, alla fine della partita dovrà vedersela con me. Fatti forza Ruben, quei duecentomila là fuori non giocano, guardano solamente».

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In pratica, un portiere costruito in laboratorio, grazie a quelle terme dalle proprietà miracolose.
Senza, sarebbe stato un mediocre: noto il parallelo con Messi e il gh :sisi






























































:rofl

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Cita:
ai miei tempi negli anni 80 mi aberravo in strada


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bello

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Bellissimo articolo!

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Bell'articolo davvero... molto interessante anche per chi, come me, non conosceva approfonditamente questa leggenda...

Bravo Marco :ok

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 Oggetto del messaggio: Re: Ricardo Zamora Martinez
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Ricardo Zamora, il Divino che fece paura al Duce


Ne ho visti tanti di bambini giocare per la strada. Andavano in porta e fingevano di essere me. Beati loro, io da bambino volevo essere un altro. A Calle Diputación, la via alla periferia di Barcellona in cui abitavo, ai miei tempi si rincorreva una palla di stracci. Un giorno mandai il mio piede a sbattere contro una pietra, a casa non raccontai niente per tre giorni, il piede si riempì di pus, il dottor Raventós che era il nostro vicino dovette intervenire. “Non voglio giocare mai più a pallone”, piagnucolai allora con mio padre, medico pure lui, lavorava alla Plaza de Toros. Figurarsi, era felicissimo. Sognava che lo avrei seguito, che sarei diventato dottore anch’io. Eravamo una famiglia agiata, mio nonno capitano di una nave della compagnia Mac Andrews, mia madre veniva da Valencia. Studiavo e mi tenevo in forma con la boxe, il nuoto, l’atletica, la pelota, ma in testa avevo solo il calcio. Un amico di famiglia mi presentò alle giovanili del Canigó, fu lì che mi trasformarono in un portiere. Sembravo più grande degli anni che avevo: solo 14 quando don José María Tallada mi portò all’Espanyol e 15 quando debuttai a Madrid. Viaggiai con i pantaloni corti. Finì 1-1. Un giornale scrisse: “In campo c’era un ragazzino che si chiama Zamora. Ha giocato come si potrebbe bere un bicchier d’acqua”. Ricardo Zamora, io.

Per tutti sono diventato il grande Zamora alle Olimpiadi del ‘20, dopo l’1-0 contro la Danimarca vennero ad abbracciarmi persino i miei avversari. Pochissimi mi hanno visto giocare, tutti mi conoscono. Il progresso della fotografia dava spazio alle imprese degli sportivi, sulle copertine dei settimanali mettevano noi portieri. Quella volta che con l’Espanyol andammo in turnée in America, rimasi per cinque partite di fila senza prendere gol: una rivista offrì un premio per battermi. Dovemmo spostarci da Santiago a Mendoza, il mal tempo aveva interrotto le corse ferroviarie, gli aerei non volavano, così attraversammo le Ande tra l’Argentina e il Cile a dorso di un mulo. Arrivammo al primo rifugio e spuntò un bambino con la mia foto tratta da un giornale: Ehi Zamora me la firmi?

La gente diceva: non esistono che due portieri, San Pietro in cielo e Zamora sulla terra. Il Divino, mi chiamavano così. Mi piaceva entrare nelle chiese, guardare Cristo con le braccia spalancate, sembrava un portiere anche lui, fermo, immobile a parare i peccati del mondo. C’è stato un tempo, poco dopo la guerra, in cui tutti quelli che avevano giocato a calcio raccontavano la stessa storia: si vantavano di aver fatto gol a Zamora. Chi in campionato, chi in Coppa, chi in una delle infinite esibizioni che le mie squadre accettavano di giocare per far soldi con me. A dar retta a quelli, sarei il portiere che ha preso più gol al mondo. Invece ne prendevo pochi e paravo come nessuno. Paravo anche con il gomito, con l’avambraccio, un gesto che oggi si chiama la “zamorana”. Una volta arrivo a Calella per una partita, la città era piena di mie fotografie. Un vecchio si avvicina, mi tocca e mi fa: “Ma sei uguale agli altri”. Sì, solo più bravo. Uscivo anche con i piedi fuori area. Gli attaccanti misero in giro la voce che li ipnotizzassi. Macché. Erano loro che avanzando verso la porta pensavano: me la prende, me la prende, e io gliela prendevo.

Ginocchiere, cavigliere, parastinchi, il maglione con lo scollo a polo, il cappello grigio di pezza per ripararmi dal sole e dal fango. Ho inventato un nuovo look. Mi lanciavo sui piedi degli attaccanti, si alzava polvere e dalla polvere uscivo con la palla tra la mani. Quando nel ’29 battemmo l’Inghilterra avevo lo sterno rotto, nel ’34 facemmo tremare l’Italia al Mondiale in casa sua. Quarti di finale, 1-1 dopo i supplementari, all’epoca non c’erano i rigori, peccato, altrimenti li avrei presi tutti e l’Italia non avrebbe vinto il suo Mondiale. Si dovette rigiocare la partita. Il giorno dopo. Eravamo distrutti. L’Italia cambiò 4 giocatori, noi sette. Compreso me. Misero in giro la voce che fosse stato il Duce a spaventarmi. Falso. Ero io che avevo spaventato lui, chiedetelo a Baloncieri, chiedete se si ricorda il mio coraggio, il colpo al petto che prese scontrandosi con me. E sulla mia rinuncia pensatela come volete. Le mie idee politiche non le ha mai conosciute nessuno. Ho giocato per il Barcellona senza proclamarmi catalanista, mi comprò il Madrid per 150mila pesetas e al mio arrivo alla stazione dovetti tenere un discorso. Dissi, Finalmente sono in un posto dove il pubblico capisce di calcio. A Barcellona non la presero bene. Per questo quando me li ritrovai di fronte, nella finale di Coppa del ’36, mi tirarono addosso una bottiglia. zamora1escola1Io feci una parata su Escolà negli ultimi minuti di cui ancora si parla in Spagna, 2-1 per noi, la mia ultima partita. I giornali qualche mese dopo scrissero che mi avevano trovato ucciso in un fossato di Madrid. Omicidio politico. Addirittura. I repubblicani mi avevano premiato, passavo per uno di sinistra, anche se di politica non ho parlato mai. Ero spagnolo, tutto qui. Soprattutto ero vivo. I militari mi trovarono e mi arrestarono, nella prigione di Modelo giocavo a calcio con i carcerieri, fino al giorno in cui scappai.

Ho fatto l’allenatore, ho scritto per giornali, ho recitato in “Finalmente si sposa Zamora” con Emilia Donnay. Celia Gómez, la star dell’epoca, cantava: “Mama mama ascoltami, voglio essere della squadra di Zamora”. Nei negozi si vendeva l’anice Zamora. Ma ho sbagliato con mio figlio, lo chiamai come me. Ricardo. Ho sbagliato a non dirgli di lasciar perdere il calcio, volle giocare in porta, è arrivato in serie A, però immaginate con quale peso addosso. Il peso del mio nome, il nome del Divino. Dicono che sono stato il Pelé dei portieri. Andateci piano. Sono venuto prima io. Semmai era Pelé lo Zamora degli attaccanti.

“In un Paese di lotte, di angustie, di frustrazioni, il calcio fu un raggio di luce, e Zamora più di tutti”
(La Vanguardia)



(Pensieri e parole attribuiti a Zamora sono frutto di fantasia)

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Vantarsi in pubblico dei premi appena vinti, sostituire le pianole con i synthie, levare tutti i cori finti... madonna, eh, quanti danni ha fatto l'indie.


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