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L’ex juventino, inglese d’adozione, si diverte a fare battute
L’astrologo Henry «Italia scorpione»
dal nostro inviato
VINCENZO CERRACCHIO
HAMELN - «L’Italia somiglia a uno scorpione, ti insonnolisce e poi ti punge». “Titì” Henry ha sempre quell’espressione sorniona, di chi parla quando ha qualcosa da dire. Di uno che ha fatto le scelte giuste, tipo 191.000 euro di stipendio a settimana fino al 2010 elargiti dall’Arsenal nel timore che se ne andasse al Barcellona. Tipo cambiare sponsor, lasciare la potente Nike per la Reebok, appena acquisita dall’Adidas: contratto quinquennale, compenso non quantificato ma roba da star bene per generazioni. O tipo sposare una modella, l’inglese Nicole Merry. Tipo diventare un londinese con la tuba a tutti gli effetti, quartiere di Hampstead, Nord facoltoso. Tipo sorridere volentieri, con la figlia Tea o sommerso dai fans. Tipo ripetere, senza neanche prendersi troppo sul serio, “Voglio lasciare un segno nella storia del pallone”.
C’è già riuscito, ma vorrebbe completare l’opera. Lui nel ’98 aveva vent’anni e la finale contro Ronaldo se la guardò dalla panchina, nonostante avesse segnato già tre gol in quel torneo e fosse il capocannoniere dei blues. «Ma io ero già contento così. Ho imparato proprio in quell’occasione, allo Stade de France, che non era importante diventare eroi ma ottenere il massimo con la forza del gruppo, le riserve strette ai titolari». Tutti qui parlano di Zidane, scommettono su come sarà la sua partita d’addìo. Dopo Abidal, anche Sagnol ieri ha voluto ripetere davanti ai taccuini: «Il nostro vantaggio è che abbiamo Zizou e loro no». Eppure è da King Henry che bisognerebbe guardarsi anche di più, non foss’altro per i 214 gol segnati in 342 partite con l’Arsenal, capocannoniere di Premier anche quest’anno, e per i 35 in 84 presenze in nazionale, ultimo quello che ha rimandato a casa il Brasile.
Questa dell’Italia-scorpione più che una battuta è una considerazione tattica. Non un’offesa. Anche se a Henry potrebbe scappare da ridere nel ripensare a quale gallina dalle uova d’oro (lui) si fece sfuggire il vecchio Moggi: nella passerella bianconera di domani, ex compresi, Titì sarà l’antijuventino per eccellenza. «Gli azzurri sono un po’ come noi - chiarisce - Che siamo diventati meno offensivi del ’98 ma abbiamo imparato a difendere, tener palla, amministrare, comè è successo contro il Portogallo, quando abbiamo rischiato solo una volta d’incassare il pareggio. Sta accadendo come in Champions League: dell’Arsenal hanno sempre parlato come macchina da gol, ma in realtà a portarci in finale è stata proprio la forza della nostra difesa». Generoso per un attaccante. Ma Thierry è fatto così, “mi applico per diventare cattivo” disse da giovane. Lo è diventato sotto il profilo tattico, con quelle sue progressioni squassanti, l’istinto che lo porta a leggere l’azione una frazione prima del difensore, l’elasticità naturale della caviglia che pare sia il suo marchio di fabbrica negli spazi stretti, come ha confermato l’inevitabile fallo da rigore commesso da Ricardo Carvalho per frenarlo.
E’ certo che Henry, originario della Guadalupa ma parigino della banlieu, porterà dalla sua anche i tifosi inglesi. Lo adorano, non solo quelli dei Gunners, che piansero al suo pallonetto vincente che chiuse il 7 maggio la storia del mitico Highbury, trasformato in stadio degli Emirati. Dieci giorni più tardi, nella finale Champions col Barcellona, uscì sconfitto dal campo dopo un match giocato a lungo dall’Arsenal in dieci contro undici (per l’espulsione del portiere Lehmann), ma con giudizi più alti di quello di Ronaldinho. Averlo eliminato da questo mondiale è stata un’ulteriore rivincita, che potrebbe avvicinarlo, specie in caso di vittoria contro l’Italia, all’agognato Pallone d’oro. Se su Zidane hanno girato un avvincente documentario, il regista Spike Lee scrisse una parte per lui nel film “Inside Man”, senza che se ne facesse nulla per ragioni di tempo e di disponibilità. Ma al “ciak” di domenica sera, vedrete, Henry pretenderà una parte da attore protagonista. Scorpioni d’Italia unitevi.
Domenech non cambia la Francia
dal nostro inviato
HAMELN - Anche la Francia cambia programma: l’ultimo allenamento lo svolgerà oggi alle 18 a Lichterfeld, periferia di Berlino, invece che all’Olympiastadion. In mattinata lascerà Hameln, il paese del pifferaio magico, quello che incantava topi e bambini. E la palestra Rattenfanger (cacciatore di topi, appunto), fornita di defibrillatore a parete (roba che da noi neanche all’Olimpico...) dove invano siamo rimasti in attesa di una parola di Zidane, una traccia di sfida alla vecchia Italia. E invece, in perfetto sberleffo mediatico, sono stati spediti in avanscoperta il terzino Sagnol e il “ripescato” Govou. Che hanno fatto del loro meglio per non cadere in troppe banalità.
«Il miglior giocatore dell’Italia? E’ il gruppo - ha detto Sagnol, detto Willy il Coyote - Ma certo gente come Buffon, Cannavaro, Totti e Toni possono sempre fare la differenza. La Francia è una squadra altrettanto compatta, meno offensiva di quella che vinse nel ’98, ma ugualmente fiera. E poi noi abbiamo Zidane. Che come Henry ha messo al primo posto il sacrificio. E’ vero che il nostro motto è “vivere e morire tutti insieme”». Quanto a Govou, convocato in extremis al posto dell’infortunato Cissé, i giornalisti francesi si chiedono se abbia definitivamente superato Trezeguet come prima alternativa in attacco: «Io sono pronto in caso serva un po’ di freschezza. I miei compagni hanno dato molto, ci aiutiamo in campo e tutti partecipano alla fase difensiva. Grazie a questo spirito e a questa concentrazione siamo arrivati in finale. E il sogno continua». Domenech difficilmente cambierà formazione: l’unico in dubbio è l’esterno sinistro Malouda, che proprio Govou potrebbe avvicendare nel corso del match.
V.Cerr.
il messagero
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