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I tempi per l'apertura del topic ufficiale sembrano maturi...

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MessaggioInviato: lun 1 ago 2022, 18:11 
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Campagna elettorale ormai già partita.

Salvini ha già iniziato con i suoi cavalli di battaglia...

Salvini, non possiamo permetterci di mantenere i clandestini

"Se ci date fiducia torneremo a proteggere i confini del nostro Paese e portare sicurezza nelle nostre città, perché non è possibile vedere migliaia di sbarchi incontrollati".

Così il segretario della Lega, Matteo Salvini torna a parlare di sbarchi di migranti nel corso di un incontro elettorale a Chioggia (Venezia).
"Solo nel mese di luglio di quest'anno - aggiunge - sono sbarcati più clandestini che in tutto il 2019 quando c'era la Lega al governo con 6 milioni di italiani poveri che devono scegliere tra il pranzo e la cena". "Non possiamo permetterci di mantenere migliaia di clandestini che sbarcano dalla mattina alla sera. Proteggere gli italiani e il lavoro degli italiani", dichiara. "Siamo partiti da Porto Tolle incontrando i lavoratori e parlando di lavoro, mentre i capi della sinistra in queste ore sono a Roma a litigare sui collegi e sulle alleanze: noi siamo in mezzo ai lavoratori perché la priorità oggi in tutt'Italia è salvare i posti di lavoro e quindi lasciamo che gli altri parlino d'altro", aggiunge. "Chi sceglie la Lega - insiste - fa una scelta precisa, niente nuove tasse. Le tasse e le patrimoniali le lasciamo a Letta e alla sinistra. Non è il momento di tassare risparmi, case, conti correnti".
"Noi non controlliamo televisioni, sindacati, banche, poteri forti, non abbiamo milioni di euro da buttare, non abbiamo gente che ci vota per interesse, per salvare le poltrone o i redditi di cittadinanza che vanno tolti a chi non ha voglia di lavorare, perché non si può continuare a mantenere a casa gente che rifiuta il lavoro", prosegue Salvini. "Reddito di cittadinanza per chi non può lavorare: sì - avverte - ma per chi rifiuta il posto di lavoro no". "Ci aspettano un autunno e un inverno molto complicati - sottolinea - la bolletta della luce e del gas la stiamo pagando tutti, la Lega ha fatto una proposta e mi auguro che il governo Draghi l'approvi prima del voto: azzerare l'Iva, le tasse sui beni di prima necessità: pane, pasta, latte, verdura, frutta". Questo è un aiuto immediato "per chi non sa come mettere insieme il pranzo con la cena. Costa un miliardo a trimestre, mentre il reddito di cittadinanza costa 9 miliardi all'anno, potrebbero essere meglio spesi parte di quei contributi" dichiara Salvini che lancia un appello al voto: 'Chi pensa di punire la cattiva politica, i cambia casacca, i traditori, i Di Maio, Speranza, Lamorgese non andando a votare, non punisce loro ma punisce se stesso'..

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2022/08/01/salvini-non-possiamo-permetterci-di-mantenere-i-clandestini_ce0b62c8-ec80-4b06-b01c-399c9b005c19.html

Oltre agli evergreen da segnalare il passaggio sul Reddito di Cittadinanza. Io però francamente non ho capito se vuole abolirlo o meno, mi sembra una mezza supercazzola la sua.

Qui invece un articolo interessante sul tema RDC e relativo approccio del centrodestra...

Cosa vogliono fare Fratelli d’Italia e il centrodestra con il reddito di cittadinanza
L’idea è di mantenerlo solo per alcune categorie. E sostituirlo con un sussidio he dipende dall’Isee
https://www.open.online/2022/08/01/elezioni-2022-centrodestra-reddito-di-cittadinanza-cosa-succede/

Il PD fin qui mi pare abbia parlato genericamente "migliorarlo" e non di eliminarlo. Anche Calenda mi pare si sia espresso nella stessa direzione. Certo, toccherebbe capire cosa intendo migliorare...


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MessaggioInviato: mer 3 ago 2022, 2:12 
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Elezioni: c'è accordo Letta-Calenda, tensione con Si e Verdi

Il Pd e Azione con Più Europa hanno raggiunto l'accordo.

Dopo giorni di tira e molla, veti e ultimatum, Enrico Letta, Carlo Calenda e Benedetto Della Vedova hanno firmato il patto, al termine di una riunione alla Camera durata due ore.

Un'intesa "elettorale per essere vincenti nei confronti della destra", ha detto Letta. "Oggi si riapre la partita", ha ribadito Calenda. Sondaggi alla mano, il centrosinistra sa che il centrodestra parte di gran lunga favorito. Per questo, Letta ha sempre cercato di costruire un'alleanza la più larga possible. Dopo l'addio al M5s, reo di non aver votato la fiducia a Draghi, il compagno di viaggio più corteggiato è stato Calenda che, però stava coltivando la tentazione di correre da solo, al centro, in una lista con Più Europa. Il senso dell'alleanza è stato riassunto da Letta: "Non è immaginabile che, dopo Draghi, il Paese passi al governo delle destre e sia guidato da Giorgia Meloni". E Calenda: "L'accordo elettorale riapre la partita. Tutti i punti che avevamo chiesto a Letta sono stati recepiti. I voti di Azione non andranno a chi ha sfiduciato Draghi". Caustico Giuseppe Conte: "Finalmente è finita la telenovela. In bocca al lupo alla nuova ammucchiata".

La firma dell'alleanza ha subito prodotto uno smottamento. Da tempo il Pd ha un dialogo anche con Sinistra Italiana e Verdi, che adesso chiedono "di verificare se ancora ci siano le condizioni di un'intesa elettorale". Per Nicola Fratoianni (Si), "l'accordo tra Pd e Azione/+Europa è legittimo ma non vincolante sul tema programmatico". Non piace il richiamo al governo Draghi, che vedeva Si e Verdi all'opposizione, e diversi passaggi, come quello sul via libera ai rigassificatori. Un chiarimento è in programma a breve: Letta incontrerà Fratoianni e Angelo Bonelli (Verdi) domani pomeriggio, al Nazareno. Per la verità, i contatti fra i tre sono frequenti, anche in giornata ce ne sono stati almeno due: uno di prima mattino e uno nel pomeriggio. Le schegge del patto sono arrivate anche più in là. Siccome l'intesa prevede che nessun segretario di partito e nessun fuoriuscito da FI e M5s possa essere candidato nei collegi uninominali, il Pd ha offerto un posto nei listini proporzionali della sua lista Democratici e progressisti "ai leader di partiti e movimenti che entreranno a far parte dell'alleanza": è il cosiddetto diritto di tribuna. L'opportunità può tentare chi guida forze che rischiano di non il 3% e quindi di non avere eletti. In Transatlantico, sono venuti subito in mente Bruno Tabacci e Luigi Di Maio, fondatori di Impegno civico. E infatti, nel pomeriggio il ministro degli Esteri ha incontrato Letta, seminando scompiglio nei parlamentari che lo hanno seguito nell'uscita dal M5s: "Se accetta il diritto di tribuna ci abbandona e Impegno civico salta", commentava un deputato.

Non pare che il Pd abbia fatto l'offerta a Matteo Renzi. Malgrado sia Letta sia Calenda ufficialmente dichiarino che non ci sono veti, il leader di Iv è intenzionato a correre da solo, al centro: l'alleanza fra Pd, Azione e +E "poco ha a che fare con la politica dove si sta insieme se si condividono le idee", ha detto Renzi. Che poi ha chiarito la collocazione di Iv: "Quello che gli altri definiscono solitudine, noi lo chiamiamo coraggio. Noi siamo il vero voto utile". L'intesa fra Calenda, Della Vedova e Letta si è chiusa nelle due ore di colloquio. L'incontro ha anche rischiato di partire col piede sbagliato, quando, prima che iniziasse, al Pd è arrivata una bozza di accordo scritta dalla controparte. Un salto in avanti ritenuto inopportuno dai dem. Poi il colloquio. Fra i punti dell'accordo, la divisione dei seggi uninominali: 70% al Pd e 30% ad Azione +E. Ma su quello l'intesa c'era da giorni. Fra i presenti, c'è chi racconta che l'accelerata sia arrivata quando fra la richiesta di Calenda di non candidare negli uninominali Fratoianni, Di Maio e Bonelli, e l'intenzione del Pd di non mettere veti sui nomi, è stata trovata la soluzione di far fare un passo indietro a tutti i big. "Abbiamo dimostrato tutti grande senso di responsabilità - ha detto Letta - l'Italia vale di più rispetto alle discussioni interne".

"Una coalizione si fa sui programmi quindi adesso è necessario aprire una riflessione. Dovremo rivederci e fare un punto della situazione tra di noi". Lo ha afferma Luigi Di Maio, capo politico di impegno Civico, intervenendo in una breve riunione della congiunta con i parlamentari del suo partito.

"L'alleanza Pd-Azione fa chiarezza sulle forze in campo alle prossime elezioni. A misurarsi con il centrodestra e FdI ci sarà la solita sinistra. Il Pd, la sinistra estrema e Azione, la costola del Pd presieduta dall'europarlamentare eletto nel Pd, Carlo Calenda. Finisce la storiella di Azione partito moderato, alternativo alla sinistra tutta tasse, assistenzialismo e nemica del ceto produttivo". Lo dichiara il presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni.

"Azione getta la maschera. È la quinta colonna del Partito democratico e della sinistra. Altro che progetto per creare un nuovo centro, altro che governo Draghi, semplicemente al servizio di chi vuole la patrimoniale per qualche posto in più". Lo scrive su Twitter Antonio Tajani, Coordinatore nazionale di Forza Italia.

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2022/08/02/elezioni-ce-accordo-letta-calenda-tensione-con-si-e-verdi-_7635d8f2-7776-4f09-bf4b-6f3352febe70.html

L'alleanza PD-Calenda fa sorridere, ma anche i commenti di quelli del centro-destra non sono da meno. Ma vabbè.
Comunque sia la vittoria del cdx è scontata e in una botte di ferro. Bisognerà vedere con quali margini vinceranno, ma sull'esito non vedrei molti dubbi.
Meloni premier e Salvini ministro dell'Interno. Amen (o auguri).


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MessaggioInviato: gio 4 ago 2022, 8:33 
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Spero che SI e Verdi trovino il modo di fare un accordo col PD, foss'anche squisitamente elettorale.

Ho letto che un accordo loro con il M5S toglierebbe tipo 14 senatori al PD, di cui 11 alla Meloni e tre a loro.

Ma visto che il male vince sempre, andranno con il M5S e la Meloni guadagnerà ancora più seggi degli 11 previsti (ma perché hanno fatto una legge senza prevedere il voto disgiunto tra uninominale e proporzionale questi imbecilli?).

L'unica cosa buona che può accadere è la corsa solitaria di Renzi nel caso in cui finisca sotto il 3%


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MessaggioInviato: gio 4 ago 2022, 10:09 
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Reg. il: mar 20 set 2016
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Un interessante articolo del Sole24ore che affronta un argomento di cui parlavo qualche giorno fa:

Troppi governi di breve vita, l’anomalia italiana e il decennio d’emergenza

Questo libro copre gli ultimi dieci anni della storia politica del nostro Paese, quelli che vanno dal governo Monti (novembre 2011) al governo Draghi (febbraio 2021). Non è un caso che l’uno e l’altro siano governi nati in situazioni di emergenza e guidati da figure tecniche, due economisti estranei al mondo dei partiti. È il sintomo della difficoltà del nostro sistema politico a dar vita a maggioranze stabili e responsabili. E questo, insieme al declino economico e al debito pubblico, continua a essere uno dei problemi di fondo del Paese. È difficile credere che tra la debolezza della politica e quella dell'economia non esista un rapporto.

Nei dieci anni l’Italia ha avuto 7 governi e 6 presidenti del Consiglio. La Germania ne ha avuti tre con un unico cancelliere. In Francia i presidenti della Repubblica sono stati tre. I Paesi Bassi hanno avuto tre governi con un unico premier. In Spagna i governi sono stati 4 con due primi ministri. La durata media dei nostri governi dal 2011 al 2021 è stata di circa 17 mesi. Ma escludendo il governo Renzi che ha avuto una durata anomala (quasi tre anni), per gli altri si scende a una media di undici mesi e pochi giorni. In passato il problema è stato lo stesso. Negli anni della Prima Repubblica, dal 1948 (De Gasperi V) al 1993 (Ciampi), i governi sono stati 47, con una durata media inferiore ai dodici mesi. Sono stati il governo di Bettino Craxi (agosto 1983-giugno 1986) e, tra quelli della Seconda Repubblica, il secondo governo Berlusconi (giugno 2001-aprile 2005) a segnare per un sistema come il nostro un vero e proprio record, ma non si può non sottolineare che nella maggioranza delle democrazie europee, dove i governi durano di solito per l’intero mandato, queste durate equivarrebbero a un segnale di crisi.

Da noi invece, il bilancio complessivo dal 1948 a oggi indica 64 governi in 73 anni con una durata media di poco superiore ai dodici mesi. Un po’ meglio la Seconda Repubblica, nonostante la maggiore frammentazione del sistema partitico, ma in ogni caso si tratta di un record negativo tra le grandi democrazie occidentali. I governi duraturi, quelli di Craxi, Berlusconi e Renzi, pur a prescindere dai diversi orientamenti e dai rispettivi contesti, si sono tutti affermati come artefici di importanti programmi riformistici, pur differenziandosi per qualità e indirizzi. Ma Craxi, Berlusconi e Renzi, nel bene e nel male, sono “anomali” nella nostra storia politica. Esclusi questi casi, i nostri governi hanno avuto complessivamente una durata che non solo non permette di governare ma neppure di avviare un’azione che abbia un minimo di prospettiva. Tanto più in un contesto in cui alle lentezze del governo si aggiungono quelle di organi legislativi che, ingolfati da progetti di legge, hanno vita difficile e spesso, di legislatura in legislatura, arrivano alla fine del loro percorso con un'impostazione molto diversa da quella iniziale.

Con l’avvento della Seconda Repubblica il problema si è aggravato, nonostante la durata media dei governi si sia allungata. Infatti, dal 1948 al 1992 i governi sono stati instabili, ma i governanti no: l’instabilità degli esecutivi era almeno in parte compensata dalla continuità dei governanti. Gli stessi partiti (e spesso le stesse figure politiche) sono rimasti a lungo al potere in un sistema bloccato dall’impossibilità di alternanza. Con il crollo della Prima Repubblica e l’avvento della Seconda è arrivata l’alternanza, ma questo cambiamento, per molti aspetti positivo, ha aggravato il problema dell’instabilità dei governi facendo venire meno la continuità dei governanti.

All’estero quella dei governi che si succedono a ritmi annuali o quasi è vista come una delle «particolarità italiane». C’è da chiedersi perché nei settantacinque anni della Repubblica non si sia riusciti ad affrontare il problema. Sembra incredibile ma resta il fatto che, nonostante il passaggio di tre generazioni, il rischio di una «deriva autoritaria» è ancora considerato una minaccia potenziale da certe élite culturali del nostro paese, per cui «l’uomo solo al comando» potrebbe rivelarsi l’antesignano di una nuova dittatura. Ma oggi, nel pieno di una straordinaria rivoluzione tecnologica, le minacce sono altre e proprio per la loro natura richiederebbero da parte dell’autorità politica, regolarmente eletta e autenticamente rappresentativa, una capacità di intervento che affronti i problemi in modo rapido ed efficiente e con un orizzonte temporale almeno di medio periodo. E invece non si è fatto nulla. Nasce il dubbio che l’instabilità dei governi, giustificata dal rischio della deriva autoritaria, in realtà nasconda soprattutto una preferenza per governi deboli e quindi incapaci di incidere sulle rendite e i privilegi accumulati nel tempo dalle varie corporazioni in cui si articola una società frammentata e disarticolata come la nostra.

In ogni caso, qualunque sia il motivo è arrivato il momento, pena il collasso del sistema politico e il perdurare del declino del Paese, di riprendere quelle proposte e quei progetti che sono stati oggetto in anni non lontani di dibattito e di sostegno non simbolici. La fine del bicameralismo paritario, che era il minimo di una riforma istituzionale, non basta più a sanare l’anomalia italiana. È necessaria una riforma del potere esecutivo che, proprio nel momento in cui si riparla di nuovi ruoli da attribuire allo Stato, dia a chi lo rappresenta il potere di agire in tempi ragionevoli e con gli strumenti necessari. Così come è diventata urgente, ancor più dopo l’esperienza della pandemia, la ridefinizione dei rapporti tra Stato e Regioni con una revisione del Titolo V della Costituzione, anche alla luce dei numerosi interventi della Consulta in materia.

Per un governo migliore occorrono regole migliori delle attuali. Occorrerebbe anche una diversa cultura della nostra classe politica; ma su questo fattore è difficile intervenire in tempi brevi, mentre sulle regole si può. E questo anche perché esistono validi contrappesi per evitare rischi autoritari a cominciare dal mantenimento della forma di governo parlamentare. Ne guadagnerebbe la nostra democrazia, offrendo ai cittadini che si recano alle urne gli elementi per un giudizio oggettivo sul lavoro effettivamente svolto da chi governa e non sulle promesse mancate. E ne guadagnerebbe certamente il Paese, che finalmente potrebbe avere governi in grado di programmare il futuro e capaci di farsi valere più efficacemente nelle sedi che contano.

https://www.ilsole24ore.com/art/troppi- ... fresh_ce=1


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MessaggioInviato: gio 4 ago 2022, 23:58 
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Io però non ho capito secondo lui, come si farebbe ad avere governi più duraturi lasciando la Repubblica di tipo parlamentare.
D’accordo sull’abolizione del bicameralismo perfetto.


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Molleggiato ha scritto:
Io però non ho capito secondo lui, come si farebbe ad avere governi più duraturi lasciando la Repubblica di tipo parlamentare.
D’accordo sull’abolizione del bicameralismo perfetto.

Ma anche con l'elezione diretta del capo del governo non è che c'è tutta questa garanzia di governi lunghi e duraturi.
Peraltro, la Germania elegge il parlamento con un sistema proporzionale, ma chissà come mai quandi si elogia il sistema tedesco ci si dimentica sempre questo fatti


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MessaggioInviato: ven 5 ago 2022, 12:37 
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:rofl :rotfl :lol

Morgan spin doctor di Fratelli d’Italia? «Do consigli a Giorgia Meloni sul programma elettorale»

https://www.open.online/2022/08/05/elez ... ia-meloni/


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Sarei curioso di leggere il suo contributo sul tema delle droghe :stord


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MessaggioInviato: ven 5 ago 2022, 16:17 
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A me incuriosisce di più il fatto che tra i leader che difendano la famiglia tradizionale non ce ne sia uno che sia sposato.


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