Il nuovo business delle quote di emissione
Tra gli alti e bassi del Bitcoin e delle altre cripto-valute, quest'anno un altro asset (non cripto) sta attirando sempre più l'attenzione degli investitori. Si tratta dei certificati di emissione di anidride carbonica (CO2) come mostra l'andamento degli indici del mercato intercontinentale, l'ICE, basati sui futures relativi ai certificati delle principali aree geografiche (cfr. Figura 1).
A guidare il rally sono i prezzi delle quote di emissione dell'UE (c.d. EUA, acronimo di European Allowances) che nei primi 8 mesi del 2021 sono saliti da € 33 a € 62, registrando un apprezzamento di oltre l'80% che ha superato addirittura il +62% del Bitcoin (cfr. Figura 2).
Nato nel 2005, il sistema europeo delle quote di emissione (Emissions Trading System o ETS) opera secondo una logica cap & trade, in cui si stabilisce un tetto (cap) al numero di quote che vengono messe a disposizione ogni anno per gli operatori appartenenti ai settori assoggettati (oltre 15000 installazioni fisse e, dal 2012, anche l'aviazione commerciale). Dato tale vincolo, ogni operatore deve restituire annualmente un numero di quote pari alle emissioni prodotte per evitare pesanti multe. Chi si trova in deficit, può acquistare le quote mancanti in asta (da uno degli Stati membri dell'UE) o sul mercato da operatori che si trovino in surplus o da soggetti terzi abilitati.
Fino al 2012 il sistema ha faticato a decollare per via della crescita costante dei certificati in eccedenza (molti dei quali peraltro assegnati a titolo gratuito) e del cap troppo alto. Dal 2013 (inizio della Fase 3, conclusasi nel 2020) il mercato ha cominciato ad ingranare principalmente a causa del ridimensionamento dell'offerta (specie quella di quote a titolo gratuito) e della previsione di una riserva di stabilità che dal 2019 assorbe il 24% delle quote in eccedenza (cfr. Figura 3).
Proprio la riserva di stabilità ha contribuito al rincaro verificatosi nel triennio 2018-2020 (gli operatori hanno infatti cominciato a tesaurizzare i certificati in anticipo rispetto all'inizio effettivo della riserva), durante il quale il prezzo è passato da € 8 a € 32.
L'impennata dei certificati UE
Alla base della straordinaria performance di quest'anno c'è invece la decisione dell'UE (aprile 2021) di alzare dal 40% al 55% il target sulla riduzione di gas serra entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 (anno di riferimento del protocollo di Kyoto). Per perseguire questo ambizioso obiettivo lo scorso 14 luglio la Commissione Europea ha presentato una proposta normativa (c.d. fit-for-55) che – oltre a prevedere lo stop completo alle auto inquinanti dal 2035 – contiene un ricco pacchetto di misure che darebbero un'ulteriore stretta all'ETS europeo.
La proposta di Bruxelles prevede l'estensione del sistema delle quote al settore del trasporto marittimo e l'innalzamento dell'obiettivo di riduzione delle emissioni dei settori interessati dal 43% al 61% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005, anche tenuto conto che in pratica il target del 43% è stato già raggiunto con 10 anni di anticipo. A tal fine, il fit-for-55 propone di abbassare ulteriormente il limite massimo alle quote offerte annualmente ai settori ETS durante la Fase 4 del mercato iniziata nel 2021. A partire dall'anno successivo all'entrata in vigore della nuova regolamentazione il ritmo di riduzione annuale del cap (pari all'1,74% nella Fase 3) dovrebbe essere portato al 4,2% rispetto al 2,2% originariamente previsto. Inoltre vi dovrebbe essere anche una riduzione una tantum del cap per fare in modo che l'effetto finale della riforma sia lo stesso che si sarebbe avuto se fosse partita quest'anno.
Negli ultimi tempi il surriscaldamento dell'ETS Europeo ha cominciato ad attirare anche operatori estranei ai settori coperti dal sistema. Si tratta di investitori e trader (specie quelli specializzati in commodities) che assumono posizioni lunghe nell'aspettativa di conseguire profitti. Tra questi ci sono colossi come Royal Dutch Shell e Glencore, quest'ultima in cerca di rivalsa dopo che nel 2020 ha dovuto rivedere al ribasso di quasi 1 miliardo di $ il valore delle proprie attività in Colombia per via del ridimensionamento della domanda di carbone dell'UE.
Un mercato globale in forte espansione
Il business delle emissioni fa gola a molti anche perché non è limitato alla sola UE. Paesi come Nuova Zelanda, Corea del Sud, Canada e California hanno i propri sistemi di scambio delle quote già da diversi anni e molti altri si sono appena affacciati sul mercato o meditano di farlo a breve. Dopo il divorzio dall'Unione Europea, il Regno Unito ha avviato un proprio sistema di trading e dallo scorso maggio sono iniziate le negoziazioni di futures legati ai certificati UK, con quotazioni che per ora seguono a stretta distanza quelle dei certificati UE. A luglio anche la Cina ha lanciato il proprio mercato nazionale delle quote di emissione che si aggiunge (e forse soppianterà) a quelli operativi da diversi anni in varie regioni del paese. E anche negli USA – che con Biden sono rientrati nell'Accordo di Parigi sul clima – potrebbe arrivare presto la svolta verso un sistema federale per il trading delle quote.
Le prospettive per il mercato globale dell'anidride carbonica sono estremamente favorevoli: nel 2020 il suo valore ha raggiunto i 238 miliardi di € (+23% su base annuale) e i volumi scambiati sono arrivati a 10,3 miliardi di tonnellate di certificati contro gli 8,7 del 2019. Secondo alcuni analisti per il 2050 questo mercato raggiungerà la cifra monstre di 22 mila miliardi di € e dovrebbe sorpassare quello del mercato del petrolio già entro fine decennio.
Al momento il mercato UE risulta il più liquido e sviluppato (rappresentando quasi il 90% del valore globale) e sull'onda della stretta proposta dalla Commissione Europea i prezzi delle quote potrebbero raggiungere i 90-100 € entro il 2030, o probabilmente prima. Nel 2020 a causa della pandemia le emissioni UE sono crollate dell'11% rispetto all'anno precedente ma già per quest'anno ci si attende un rimbalzo significativo con la ripartenza delle attività economiche. Considerando anche il progressivo calo dell'offerta, il numero di quote in eccedenza rischia di prosciugarsi rapidamente specie se quelle accumulate nella riserva di stabilità dovessero essere cancellate in tutto o in parte.
In teoria, in un mercato ben funzionante, il prezzo dei certificati dovrebbe convergere verso il costo-opportunità delle emissioni pari alla differenza tra il costo di produrre una data quantità di energia con fonti “pulite” e quello di produrre la stessa quantità di energia coi combustibili fossili. Ciò spiega peraltro il recente boom di investimenti nelle tecnologie di carbon capturing & storing che consentono di catturare e conservare l'anidride carbonica imprigionandola nel sottosuolo per diversi secoli.
Resta da capire se e come si verificherà questa convergenza. Gli interessi in gioco sono numerosi – come sempre accade quando si parla dell'energia – e si intrecciano con le dinamiche di mercato delle diverse fonti energetiche. Ad esempio, la recente escalation delle quotazioni del gas naturale – un combustibile che genera circa il 50% di CO2 in meno del carbone – risulta ampiamente sovrapponibile a quella dei certificati UE, perché la preoccupazione per un inasprimento delle regole nell'ETS europeo sta favorendo un riposizionamento verso il gas naturale proprio in un momento in cui ci sono restrizioni nell'offerta proveniente dalla Russia e le scorte appaiono sottodimensionate a poca distanza dalla stagione fredda (cfr. Figura 4).
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