La storia del primo pallone da calcio senza cuciture esterneIl primo pallone con la camera d'aria interna nasce in Argentina per merito di un giocatore e due tifosi. Fece impazzire proprio tutti, soprattutto la FIFA.
Prima delle squadre, delle associazioni, dei campionati e dei giocatori milionari, c’era solo il pallone. Gli egiziani furono i primi a pensare che tirare due calci a qualcosa fosse un ottimo sfogo, così presero le bucce di grano, o semplicemente la paglia, per avvolgerli in tela colorata. Da quel momento, ogni epoca e ogni popolo, ha avuto il proprio pallone: su alcuni monumenti sono raffigurati cinesi della dinastia Ming che palleggiano, Nausicaa e le sue compagne, ai tempi delle visite di Ulisse, si passavano una palla di vesciche di bue, proprio come l’ambidestro Giulio Cesare, e come avrebbe voluto Nerone, che invece non ne azzeccava una.
I vicini di casa di Shakespeare calciavano un panno imbottito di crine, mentre in America la facevano col caucciù, fin quando un uomo del Connecticut creò la prima camera d’aria di gomma, gonfiata rigorosamente a fiato. Tutti questi palloni avevano in comune, però, un particolare fondamentale: nessuno poteva colpirli di testa, a causa di quei rivestimenti, efficaci sì, ma mai perfetti. I primi che ci provarono, già in tempi non sospetti, si ritrovarono graffi così profondi vicino agli occhi da far desistere anche i più coraggiosi.
In Argentina, il calcio fu conseguenza della colonizzazione: dopo aver scaricato i tessuti di Manchester, quando le navi erano attraccate, i marinai inglesi riempivano le strade del porto giocando a pallone. Non si poteva pretendere che tutto quel palleggiare e tirare tra uno schiamazzo e l’altro, non finisse per incuriosire i giovani portegni: nel 1931 il calcio in Argentina divenne professionistico e si espanse a macchia d’olio nel resto del Sud America, con Uruguay e Brasile tra i primi a seguire l’esempio dei loro cugini tangueri. E allora sì che nacquero le associazioni sportive, i campionati e le multe per gli atleti che saltavano l’allenamento.
In quell’anno gli stadi si affollarono: le squadre si facevano competitive, le partite sempre più avvincenti e le tifoserie crearono i primi cori che presto sarebbero diventati dei veri tormentoni: nacquero la ola e le facce dipinte. Tanta organizzazione non riuscì però a risolvere quel peccato originale che ancora impediva un gioco davvero fluido: il pallone era ancora legato con uno spago che, a colpirlo con la fronte, lasciava delle ferite così evidenti da far spaventare tutte le fidanzate.
A risolvere il problema ci pensarono tre cittadini di Còrdoba: durante una partita all’antico Estadio Olimpico, meglio conosciuto come Chateau Carreras, per il nome del quartiere dove sorgeva, Antonio Tossolini e Juan Valbuena stavano seguendo la loro squadra dalle tribune, ed erano sotto di uno a pochi minuti dalla fine, quando, per un rimbalzo fortuito, la palla si impenna, schizza in alto, proprio nel centro dell’area, proprio di fronte a Luis Romano Polo - loro amico e centravanti dell’Atletico Belgrano - solo di fronte al portiere avversario. Lo stadio si ammutolì per un solo istante, i tifosi cordobesi già quasi esultavano, Valbuena e Tossolini erano già in piedi abbracciati. Ma l’attaccante, che conosceva i rischi del mestiere, sebbene fosse solo e piazzato centralmente di fronte alla porta, non saltò per colpire la palla di testa, ma aspettò invece che toccasse terra, quando però ormai il portiere avversario gli aveva già coperto tutta la visuale, obbligandolo a sparare di lato.
La delusione fu troppa: Luis Polo, uomo dalle spontanee passioni, ma anche dal pragmatismo spicciolo, era stufo di veder sfumare i suoi sogni sportivi per l’incapacità di qualche sarto incompetente, così prese subito una decisione, che cambiò per sempre, non solo la sua vita, ma anche quelle di tutti i futuri giocatori e tifosi di calcio. Per un’intera settimana, a tutte le ore del giorno e della notte, Luis Polo si chiuse dentro casa con Tossolini, carpentiere e meccanico, e Valbuena, che faceva il commerciante, e si scervellarono per capire come rendere finalmente morbida quella palla. Il problema erano quelle cuciture così spesse, quello spago così grezzo che restava fuori a penzoloni come la miccia di una bomba da innescare.
Dopo tanti e vani tentativi, i tre unirono i loro ingegni e riuscirono a creare il primo pallone senza cuciture, con una camera a valvola che si gonfiava a iniezione: l'11 Marzo del 1931 brevettarono il Superball, il prototipo del pallone moderno, esattamente lo stesso che, anni dopo, è diventato monopolio esclusivo di un marchio come l’Adidas.
Fu una vera e propria rivoluzione, tanto che si può parlare del calcio prima e dopo il Superball: i giocatori erano così contenti della nuova palla che non facevano altro che cross e campanili, entusiasti dei colpi di testa che finalmente si potevano permettere.
In Argentina divenne ufficiale nel 1937 e l’intera città di Cordoba ne giovò, grazie ai 170 artigiani che sfornavano più di 1500 palloni al mese, così famosi in tutto il mondo da organizzare fiere e dimostrazioni.
Spopolò in ogni nazione, dalla Spagna all’Inghilterra, fino alla Francia, tanto da impressionare anche i dirigenti della FIFA, che sollecitarono gli inventori argentini, ordinandone una decina per il mondiale italiano del 1938.
Senza questi tre appassionati argentini forse il gioco del calcio sarebbe diverso, o forse, qualcun altro in qualche altra parte del mondo, con la stessa speranza di assistere finalmente ad un gioco fluido e spontaneo, avrebbe risolto il problema dello spago.
Di certo, non si può far altro che ringraziare Polo, Tossolini e Valbuena ogni volta che parte un cross disegnato come un arco perfetto, e noi aspettiamo di vedere, con un nodo in gola, chi riuscirà a saltare prima, o più in alto degli altri, per colpire quella palla diventata finalmente amica.
fontehttp://www.foxsports.it/2016/05/23/supe ... e-moderno/

