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Una Liga in tono minore.[/align]
Ancora! Chi, bontà sua, legge questo blog sin dagli inizi comincerà ormai a pensare che il suo autore non sia altro che un noioso bastian contrario che non fa altro che sputare sul piatto dove mangia (…e magari fosse…). Dopo il Real Madrid 2006-2007, bollato dal sottoscritto come una delle squadre più sghangherate e improbabili mai viste, dopo una Liga 2007-2008 al ribasso, vinta senza il minimo demerito da un Real Madrid che tuttavia è parso più che altro la meno peggiore delle squadre in lizza, la storia, uguale si ripete anche quest’anno.
Certo, il Barça sta dominando la Liga nella maniera più brillante possibile, ma ciò non deve nascondere, e anzi indirettamente sottolinea, la povertà generale di contenuti che questa stagione ci sta offrendo. Non noiosa per quegli eccessi speculativi e di tatticismo intravisti gli anni scorso, ma anzi ricchissima di gol, gol che peraltro andando a vedere a fondo provengono in una preoccupante maggioranza dei casi da errori difensivi e papere dei portieri (queste ultime stanno incidendo in una misura davvero inquietante). Gol a buon mercato, ideali per qualche superficiale propaganda, ma negativi per la competitività dell’intero movimento.
Il problema, si badi bene, non è che il Barça (peraltro in calo nelle ultime partite: sono l’unico che pensa che giocando come contro il Betis ma anche come contro Racing e Numancia l’eliminazione dalla Champions non sia così improbabile?) asfalti di goleada in goleada le sue avversarie. A questo proposito va ricordato come già il miglior Barça di Rijkaard chiudesse spesso in anticipo le gare, ma preferisse a differenza di questo attuale gestire il vantaggio più che infierire (arrivati a questo punto invece il Barça è ingolosito sia dalla media dei tre gol a partita che dalle performances dei propri attaccanti nella classifica cannonieri), e va comunque ricordato come le squadre finora più ostiche per il Barça in questa Liga portino pur sempre i nomi di Numancia, Racing, Getafe, Osasuna e Betis.
Il problema vero è che fra Sevilla, Valencia, Atlético Madrid e Villarreal non si fa una squadra decente. Stupisce persino il punteggio del Real Madrid, a quota 50, un punteggio che in qualsiasi altro campionato gli varrebbe la leadership, senza un Super-Barça di mezzo. Cinquanta punti per una squadra che dall’inizio della stagione ha avuto tutte le sventure possibili e immaginabili fra infortuni, cambio d’allenatore e terremoto societario, e che solo adesso sta ricostruendo una propria identità (in questo senso la vittoria di Gijón è la prima vittoria pienamente convincente di Juande, la prestazione certamente più completa).
Ma lasciamo da parte il Real Madrid. Il vero valore aggiunto della Liga nel suo momento di maggior splendore, fra fine ’90 e inizio 2000, non era rappresentato né dai Galácticos né da un Barça che peraltro sotto Gaspart attraversava una delle sue epoche più buie, ma dal Valencia di Cúper e poi di Benítez, da quel Depor che fu il più meraviglioso dei perdenti nelle Champions di inizio secolo, anche da sorprese come Celta e Alavés (e, rimanendo all’ambito puramente domestico, non dimentichiamo l’exploit della Real Sociedad di Denoueix), fino al Villarreal Riquelme-centrico e al grande Sevilla bicampione-Uefa che in un certo senso ha chiuso un ciclo d’oro per il calcio spagnolo di club.
Ora, sebbene i fatti siano sempre in tempo per smentirmi, le prospettive future sembrano assai più anguste. Il rischio tangibilissimo è che la Liga si trasformi in una sorta di versione d’èlite del campionato scozzese, senza il fascino dei manzi che popolano i campi delle Highlands ma con qualche giocoliere in più, col duopolio Barça-Madrid a replicare Celtic e Rangers. Insomma, proprio quello che era la Liga prima di affermarsi come miglior campionato d’Europa all’inizio del ventunesimo secolo, ruolo già da un po’ di tempo perso in favore della Premier League, campionato che peraltro suonava sempre molto più “trendy” anche quando i valori tecnici erano inferiori (c’è poco da fare, un Owen riusciranno sempre a vendertelo come miglior giocatore d’Europa anche davanti al miglior Raúl).
Era quella dei duetti in mezzo metro di campo tra Valerón e Fran, del pazzo Djalminha, della coppia Albelda-Baraja che macinava palloni senza soluzioni di continuità, di Vicente che metteva tutti i terzini #@*§ a terra, del Celta-spettacolo di Víctor Fernández che partiva sempre fortissimo e poi si sgonfiava (ma in mezzo ci stavano un 7-0 al Benfica e un 4-0 alla Juve), dell’Alavés che assieme al Liverpool allestiva una delle partite più belle della storia, di Karpin/López Rekarte e De Pedro/Aranzabal che ingozzavano di cross Kovacevic e facevano sognare l’impossibile a Donostia…era questa la Liga della quale mi innamorai, scusate l’attacco di sentimentalismo…
Si sta giocando una partita decisiva, al centro della quale c’è il Valencia. La squadra di Emery simboleggia al meglio lo spartiacque davanti al quale si trova il calcio spagnolo, fra calcio simil-scozzese e calcio competitivo in blocco. Il Valencia infatti è l’unica squadra che a breve termine ha il potenziale per raggiungere Barça e Madrid ad un livello di competitività da Champions: passato un anno necessariamente di transizione come questo, rinnovata e sfrondata la rosa dei rami secchi (quegli Albelda e Baraja che mi facevano impazzire anni fa e che ormai somigliano a degli zombi), un Valencia che si trovasse in Champions col quartetto offensivo Mata-Silva-Villa-Joaquín avrebbe tutte le carte in regola per impressionare l’Europa e magari dare la spinta ad un Rinascimento di tutto il movimento.
Su questa strada però gli ostacoli sono tanti e veramente ardui: il Valencia è economicamente allo sfascio, e forse soltanto in caso di qualificazione alla Champions ci sarebbe una minima possibilità di trattenere Silva e Villa. In caso contrario, Silva e Villa volerebbero via, se non verso Barça e Madrid verso le grandi della Premier, e comunque andasse sarebbe un impoverimento tremendo, una mazzata che accrescerebbe ulteriormente il divario fra il duopolio blaugrana/merengue e il resto, un ulteriore micidiale colpo alla credibilità della Liga.
Proprio da qui traggo lo spunto per un’altra osservazione/similitudine: a una Liga che si impoverisce corrisponde una nazionale che si arricchisce. L’esperienza che Xabi Alonso e Torres hanno acquisito nel campionato migliore del mondo (e comunque, al di là di questo, l’esperienza che hanno tratto dal confrontarsi con un calcio diverso) ha portato linfa nuova a una nazionale che tiene il campo con padronanza sempre maggiore (pesata l’importanza relativa di queste amichevoli, le Furie hanno convinto anche contro l’Inghilterra). Premesso che per la Ligue 1 un Messi non sarà mai accessibile dal punto di vista finanziario (perché il calcio francese assieme a quello tedesco è uno dei pochi seri sulla questione dei bilanci, onore a loro), questa situazione molto da lontano ricorda quella della Francia che arrivò sul tetto del mondo e dell’Europa basandosi integralmente sull’esportazione e la maturazione in altri campionati dei propri talenti. La Spagna non arriverà mai a questo, perché due entità come Madrid e Barça i giocatori li trattengono e anzi li attraggono, ma è una tendenza indubbiamente emergente degli ultimi anni di dittatura della Premier League. Anche nelle situazioni poco favorevoli si finisce col cogliere degli aspetti positivi.
calciospagnolo.blogspot.com
Straordinario articolo che mi trova perfettamente d'accordo su tutto.