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Chi vedresti bene come Presidente della Repubblica?
Amato 13%  13%  [ 3 ]
Berlusconi 21%  21%  [ 5 ]
Bonino 4%  4%  [ 1 ]
Bossi 17%  17%  [ 4 ]
Ciampi F. 0%  0%  [ 0 ]
D'Alema 8%  8%  [ 2 ]
Finocchiaro 0%  0%  [ 0 ]
Letta 8%  8%  [ 2 ]
Mancino 0%  0%  [ 0 ]
Mastella 0%  0%  [ 0 ]
Monti 8%  8%  [ 2 ]
Napolitano 17%  17%  [ 4 ]
Rame 0%  0%  [ 0 ]
Veronesi 0%  0%  [ 0 ]
Altri(specificare chi) 4%  4%  [ 1 ]
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MessaggioInviato: mer 10 mag 2006, 14:28 
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Primavera
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Bardak84 ha scritto:
marco88 ha scritto:
gli auguro un buon lavoro! :-)
ma ci 6 o ci fai?
il presidente della repubblica è un pupazzo senza poteri effettivi


Suvvia, bisogna stringere un sacco di mani e il 31 dicembre leggere il discorso dell'anno prima, vuoi mettere?? :rofl


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MessaggioInviato: mer 10 mag 2006, 15:29 
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Reg. il: mer 28 lug 2004
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15:29 Jovanotti: "Ha rigore morale pazzesco"
"Ieri sera sono andato a letto dicendomi 'speriamo che lo facciano Presidente', perchè so che è un uomo di un rigore morale pazzesco e ora sono contento": così Lorenzo Cherubini, alias Jovanotti, incontrando i giornalisti a Milano, commenta l'elezione di Giorgio Napolitano. "Napolitano è l'ultimo della generazione dei costituzionalisti, dei resistenti, dopo - prosegue l'artista - ci dovremmo inventare qualcosa. Per ora sembra che abbiamo un presidente di cui essere orgogliosi".

repubblica

:rulez

old hai visto che é stato eletto napolitano
ripassa la tua politica OLD :asd :asd


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MessaggioInviato: mer 10 mag 2006, 15:40 
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15:39 Andreotti: "Ha avuto anche il mio voto"
"Sono molto contento". Così il senatore a vita Giulio Andreotti commenta l'elezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. Andreotti rivela di averlo votato non solo oggi ma anche ieri: "Nello scrutinio di ieri sera, Napolitano ha avuto pochissimi voti: uno era il mio. Oggi, per fortuna, ne ha avuti tanti altri. Peccato - commenta Andreotti - che questa fase politica, ancora molto tesa anche perché tra poco ci saranno le elezioni amministrative, abbia impedito un ampliamento dei consensi sul suo nome".
:asd :asd :asd
che bello per il centrodestra :asd :asd


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MessaggioInviato: mer 10 mag 2006, 15:49 
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Tifoso
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Reg. il: mar 26 ago 2003
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mamma mia quanto rosicano :rofl :rofl

http://www.ilgiulivo.com/blog/?p=701#comments


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MessaggioInviato: mer 10 mag 2006, 15:52 
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Reg. il: mar 18 gen 2005
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:lol


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Reg. il: mer 28 lug 2004
Alle ore: 8:38
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Il debito verso il maestro Amendola. I duelli con Berlinguer
La vita politica di un "migliorista" con la passione per la poesia
La lunga marcia di Napolitano
il comunista che fu ex in anticipo
di DARIO OLIVERO


Giorgio Napolitano
ROMA - Dal maestro Giorgio Amendola l'allievo Giorgio Napolitano ereditò debiti e crediti. I debiti furono soprattutto politici, i crediti soprattutto umani. I primi, Napolitano, li ha pagati per cinquant'anni e la sua salita al Colle è l'ultima cambiale portata a pagamento con l'orgoglio che avevano i risparmiatori di una volta quando, pur di non fare brutta figura con un creditore, si privavano del pane o di un nuovo paio di scarpe. Sono i debiti della tradizione riformista del Partito comunista italiano, la cultura "migliorista", parola che equivaleva in certi anni a poco meno di un insulto. I crediti sono quelli che Amendola trasmise su un terreno già fertile e che forse si possono racchiudere in un solo termine: umanesimo.

Difficile pensare a due persone così apparentemente diverse come il primo Giorgio (Amendola), l'ex pugile che affascinava i giovani della Fgci sostenendo le sue posizioni eretiche con la forza della passione e del cuore e il secondo Giorgio (Napolitano), lo spilungone dall'aspetto aristocratico che gli valse il nome di "Re Umberto" per la sua somiglianza con l'erede di casa Savoia. Eppure il loro sodalizio poggiava anche su quel terreno fertile del Napolitano sconosciuto.

Perché l'uomo che sta per salire sul Colle più alto della Repubblica non è soltanto il volto istituzionale e rassicurante, l'unico - secondo le valutazioni del suo stesso partito - in grado di portare gli eredi del Pci al Colle senza far gridare (Berlusconi escluso) al colpo di stato dei Soviet. E' anche un uomo che vive una vita privata e interiore insospettabile per chi si è già seduto sulla poltrona della Camera e del ministero dell'Interno.

Fu attore teatrale in gioventù e autore di sonetti in napoletano scritti sotto pseudonimo. Fu ed è sempre stato attratto dalle lettere, dalle arti, dalla regia. E questa vita intellettuale potrebbe spiegare, come in una teoria di vasi comunicanti, come, dove e quando si rifugiava l'uomo politico quando il peso dell'"eresia" della sua corrente diventava troppo gravoso.

Il giovane Napolitano recitò la parte di un cieco in una commedia di Salvatore Di Giacomo, recitò nel Viaggio a Cardiff di William Butler Yeats al Teatro Mercadante di Napoli, si sciolse confrontandosi con Joyce ed Eliot, passò lunghe serate a parlare di teatro e di regia con Francesco Rosi e Giuseppe Patroni Griffi. Scrisse versi in dialetto dedicati a Napoli, alla morte, alla madre, firmandosi Tommaso Pignatelli. Natalia Ginzburg li adorava.

"Troppo facile trovare un applauso", dirà decine di anni dopo riferendosi alla retorica che piove dai palchi della politica e forse lasciando intendere che i veri applausi possono essere soltanto quelli catartici che si sprigionano in un teatro. Mentre sembrano ben poca cosa quelli dei comizi, luoghi da sdrammatizzare con una buona dose di ironia come quando, come testimonia una foto storica, Napolitano si fabbricò sotto un palco a una Festa dell'Unità un cappellino di carta come quello dei muratori per ripararsi dal sole.

Per tutti questi motivi forse la carriera politica di Napolitano non è la cosa più sorprendente della sua vita. Anche se il solo elencarla fa venire il capogiro: nato a Napoli il 29 giugno 1925, nel Pci nel 1945, nel '53 eletto alla Camera, nel 1992 presidente di Montecitorio (in piena bufera Mani pulite), nel 1996 Viminale (ancora oggi il Sap, sindacato di polizia, lo definisce il miglior ministero dell'Interno), nel 1999 Parlamento europeo, nel 2005 senatore a vita per nomina di Ciampi.

Si dice, ed è vero, che anche gli avversari politici lo hanno sempre rispettato. Ma quello che può essere considerato un onore, visto dall'interno del suo partito, non è sempre stato un vantaggio, proprio per il peso del "debito" che Napolitano si portava sulle spalle. Il termine "migliorista" fu coniato espressamente per lui perché termini come "riformista" o "socialdemocratico" non esprimevano abbastanza l'insofferenza di chi, a sinistra, era "fedele alla linea".

Che cosa voleva dire "migliorista"? Voleva dire che gente come Napolitano o Luciano Lama avevano rinunciato alla rivoluzione ma volevano "migliorare" la società. Non cambiarla radicalmente, perché il capitalismo non solo non andava abbattuto, ma bisognava scendere a patti con esso per riformarlo, emendarlo e renderlo più umano. Ecco che cosa si intende per comunista "di destra" rispetto a un comunista "di sinistra". Come era considerato il suo oppositore principale, Pietro Ingrao.

Oggi è più facile. Dopo la svolta della Bolognina dell'89, dopo il congresso di Pesaro del 2001 - quando Piero Fassino tributò a Napolitano un passaggio in cui lo definì "il compagno che comprese prima di altri" - è più facile dire che non c'è, e non c'era, nessuna "eresia". Ma che cosa voleva dire essere miglioristi negli anni Ottanta, quando si era in contrasto con la linea del partito guidato da Enrico Berlinguer? Cosa voleva dire criticare un segretario tanto amato? Quanto doveva essere doloroso per gente cresciuta dentro il partito dividersi tra fedeltà e nuove prospettive politiche? Cosa voleva dire essere già post-comunista quando i comunisti si chiamavano ancora comunisti?

Voleva dire sporcarsi le mani. Voleva dire non lasciare ad altri il merito di cavalcare indisturbati le spinte più innovatrici della società italiana. Voleva dire dialogare con il Psi, anche con quello di Bettino Craxi. Voleva diresentirsi trasmettere la solidarietà da Norberto Bobbio e la distanza dei compagni, che magari ti accusano di fare il gioco di Bettino. Voleva dire - in piena battaglia berlingueriana sulla questione morale - gettare un ponte verso un riformismo socialista trovando pochi appoggi all'interno e ancora meno interlocutori affidabili all'esterno.

Questo era il debito, cresciuto negli anni e dopo la caduta del muro, che Napolitano si portava dietro. E l'unico modo per pagarlo era convincere tutti di aver ragione, cercare una politica di alleanze con le grandi socialdemocrazie europee e rompere l'isolamento del più grande partito della sinistra. Progetto che gli riuscirà quando il Pds di Occhetto nell'89 entrerà nel Partito socialista europeo.

Il resto è storia dell'ultimo scorcio di secolo, storia europea che per Napolitano finisce nel 2004 quando non si ricandida per Strasburgo. Pensava probabilmente di aver finito di pagare il suo debito politico, chiudendo la sua vita politica come senatore a vita. Così diceva tra le righe nella recente autobiografia Dal Pci al socialismo europeo. Invece, la regola degli attori, per i quali the show must go on, vale anche per i politici di razza. Quelli capaci di diventare, da uomini di partito, ministri di governo, presidenti del Parlamento e, all'ultima scena, inquilini del Quirinale.

(10 maggio 2006)

repubblica

PS effino: chesee sei su candid camera :asd :asd


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MessaggioInviato: mer 10 mag 2006, 15:54 
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Reg. il: mer 28 lug 2004
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Perché dico no a questa riforma della Costituzione
Giorgio Napolitano, discorso al Senato, 10-05-2006


Lei non si stupirà, signor Presidente, se pur essendo stato da così breve tempo chiamato a far parte di quest'Assemblea, prendo oggi la parola. Ho in effetti ritenuto di non potermi sottrarre alla responsabilità di un giudizio motivato su una legge di natura specialissima, qual è quella ora sottoposta al nostro ultimo esame, di revisione complessiva e radicale dell'ordinamento della Repubblica.
Tanto più che, se non sono stato finora partecipe del contrastato iter di questa legge, ho, in periodi precedenti, svolto un ruolo attivo nel lungo processo di elaborazione e discussione di idee e di proposte di riforma costituzionale che si è svolto nei due rami del Parlamento almeno a partire dalla fine degli anni Settanta.
Perché vedete, e vorrei sottolinearlo, sarebbe del tutto infondato il sostenere o il lasciar intendere che nel passato il Parlamento sia rimasto chiuso in un atteggiamento di pura conservazione, di statica e retorica difesa della Costituzione del 1948.
Ben prima che negli anni 1993-1994 intervenisse una vera e propria cesura, una rottura di continuità nel nostro sistema politico, ben prima di allora, tra i partiti storici della Repubblica nata nel 1946, era venuta maturando l'esigenza di un ripensamento e di un adeguamento del quadro istituzionale. Nel 1982, un primo "inventario" di proposte di riforma venne redatto dalle Commissioni affari costituzionali della Camera e del Senato. Nel 1983 fu istituita, come è noto, un'ampia e rappresentativa Commissione bicamerale di studio sulle riforme istituzionali, presieduta dall'onorevole Bozzi, che presentò nel 1985 un quadro assai ricco di considerazioni e indicazioni concrete, rimaste purtroppo senza seguito.
Vennero poi anni di stagnazione del confronto e dell'iniziativa sui temi di una possibile revisione della Costituzione, anche se non mancarono leggi ordinarie di notevole significato istituzionale, come, nel 1988, quella sull'ordinamento della Presidenza del Consiglio o come, nel 1990, quella sull'ordinamento delle autonomie locali.
Si giunse così, all'inizio della XI Legislatura, in una condizione di grave ritardo dinanzi a esigenze oggettive e a sollecitazioni dell'opinione pubblica ormai non più dilazionabili e quindi si impose una scelta che per primo il presidente della Repubblica appena eletto, Oscar Luigi Scalfaro, invitò "fermamente" il Parlamento a compiere: la nomina, che col compianto presidente Spadolini subito promuovemmo, di una Commissione bicamerale non più solo di studio, ma con poteri di iniziativa legislativa, con funzioni redigenti e referenti, che fosse in grado di sottoporre a entrambe le Assemblee un progetto compiuto di riforma della Parte II della Costituzione.
La Commissione, presieduta prima da Ciriaco De Mita e poi da Nilde Iotti, riuscì a presentare un organico, non esaustivo ma, condiviso progetto, nel gennaio 1994, (relatore per la forma di Stato Silvano Labriola e per la forma di governo Franco Bassanini). Il progetto cadde con lo scioglimento, di lì a poco, di Camera e Senato.
Ricordo tutto ciò anche perché il senatore Francesco D'Onofrio, nella sua relazione del gennaio 2004, volle richiamare i lavori sia della Commissione De Mita-Iotti sia della successiva Commissione D'Alema, sostenendo che la proposta di riforma presentata dell'attuale Governo dovesse intendersi semplicemente come conclusione di un percorso. Tale affermazione sarebbe da apprezzare per la sua modestia se non contrastasse con la realtà dell'effettiva ispirazione della proposta, ancora oggi al nostro esame, ispirazione tutt'affatto diversa da quelle che sorreggevano i progetti precedenti e segnatamente quello del gennaio 1994.
Qualche giorno fa ho avuto modo, in occasione della cerimonia di omaggio dedicata all'onorevole Labriola appena scomparso, di mettere in evidenza come la sua relazione di oltre 11 anni fosse audacemente innovativa e nello stesso tempo ispirata a grande equilibrio e responsabilità istituzionale.
Ebbene, con quell'impostazione e con le modifiche che vennero di conseguenza prospettate, risultano coerenti in realtà le proposte di riforma non della maggioranza, ma della minoranza, comprese quelle che escludono la formulazione, nell'articolo 117 della Costituzione, di un elenco di potestà legislative sia concorrenti sia esclusive delle Regioni, accanto alla specificazione delle materie affidate alla competenza dello Stato e postulano possibilità di iniziativa dello Stato federale nell'interesse nazionale, anziché un richiamo sanzionatorio a quell'interesse, ove appaia violato.
Per questo ed altri aspetti - come si sa - l'attuale schieramento di minoranza ha già proposto, con il disegno di legge presentato dai senatori Villone e Bassanini nel settembre 2003, modifiche rilevanti della stessa riforma del Titolo V che esso aveva, da posizioni di maggioranza, varato in modo non sufficientemente meditato.
In effetti, se si legge ancora oggi e si considera obiettivamente il testo presentato, sempre nel gennaio 2004, dai relatori di minoranza, si può constatare come ad una critica puntuale e severa del progetto governativo si accompagnasse un insieme di proposte tale da configurare un vero e proprio progetto alternativo di riforma. Il Governo e la maggioranza che lo sorregge - a mio avviso - avrebbero dovuto apprezzare il fatto che lo schieramento di centro-sinistra non ha sostenuto che tutte le esigenze di revisione costituzionale, affiorate nel lungo processo da me richiamato e culminato nella Commissione bicamerale D'Alema, fossero da ritenersi ormai superate.
In particolare, pur essendosi significativamente consolidate - attraverso il passaggio al sistema elettorale maggioritario e la prassi di una competizione politica bipolare - la posizione del Governo in Parlamento, la governabilità del Paese e la stabilità dell'azione di Governo, l'attuale opposizione ha continuato e continua a presentare proposte volte a sancire in sede costituzionale tale evoluzione e a rafforzare i poteri del Primo Ministro rispetto alle formulazioni della Carta del 1948.
E' dunque l'attuale opposizione che si è preoccupata e si preoccupa di concludere, sulla base di un'ulteriore e coerente maturazione, il percorso che venne bloccato nel 1998, non occorre qui ricordare come e per responsabilità di chi. Sono parte della conclusione di quel percorso le proposte della relazione di minoranza relative alla composizione e alle attribuzioni del nuovo Senato della Repubblica, ma anche tutte quelle riguardanti un sostanziale adeguamento del sistema delle garanzie e dello statuto dell'opposizione all'avvento e all'abuso di un meccanismo maggioritario.
Quel che anch'io giudico inaccettabile è, invece, il voler dilatare in modo abnorme i poteri del Primo Ministro, secondo uno schema che non trova l'eguale in altri modelli costituzionali europei e, più in generale, lo sfuggire ad ogni vincolo di pesi e contrappesi, di equilibri istituzionali, di limiti e di regole da condividere.
Quel che anch'io giudico inaccettabile è una soluzione priva di ogni razionalità del problema del Senato, con imprevedibili conseguenze sulla linearità ed efficacia del procedimento legislativo; una alterazione della fisionomia unitaria della Corte costituzionale, o, ancor più, un indebolimento dell'istituzione suprema di garanzia, la Presidenza della Repubblica, di cui tutti avremmo dovuto apprezzare l'inestimabile valore in questi anni di più duro scontro politico.
E allora, signor Presidente, onorevoli colleghi, il contrasto che ha preso corpo in Parlamento da due anni a questa parte e che si proporrà agli elettori chiamati a pronunciarsi prossimamente nel referendum confermativo non è tra passato e futuro, tra conservazione e innovazione, come si vorrebbe far credere, ma tra due antitetiche versioni della riforma dell'ordinamento della Repubblica: la prima, dominata da una logica di estrema personalizzazione della politica e del potere e da un deteriore compromesso tra calcoli di parte, a prezzo di una disarticolazione del tessuto istituzionale; la seconda, rispondente ad un'idea di coerente ed efficace riassetto dei poteri e degli equilibri istituzionali nel rispetto di fondamentali principi e valori democratici.
La rottura che c'è stata rispetto al metodo della paziente ricerca di una larga intesa, il ricorso alla forza dei numeri della sola maggioranza per l'approvazione di una riforma non più parziale, come nel 2001, ma globale della Parte II della Costituzione, fanno oggi apparire problematica e ardua, in prospettiva, la ripresa di un cammino costruttivo sul terreno costituzionale; un cammino che bisognerà pur riprendere, nelle forme che risulteranno possibili e più efficaci, una volta che si sia con il referendum sgombrato il campo dalla legge che ha provocato un così radicale conflitto.
Mi asterrò dal rivolgere alle forze di Governo poco realistici appelli alla riflessione, ma non posso fare a meno di esprimere la mia convinzione che la strada indicata qui dall'attuale minoranza corrisponde all'interesse di entrambi gli schieramenti politici, nel loro prevedibile alternarsi in posizioni di maggioranza e di opposizione. Essa corrisponde all'interesse di una moderna e responsabile evoluzione del nostro sistema democratico e anche, non da ultimo, alla ricostruzione di un clima, che è purtroppo venuto meno, di più misurato, impegnato e fecondo confronto in Parlamento: un clima che è condizione per l'esercizio, con autorevolezza, del ruolo insostituibile di questa nostra istituzione.
(Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Misto-RC, Misto-Com e Misto-Pop-Udeur. Molte congratulazioni).

Senato della Repubblica, XIV legislatura, 897a seduta pubblica
Martedì 15 novembre 2005
Discussione del disegno di legge costituzionale: Modifiche alla Parte II della Costituzione (Approvato in prima deliberazione dal Senato; modificato in prima deliberazione dalla Camera dei deputati; nuovamente approvato, in prima deliberazione, dal Senato e approvato, in seconda deliberazione, dalla Camera dei deputati)

repubblica

stampatelo e leggilo effino :asd :asd


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MessaggioInviato: mer 10 mag 2006, 16:09 
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Antoniooooo ha scritto:

stampatelo e leggilo effino :asd :asd


Si da il caso che ho dato come esame l'anno scorso proprio diritto regionale,e si da sempre il caso che ho studiato per filo e per segno tutte la riforma che investiva la costituzione,e si da sempre il caso che il professore di diritto regionale ci ha fatto leggere interventi politici pro e contro alla suddetta riforma e fra quelli c'era quello di Napolitano :asd :asd :asd :asd

p.s.
tu l'hai letto vero antonio?? :asd :asd :asd :asd


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p.s.
tu l'hai letto vero antonio??

dovrei? :asd :asd

certo che l'ho letto :roll
Cita:
Quel che anch'io giudico inaccettabile è, invece, il voler dilatare in modo abnorme i poteri del Primo Ministro, secondo uno schema che non trova l'eguale in altri modelli costituzionali europei e, più in generale, lo sfuggire ad ogni vincolo di pesi e contrappesi, di equilibri istituzionali, di limiti e di regole da condividere.

ti sembra un passaggio di un'uomo comunista? :asd :asd


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vergognarsi come un fascista



mmm, bell'ossimoro


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