Ticinese ha scritto:
http://www.corriere.it/cronache/09_maggio_13/ponte_po_allarme_79d7bc5a-3f7d-11de-bc3f-00144f02aabc.shtml
PIACENZA — Non una, ma 18 volte. Per 18 volte, tra il 2002 e il 2008, il Comune di Piacenza si è rivolto all’Anas segnalando che il ponte sul Po era malandato. Finché il ponte, a fine aprile, è crollato per davvero. E Roberto Reggi, primo cittadino della città emiliana, non sa darsi pace: «Sono cose che succedono nei paesi più derelitti dell’Africa. Qui è capitato a cavallo delle due regioni più ricche e nessuno ha fatto una piega. Possibile che io sia l’unico a indignarsi?». Cartoline dall’Italia: c’è tutto il senso della cosiddetta «questione settentrionale » in quanto avvenuto tra Emilia Romagna e Lombardia. Qualche chilometro più a valle del ponte centenario che ha fatto flop c’è quello nuovissimo sul quale sfreccia il treno dell’alta velocità. Modernità e vecchiume, eccellenza e incuria vivono praticamente gomito a gomito. E anche Piacenza, adesso, teme che avvenga «the Big One», l’evento in grado di gettare nel caos tutta la fascia affacciata sul fiume.
«Ce ne accorgeremo — dice il sindaco Reggi — al primo incidente (e ne capita anche uno al mese) che bloccherà il ponte dell’autostrada, l’unico rimasto in piedi in un raggio di 50 chilometri. Tutto il traffico si riverserà sulle strade secondarie e in pratica l’Italia rimarrà tagliata in due. Ditemi: si può vivere così nel 2009?». Si «dovrà» vivere così, anche perché le previsioni più ottimistiche dicono che occorrerà attendere ancora sei mesi almeno prima che il manufatto ora sotto sequestro da parte della magistratura possa essere riaperto (molto parzialmente) al traffico. Le prime verifiche hanno intanto spazzato via un’illusione: il disastro — come hanno dichiarato anche gli esperti del Magistrato del Po — non è stato causato dalla piena delle ultime settimane, ma solo dall’incuria. Il ponte aveva resistito a «spallate» ben più violente, ad esempio le alluvioni del ’94 e del 2000; l’arcata venuta giù, inoltre, scavalca un’area golenale, vale a dire una zona che si allaga solo quando il fiume si ingrossa, non è perciò quella che sopporta le pressioni più forti. «L’altro giorno — prosegue Reggi — sono stato sentito dai carabinieri sul crollo: ho consegnato loro il carteggio con l’Anas da quando sono sindaco. Alla fine abbiamo contato 18 missive che segnalavano pericoli e chiedevano interventi urgenti. Una di queste mostrava, corredata da foto, che un giunto del ponte si era dilatato a tal punto che una colonia di piccioni ci aveva nidificato dentro. Ma il guaio è che molte altre strutture sono nelle medesime condizioni, questo è solo l’emblema dell’Italia che va in pezzi».
Nel 2000 era stato indetta una gara per sistemare l’opera, i lavori partiti nel 2007 non erano ancora terminati. In realtà servirebbe un ponte nuovo, enti locali di Lombardia ed Emilia hanno sottoscritto un protocollo nel 2003 in cui indicavano la soluzione: allargare l’attuale ponte dell’autostrada. Ma la risposta dell’Anas è stata prevedibile: mancano i soldi. «Ci hanno proposto — ecco ancora lo sfogo del sindaco piacentino — di realizzare l’opera con il cosiddetto project financing. Come dire: un nuovo ponte dovrebbe essere pagato imponendo un pedaggio a tutti quelli che vi passano sopra, come nel Medioevo. E pensare che con le tasse che versiamo allo Stato qui a Piacenza di ponti potremmo costruircene tre». Così l’area più avanzata e più popolata d’Italia resta stritolata tra bisogno di modernità e mancanza di quattrini. Male che vada, Piacenza si dovrà arrangiare allestendo nel giro di qualche settimana un ponte di barche affittando la struttura a una ditta privata, a 100mila euro al mese: molto pittoresco, ma totalmente inadatto a sostenere il traffico di 25mila veicoli al giorno che servirebbe già oggi. E pensare che in città ha sede il Genio Pontieri dell’Esercito, capace di scavalcare i fiumi di mezzo pianeta. Ma in questo caso, per legge, non può essere impiegato.
Come sempre accade, quando succede qualcosa saltano fuori gli altarini e tutto viene alla luce. Ora si scopre che il ponte crollato a Piacenza aveva già una storia di allarmi. Ben 18 allarmi ma il lassismo delle autorità italiane è incredibile. Una cosa del genere in Svizzera non accadrebbe, alla prima allarme partono le verifiche del caso e se le perizie eseguite con cura dicono che il ponte è a rischio si parte con i lavori di ristrutturazione. In Italia invece no e qui Berlusconi è ininfluente, è sempre stato così.
Ora alcuni giornali fanno silenzio ed altri ne parlano come sempre accade dopo le tragedie. Ma voi credete che quello di Piacenza sia l'unico ponte a rischio? L'unico ponte dove qualcuno ha lanciato l'allarme? Neanche per sogno, quello è solo la punta dell'iceberg venuto alla luce perchè è crollato. Moltissime altre strutture, non solo ponti, ma soffitti di edifici pubblici sono a rischio e certamente saranno protagonisti della stessa identica storia di quel ponte poi caduto. Allarmi inascoltati e rischi elevati, edifici che aspettano solo di fare boom, poi se va bene non succede niente, se va male qualcuno si fa male.
Ma io mi chiedo, possibile che i giornalisti facciano articoli solo a fatti avvenuti? Inizino i giornalisti del corriere invece di denunciare certe cose SOLO A FATTI AVVENUTI facendo i passivi, a denunciare certe cose ben prima. Ci sono edifici a rischio? Andate lì, fate foto, raccogliete testimonianze di gente che dice, "è da anni che metto sull'attenti lo Stato italiano e questo non mi risponde, ho già inviato lettere con tanto di documentazione e non mi rispondono" o cose di questo genere. Solo così le cose possono migliorare, ci vuole una pressione esterna e i giornalisti devono fungere da organo di controllo. Non, come accade puntualmente, aspettare che succede qualcosa e poi denunciare. Denunciare prima situazioni anomale ed a rischio, senza aspettare che accada il patatrack!
Signori del corriere, repubblica ecc...., non sarà mica solo il ponte di Piacenza ad essere a rischio ed avere storie di denunce inascoltate. E allora perchè mai si legge solo di quello? Già che eravamo in tema, un bell'articoletto poteva titolare "18 allarmi a Piacenza inascoltati prima del crollo, altri allarmi inascoltati a Caltanisetta, Cagliari e la città del Bengodi" con approfondimenti sulle altre situazioni a rischio. Invece no, ecco puntuale l'articoletto che parla della situazione del ponte ora crollato, ma che non approfondisce altre situazioni a rischio.
2 SETTIMANE DOPO.......
Stesso film, a tragedia avvenuta si interrompe il silenzio dei grandi media e si apre il vaso di pandora.
I giorni passano, le tragedie anche ma il comun denominatore è sempre lo stesso. Qua però si sono fatti progressi, già 6 giorni prima si era iniziato ad indagare, però nessuno dei grandi media ha accennato, "in Sardegna rischio per la salute con la SARAS"
http://video.corriere.it/?vxSiteId=404a ... itrate=300
http://www.corriere.it/cronache/09_magg ... aabc.shtml
MILANO - La Saras di Sarroch, la raffineria dove martedì sono morti tre operai impegnati nella pulizia di una cisterna nell'impianto di desolforazione, è finita appena sei giorni fa sotto la lente della procura di Cagliari. A suscitare l'attenzione dei pm, si legge su La Nuova Sardegna, un documentario che racconta le attività della raffineria e le presunte conseguenze sulla salute degli operai e degli abitanti di Sarroch. Il film-inchiesta, già nel gennaio 2009, denunciava i rischi per la sicurezza degli operai all'interno dello stabilimento e quelli legati all'inquinamento. Nel film di 70 minuti prodotto e diretto dal regista Massimiliano Mazzotta, un ricercatore fiorentino, Annibale Biggeri, sia pure con estrema prudenza, mette in relazione la percentuale dei decessi dovuti a malattie tumorali nella zona industriale attorno alla raffineria con l'attività degli stabilimenti. La Saras, che ha sempre assicurato di rispettare al massimo le norme di sicurezza nello stabilimento, ha presentato ricorso per chiedere il sequestro del film al fine di verificare se danneggiasse l'immagine della raffineria. A fine mese è fissata l'udienza in tribunale a Cagliari, davanti al giudice civile, sul ricorso per il sequestro.
IL FASCICOLO - Il procuratore capo di Cagliari, Mauro Mura, non ha confermato l'apertura di un'inchiesta giudiziaria, scrive La Nuova Sardegna, che però dà per certa l'apertura di un fascicolo. Confermata tra l'altro dallo stesso Mazzotta a Corriere.it (il video). Mura, aggiunge il giornale sardo, avrebbe visto il lungometraggio di Mazzotta in una delle proiezioni pubbliche e avrebbe subito incaricato due sostituti: «Dovranno - si legge - valutare se gli elementi di informazione contenuti nel film siano fondati e se possano emergere ipotesi di reato».
«NESSUN PERICOLO» - C'è da dire, come sottolinea il giornale sardo, che i vertici della Saras «hanno sempre smentito con decisione l’esistenza di pericoli per la salute legati all’attività produttiva dell’impianto di raffinazione. Nel corso degli anni - si legge su La Nuova Sardegna - altre rilevazioni epidemiologiche condotte dall’università di Cagliari e da autorevoli centri di ricerca hanno dato ragione all’azienda dei fratelli Moratti, i cui investimenti sulla sicurezza e sulla prevenzione sono stati sempre molto alti».
SEQUESTRO - A fine maggio intanto è prevista l’udienza davanti al giudice civile Vincenzo Amato sul ricorso per sequestro giudiziario del film-documento presentato dai legali della Saras. Gli avvocati della raffineria hanno precisato davanti al magistrato che la richiesta al tribunale civile riguarda il sequestro probatorio del dvd. In sostanza i vertici della Saras vorrebbero esaminare il contenuto del documentario per stabilire se danneggia l’immagine dell’azienda.