Lo spunto per il reportage "Uomini e Topi" inizia da qui:
Roma, bimbi afgani nei tombini
Repubblica — 04 aprile 2009 pagina 1 sezione: PRIMA PAGINA
ROMA - Un gruppo di bambini afgani, tutti tra i 10 e i 15 anni, viveva a Roma in pieno centro, tra i rifiuti e la sporcizia della stazione Ostiense. Erano costretti a dormire per terra, coperti dai cartoni, o nei tombini per ripararsi dal freddo. CAPPELLI E VINCENZI
Indagine sui bimbi dei tombini Una nuova vergogna per Roma
Repubblica — 05 aprile 2009 pagina 2 sezione: ROMA
«UN GRUPPO di ragazzi dormiva nei tombini presso la stazione Ostiense: l' ho letto sui giornali. È un fatto molto grave. Molto impressionante». Se n' è accorto sfogliando i quotidiani, il sindaco Alemanno, guardando le immagini di degrado assoluto registrate dalle telecamere di Sat2000. E ha subito annunciato: «Ho dato incarico all' assessore alle Politiche sociali, Sveva Belviso, e al comandante della Polizia municipale, Angelo Giuliani, di svolgere un' approfondita indagine: soprattutto per scongiurare il rischio che simili episodi possano ripetersi. Anche se», ha proseguito il sindaco, «l' assessorato ai Servizi sociali aveva denunciato da tempo al ministero dell' Interno grandi difficoltà nella gestione dei flussi migratori con arrivi incontrollati direttamente nel cuore della nostra città». Immediate le reazioni, mentre la Polfer precisa: «Nessun bambino dormiva nei tombini. Al massimo venivamo utilizzati come ripostigli». Dopo un viaggio infernale. Al costo di diecimila euro. «La situazione di degrado di piazzale dei Partigiani era da tempo nota al Campidoglio, anche perché ampiamente documentata dai giornali e denunciata dagli abitanti», ha detto il senatore del Pd Roberto Di Giovan Paolo, segretario della Commissione Affari Europei. Sull' argomento è intervenuto anche il consigliere comunale Pd Paolo Masini: «Ma dove vive il sindaco?» ha detto. «Verrebbe da dire buongiorno Alemanno: ma vorremmo ricordargli che il sindaco è lui. Questo è il risultato della scarsa attenzione alla rete di servizi di assistenza sociale di Roma». Una città dove i disperati affollano il terminal Ostiense stipati tra i marciapiedi e le grate dei tombini. Così tanti da dividersi questi spazi in base a una gerarchia. Indiani e pachistani dietro la cancellata. Iranianie afgani nei tombini. L' assessore Belviso è andata a trovare i ragazzini afgani ospitati al centro di accoglienza di via Placido Zurla, nel quartiere Casilino. «Sono a Roma da cinque giorni e hanno dormito sulle panchine, non nei tombini» ha detto dopo averli incontrati. «Sono stati proprio loro a raccontarlo. Anzi, non riuscivano nemmeno a capire cosa stessimo chiedendo». E tra l' altro «non avrebbero potuto neppure entrare lì dentro. Fisicamente sono grandi». E spiega che chi ha organizzato il viaggio dei bambini, ha indicato loro, come un luogo in cui trovare riparo e anche cibo grazie alla Caritas, proprio la stazione Ostiense. - RORY CAPPELLI MARIA ELENA VINCENZI
REPORTAGE
Uomini e topi
Repubblica — 14 aprile 2009 pagina 35 sezione: R2
La notte è tiepida, sedici gradi, e si cammina da un po' in una guazza umida che lucida l' asfalto di un fanghiglia scivolosa e avvolge come un sudario il terminal ferroviario di Ostiense, lo scalo abbandonato di vetro, ferro e cemento nel quadrante occidentale della città. L' orologio segna l' una del mattino quando il poliziotto si pianta all' improvviso come un cane da riporto. Si chiama Carlo Casini, dirige la Polfer del Lazio e, una notte ogni tre, raccoglie uomini che si sono fatti topi. Fa cenno alla pattuglia a piedi di sparpagliarsi. «Lo sente anche lei?». No. Non c' è rumore che si distingua, tranne il latrato di un cane. «Voglio dire, lo sente il tanfo? Perché vuol dire che ci siamo». Nel buio pesto, chiusi tra la massicciata dei binari, una grata alta due metri e le pensiline esterne del terminal abbandonato, avvolti dal lezzo di piscio che sale da un muretto sbreccato trasformato in sversatoio, gli uomini ratto sono un cumulo cencioso che diresti inanimato. Otto, dieci coperte di lana infeltrita che c h i u d o n o c o m e mummie, dalla testa ai piedi, altrettanti esseri umani gettati in terra. Uno stretto all' altro, in un ordine geometrico che non lascia spazio tra i corpi. I fasci di luce delle torce tascabili nelle mani dei poliziotti schiacciano quelle ombre sul tappeto di cartoni che li isola dal terreno. Ne illuminano uno più grande degli altri, sottratto a un' edicola, dai colori rosso e blu accesi, che riesce a ospitare fino a tre esseri umani: "In regalo con Volare, l' atlante del volo". Ora quegli uomini alzano le mani, agitandole in un tremore che sembra irrefrenabile. Che non è freddo, ma paura. Farfugliano tra loro una lingua incomprensibile. È dialetto pashtun. Sono afgani e sono tornati dove neppure quarantotto ore prima ventiquattro bambini della loro stessa etnia, accucciati tra tombini trasformati in ripostigli di stracci e cibo, sono diventati notizia che ha fatto il giro d' Europa. «È come svuotare il mare con un secchiello», dice il vicequestore Massimo Bruno. «Domani ce ne saranno altri. E dopodomani altri ancora. Non importa se sanno che la sera prima ne abbiamo portati via un pullman intero. Arrivano con il buio. Si sistemano intorno alla stazione e se ne vanno con la luce dell' alba. Tra le cinque e le sei». Quando lo scalo esce dalla sua sospensione notturna, fatta di grate e pesanti cancelli che rendono inaccessibili gli ingressi ai sottopassi e alle pensiline. In coincidenza con i primi treni a lunga percorrenza che fermano sui binari della stazione Ostiense. Con il giorno, qualcuno va a lavorare nelle pizzerie del centro. Altri nei cantieri. Altri ancora ciondolano tra le mense del comune e quelle delle associazioni di volontariato. La notte sono di nuovo qui. Tra gennaio e oggi, ne hanno sottratti ai loro buchi 109, documentano le statistiche dell' Ufficio stranieri. Tutti chiedono regolarmente asilo politico. Non tutti lo ottengono. Bruno si rigira tra le mani quattro pezzi di carta unti e sgualciti con i bolli della Repubblica italiana e due passaporti dalle pagine spesse come cartone. «Afgani», conferma. Dopo aver abbandonato qualche anno fa Colle Oppio e la groviera di anfratti tra la Suburra e i Fori Imperiali, questo pezzo di città, tra la Piramide Cestia di porta San Paolo e i quartieri della Garbatella e Ostiense, è loro. E dei loro bambini, dei loro adolescenti. Centinaia. Come non se ne erano mai visti negli ultimi anni. Con un flusso di cui nessuno, ancora, ha davvero dato una spiegazione che non sia quella, ovvia ma forse incompleta, della fuga da una guerra ormai lunga otto anni. E la prova, in qualche modo, è in uno dei pezzi di carta che stringe tra le mani il vicequestore. È l' unico documento di F., uno degli uomini emersi dal cumulo di coperte. È un decreto di espulsione firmato dal prefetto di Forlì. «Perché se ti hanno espulso a Forlì sei venuto qui?», gli chiede Casini. Il ragazzo, neppure vent' anni, sorride. Ha una tuta da ginnastica troppo grande per il suo corpo gracile e troppo corta per le sue lunghe gambe. «Capisci quando parlo l' italiano?», insiste il poliziotto, appoggiandogli una mano sulla spalla per tranquillizzarlo. «Qui amici. Tanti amici. Qui casa», sorride ancora lui. «Quanto hai pagato per arrivare in Italia?». «Diecimila dollari». «Come sei arrivato?». «Pakistan, Turchia, Albania. Ancona... «. La "casa" degli afgani pagata ai trafficanti di uomini diecimila dollari in contanti sono almeno due chilometri quadrati dove non c' è buco, riparo artificiale o naturale che non racconti del passaggio di un uomo. Bottiglie, pantaloni strappati, brandelli di coperte, feci, resti di cibo che diresti di gatto, se non fosse per la cura intelligente con cui sono nascosti. È un' area completamente disabitata, che appare come una protesi incongrua tra il quartiere Ostiense e la via Cristoforo Colombo. Dal perimetro ampio, delimitato dalla massicciata della ferrovia e dall' immenso cantiere che, superato piazzale 12 Ottobre 1492, la fiancheggia. Qui, un giorno, ci sarà "un' altra città", promettono i piani di sviluppo urbanistico del Comune. Ci saranno appartamenti, parcheggi di scambio, gli uffici del "Campidoglio 2", della terza Università. Qui, stanotte, c' è un' immensa forra che ogni tanto echeggia di rumori di lamiera e voci di uomo. Le ruspe e le gru hanno scavato in profondità, aprendo un invaso per le fondamenta dei futuri edifici che precipita fino a una quindicina di metri sotto la superficie del suolo. Ed è sul ciglio di questo cratere che spesso li si vede sparire o riapparire, gli uomini ratto. Hanno sigillato di fresco i tombini color ruggine che segnano il perimetro del Terminal, dove la Polfer vuole che gli afgani custodissero soltanto i loro stracci e alcuni testimoni, al contrario, dicono di aver visto affiorare anche bracciae teste di uomini. Ma il movimento terra del cantiere regala ogni giorno nuovo cunicoli, trincee. Allargando una geografia che Casini ha imparato a conoscere bene nel tempo. E di cui parla con pudore e misura. «Qui a Ostiense dormono gli afgani. Allo scalo Prenestino, i maghrebini. Nella pineta di Casalpalocco e alla stazione di Trastevere, i romeni». Ogni etnia, un territorio. Ogni etnia, un modo diverso di confondersi nella notte, di scavare la propria tana. Perché "sotto i ponti", come pure ancora si dice a Roma, ormai ci dormono solo i barboni con i loro carrelli da supermercato ricolmi di cibo e stracci. I maghrebini del Prenestino si impadroniscono da tempo dei vagoni in deposito sui binari morti dello scalo. Li trasformano in cucine e dormitori. In magazzini. E, in estate, quando è troppo caldo, allungano i loro teli accanto alla massicciata. I romeni della pineta di Casalpalocco vivono mimetizzandosi in bivacchi assediati dal lerciume. «Prima della Polfer - racconta Casini - ho diretto il commissariato di Ostia.E le prime volte che andavamo in pineta, i miei uomini davano di stomaco. Perché è difficile vedere qualsiasi uomo, quale che sia il colore della pelleo la sua nazionalità, vivere in quelle condizioni». Sono quasi le due del mattino e arrivano delle grida dal lato del Terminal Ostiense opposto a quello dove è stato sorpreso il primo drappello di ombre. Una seconda pattuglia di poliziotti circonda una dozzina di uomini con la schiena appoggiata a un muro di mattoncini. Gliè stato chiesto di tenere le braccia lungo le gambe. Hanno manie sguardi che raccontano la sofferenza. Indumenti puliti che testimoniano un passaggio recente in qualche indirizzo della solidarietà. Afgani, anche loro. Ma con loro anche due bangladeshi e un cinese. Se ne stanno immobili. Tutti tranne uno, che sorride e smania per parlare, alzando il braccio come a scuola, per chiedere il permesso. Ha 22 anni, un piuminoa mezze maniche di marca, un morbido pile azzurro e blu. «Parli italiano?», lo apostrofano i poliziotti. «Sono italiano», dice lui. «Boom. E di dove?». «Quartiere Monte Mario». «La Monte Mario bene, o la Monte Mario male?». «La Monte Mario bene, bene, bene». «E che ci fai qui?». «Ho litigato con quello #@*§ di mio padre e ho pensato che questo era il posto giusto per fargliela pagare». Il posto dei "tombini", degli uomini ratto. Uno degli afgani traduce in pashtun le parole del ragazzo agli altri. Ed è allora che prendono a fissarlo come se quello che hanno appena ascoltato fosse il peggiore degli affronti di questa notte. In due, in cima alla fila, hanno una smorfia di rabbia e si mettono a correre a perdifiato. Diretti verso i vicoli che danno su viale Ostiense, dritti verso il buio che annuncia il grande cratere del cantiere. I poliziotti li inseguonoa piedi. Gridano loro. E gridano i due che scappano. Li ammanettano dopo cinquecento metri. Piegati in avanti, con i polsi dietro la schiena, i due tornano a sfilare davanti al resto del gruppo. E a Carlo Casini, che scuote la testa lentamente, in un gesto che non vuole comunicare collera, ma forse solo rassegnazione. «Perché siete scappati, eh? Perché diavolo vi siete messi a correre? Non ce n' era bisogno. Forza, tutti sul pullman, al fotosegnalamento». «Anche io?», chiede il ragazzo di Monte Mario. «Soprattutto tu». Polacchi - CARLO BONINI
la repubblica
Uomini e topi Parte 2
Repubblica — 14 aprile 2009 pagina 35 sezione: R2
Quando alla fine degli anni Quaranta, grazie al libro di Carlo Levi "Cristo si è fermato ad Eboli", si "scoprirono" le condizioni di vita degli abitanti dei Sassi di Matera, la coscienza pubblica ne fu fortemente turbata. Uomini, donne e bambini vivevano in abitazioni ricavate da grotte nella montagna, spesso in una promiscuità stretta con i loro animali, e prive di elementari condizioni igieniche. In un paese pur ancora molto povero e provato dalla guerra, ma che faceva i primi passi nella democrazia, sembrava inaccettabile che qualcuno vivesse in simili condizioni di degrado ambientale, che facevano sì, tra l' altro, che Matera avesse il non invidiabile primato della mortalità infantile in Italia. Ne seguì una delle politiche di reinsediamento più illuminate del dopoguerra, anche se non mancarono successivamente critiche. E molti altri luoghi rimasero in non dissimili condizioni di degrado. Anni dopo, i Sassi di Matera, da simbolo di un degrado estremo e inaccettabile, divennero patrimonio culturale dell' umanità, sotto l' egida dell' Unesco. Perché essi testimoniavano di una pluricentenaria storia di civiltà e di intelligente uso delle risorse disponibili, prima del degrado dovuto alla progressiva marginalizzazione economica di chi vi abitava e all' assedio di nuovi insediamenti abitativi, che ne avevano rotto l' equilibrio ecologico. I tombini, i vagoni ferroviari abbandonati, gli scavi, gli edifici fatiscenti in cui si riparano i disperati dell' immigrazione, non diventeranno mai patrimonio culturale dell' umanità, come non lo diventeranno i molti luoghi in cui una umanità rifiutata, "di scarto", vive negli interstizi - letteralmente - della vita di noi "civili". Essi non rappresentano la fase degradata, o anche solo superata, di un processo di umanizzazione del territorio e di costruzione di una vita associata. Rappresentano piuttosto i luoghi di transito, o di deposito, di ciò che una società rifiuta, getta via, non riconosce come propri: che si tratti di cose o di persone. Queste condizioni non riescono neppure a mobilitare la coscienza civile e politica, salvo che sotto forma di rifiuto, di difesa - comprensibile, si badi bene - da un degrado che rischia di allargarsi anche negli spazi fisici e sociali limitrofi. Perciò solo o prevalentemente sotto forma di sgomberi, ronde, centri di detenzione e così via. Abitanti clandestini di luoghi "asociali", queste persone diventano esse stesse il simbolo di un' asocialità percepita come pericolosa per gli altri, quindi da rimuovere. Così, cacciate da un posto, troveranno qualche cunicolo da un' altra parte, in nuove discariche di rifiuti materiali e umani; o verranno sostituite da altri nell' avvicendarsi di flussi migratori che la crisi economica mondiale, con il perdurare di conflitti di vario genere, non farà che accelerare. La soluzione trovata allora per gli abitanti dei Sassi di Matera non è ovviamente adatta per affrontare questi problemi. Non solo perché là si trattava di abitanti con una lunga storia di insediamento locale, qui invece di una popolazione mobile, (nelle intenzioni) di passaggio, la cui presenza è spesso irregolare. Non si tratta di creare nuovi insediamenti abitativi. E neppure di abbandonare ogni velleità di regolare i processi migratori, accogliendo al meglio chiunque decida di venire nel nostro paese. Si tratta piuttosto di trovare una via di mezzo tra la faccia feroce dell' espulsione, della richiesta di denuncia dei clandestini a ospedali e scuole, delle regole rigide sui requisiti in caso di ricongiungimento familiare, e l' indifferenza con cui consideriamo le discariche umane cui passiamo accanto, fino a che non ci toccano, e spaventano, da vicino. L' Italia è uno dei paesi in cui editti rigidissimi più o meno efficaci si accompagnano a una tolleranza di condizioni di vita inimmaginabili nella maggior parte dei paesi europei. Sarà perché, sia pure non sempre e dappertutto, c' è un livello piuttosto elevato di comportamenti illegali diffusi, di un utilizzo abusivo e poco civilizzato degli spazi comuni da parte dei cittadini. Sarà perché manca un' attenzione sistematica per le condizioni di miseria e in generale non esistono politiche di contrasto alla povertà e al degrado sociale. Dai poveri ci si aspetta che "si arrangino" come possono. Forse per questo qui è più facile che i migranti più disperati "si arrangino" anche così: vivendo come rifiuti umani. Purché rimangano nascosti e non disturbino e fino a che qualcuno non solleva un tombino decidendo, per quella notte, di "vedere" e far vedere. È giusto chiedere un miglior controllo del territorio e impedire che si creino sotto-mondi privi di ogni regola, di decoro e decenza. Ma per farlo occorre restituire ai disperati che si adattano a queste condizioni il senso che appartengono, appunto, alla società degli umani: stranieri forse, ma non estranei, la cui umanità non è un nostro problema. Una società in cui il controllo non si esercita in modo casuale e arbitrario, e in cui il bisogno di nutrire, vestire, accompagnare è sentito ed esercitato non solo come un dovere di umanità essenziale, ma come uno strumento indispensabile per il mantenimento dell' ordine e della coesione sociale: che oltre al controllo ha anche bisogno della fiducia e del rispetto reciproco. - CHIARA SARACENO
la repubblica
