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OLTRE LA ZONA
Le grandi vittorie della Roma di Liedholm e del Milan di Sacchi, entrambe edificate intorno alla zona, fanno scuola: una schiera di giovani tecnici raccoglie la lezione dei due maestri e si lancia con entusiasmo nella nuova avventura tattica. Celebre è il caso di Gigi Maifredi che in pochi anni passa dall’Ospitaletto alla Juventus, attraverso un calcio fatto di allegria, corsa, divertimento, attacco. Maifredi fallisce però l’appuntamento con il calcio dei grandi e torna altrettanto rapidamente nell’anonimato. Dall’altra parte, intanto, l’italianista, dunque fedele alla marcatura a uomo, Trapattoni porta l’Inter al tricolore nel 1989.
E’ l’inizio di una guerra di religione che ricalca quella tra metodisti e sistemisti negli Anni ’30 e ’40, e tra difensivisti e offensivisti negli Anni ’70. Da una parte, i “trapattoniani” fedeli alla tradizione, al catenaccio, alla marcatura individuale, alla difesa; dall’altra, i “sacchiani” portatori di un verbo nuovo fatto di attacco, pressing, zona. Uno scontro che si protrae per un decennio e forse oltre, prima che il tempo annacqui l’assolutismo dei due principi e riporti il calcio sui binari del relativismo, di una scienza non esatta ma che nella sua vastità e complessità abbraccia e mescola (e non divide) le diverse branchie e le diverse filosofie.
Il Milan di Capello
Stanco e sfiduciato dalle estremizzazioni sacchiane, il Milan passa nella stagione ’91-’92 sotto la guida di un altro neofita della panchina, Fabio Capello. Il tecnico di Pieris, forgiatosi alla scuola manageriale di Berlusconi, non è un innovatore però si dimostra un abile gestore del gruppo, recuperando alla causa molti campioni dati per finiti troppo in fretta. Allenta la morsa del pressing e del fuorigioco, rendendoli molto meno costanti, e modifica la squadra sul piano tattico passando a un più prudente 4-4-2 che diventa un 1-3-4-2 vicino alla tradizione italiana a seconda delle fasi di gioco. Per venire incontro all’incipiente logorio atletico di capitan Baresi, infatti, l’allenatore friulano sceglie di arretrarlo di qualche metro rispetto allo stopper Costacurta, in modo da dargli più spazio per respirare e più possibilità di controllare la retroguardia.
A centrocampo poi innesta un duo di mediani di infallibile efficacia che formano una Maginot difficile da superare: il regista compassato Albertini affiancato al continuo e razionale Rijkaard, abilissimo sia in fase di filtro sia nelle vesti di incursore. Più tardi, quando l’olandese trova una seconda giovinezza nell’Ajax di Van Gaal, Capello sceglie un altro mastino, il francese Marcel Desailly. Sulle fasce, Evani e Donadoni a supporto di Van Basten, che giunto nel pieno della maturità tecnica e agonistica non ha eguali al Mondo nel ruolo di centravanti, e Gullit. Un Milan meno spettacolare e rivoluzionario ma più pratico e continuo, capace di vincere quattro scudetti e la Coppa Campioni ’94.
IL 5-3-2
1. Sulla falsariga del gioco all’italiana incentrato sulla figura chiave del libero e tornato in grande spolvero ai Mondiali del ’78 e dell’82 per merito della Nazionale azzurra, nel 1986 il Belgio di Guy This si presenta sul proscenio mondiale con un nuovo vestito tattico: il 5-3-2. Davanti al portiere Pfaff, uno dei più grandi interpreti del ruolo negli Anni ’80, il pacchetto difensivo è protetto dal libero Renquin. Qualche metro più avanti, operano i due marcatori, il futuro parmense Grun e Demol, mentre sui lati spingono i due terzini Gerets e Vervoort, che hanno il compito di controllare il diretto marcatore e salire per dare manforte all’attacco. Il centrocampo consta dunque di tre uomini, il regista arretrato Veyt e gli esterni Scifo, il giovane talento su cui pesa l’eredità del grande Van Himst, e Vercauteren. In attacco, la boa Claesen si avvale del supporto di Ceulemans, guizzante e rapido.
Il modulo belga è però tutt’altro che fisso: in fase di possesso palla, Grun sale fin sulla linea mediana, esattamente come nella difesa a quattro facevano Bobby Moore nell’Inghilterra del ‘66 e Franco Baresi nel Milan sacchiano, e dal 5-3-2 si passa al 4-4-2; mentre quando la squadra si difende, l’attaccante Ceulemans arretra, inserendosi tra Scifo e Vercauteren e davanti a Veyt: ecco così un 5-4-1, o meglio un 5-1-3-1. Con questo particolare vestito tattico improntato a una più ferrea copertura difensiva ma anche a una certa flessibilità, il Belgio si rende principale strumento di diffusione della mentalità difensiva che sta coinvolgendo il Mondo. I risultati però danno ragione a This, con la squadra che raggiunge sorprendentemente le semifinali del torneo e si inchina solo all’Argentina di uno scatenato Maradona.
2. Come già anticipato, il Belgio nel 1986 fa scuola. E così ai successivi Mondiali di Italia ’90 molte nazionali sfoderano il 5-3-2. Fa scalpore soprattutto il Brasile, con il ct verdeoro Sebastiao Lazaroni che spezza il reticolato morale dei tabù, piazzando alle spalle dei marcatori Mozer e Ricardo Gomes, il libero staccato Mauro Galvao. Sarà un fallimento. Il Brasile sviluppa la propria cultura sui ritmi del samba, dell’allegria, del divertimento, e predilige dunque un calcio fatto di estro, fantasia, offesa. Assurdo tentare di piegare una mentalità di questo tipo a ingessature di stampo difensivo. La conferma che il calcio difensivo sta prendendo piede arriva dall’Inghilterra, l’altra grande paladina di un football d’attacco incentrato su cariche ad alto ritmo fisico e atletico. Contro la temibile Olanda, il ct Bobby Robson, per la prima volta nella storia del calcio inglese, schiera i suoi con il libero e la marcatura a uomo, abiurando la zona tanto cara.
Infine, anche la Germania passa al 5-3-2 in corso d’opera. Dopo un avvio di torneo scoppiettante, a suon di reti e spettacolo, il ct Franz Beckenbauer dagli ottavi in poi decide di cambiare registro timoroso di eccessivi rischi: i tedeschi si piegano così al modulo belga, con un centrocampista in meno (Bein) e un difensore in più (Kohler). Davanti al portiere Illgner, la difesa si avvale così dell’esperienza del libero Augenthaler. Ai suoi fianchi, due mastini quali Buckwald e Kohler. I terzini di spinta sono Reuter a destra e Brehme a sinistra. A centrocampo, Hassler occupa il centro-destra, con l’imprevedibile ma discontinuo Littbarski sul versante opposto. In mezzo, a dirigere le operazioni, Lothar Matthaus, mezzala capace di spaziare ovunque e trascinare come un panzer la squadra dalla linea di difesa a quella d’attacco, dove può sfruttare un tiro letale dalla lunga e media distanza. Leader per vocazione, nella scala di valori del calcio teutonico si pone come l’erede designato al trono di Beckenbauer. In attacco, la tecnica di Voeller e l’esuberanza di Klinsmann. Una squadra di grande fosforo e ottima qualità, ma troppo abbottonata forse per esprimere un gioco d’attacco all’altezza. In ogni caso, i risultati premiano la compagine di Beckenabuer che vince il titolo contro l’Argentina, al termine di una delle più brutte e maschie finali che si ricordino.
Il 5-3-2 ammirato al Mondiale ’90 altro non è, a guardarlo bene, che una riedizione pura e semplice del Catenaccio di stampo italico: il libero; poi due marcatori centrali (il terzino destro e lo stopper del catenaccio), con due terzini a spingere (l’ala destra tornante e il terzino sinistro del catenaccio). Nella stagione successiva, molte squadre di club replicano la lezione del Mondiale: ad esempio, in Italia, il Parma di Nevio Scala. La squadra emiliana però può sfruttare la versatilità del belga Grun, già abituato a ricoprire il doppio ruolo di difensore centrale e centrocampista aggiunto nel Belgio ’86, e sprigiona un piacevole gioco di iniziativa che si ripercuote con successo anche in campo internazionale.
3. Ancora più orientato alla copertura difensiva è il 5-3-2 che fa capolino in occasione degli Europei ’92: i terzini, abituati a marcare sul diretto avversario e poi ripartire con galoppate lungo le fasce, devono unicamente presidiare la loro zona di competenza. Ne nasce così un modulo con cinque difensori puri, senza spinta dalle corsie esterne, impantato ancora di più nella ragnatela della difesa.
La Danimarca, che ha preso il posto della Yugoslavia, esclusa a pochi giorni dal via, si laurea campione a sorpresa e non fa eccezione. Davanti al portiere Schmeichel, che si consacrerà quale massimo interprete del ruolo negli Anni ’90, la difesa ha il suo cardine nel libero Olsen. Ai lati, Sivebaek e Andersen sono fissi, al pari dei due marcatori centrali K. Nielsen e Christofte. Una maginot difficile da superare. A centrocampo, Vilfort e Jensen guardano le spalle al regista Brian Laudrup, che gioca in appoggio alle punte Christiansen e Povlsen. In finale contro i tedeschi, i danesi abbassano ulteriormente il baricentro, inserendo il mediano Larsen in luogo della punta Christiansen. La favola della Cenerentola che vince il titolo partendo dall’ultima piazza possibile attenua in parte la delusione del pubblico, snervato dal raccapriciante spettacolo offerto.
L’impoverimento spettacolare che si registra nei primi Anni ‘90 porta il gran capo della Fifa, già allora lo svizzero Joseph Blatter, a modificare alcune regole. L’obiettivo è premiare nuovamente il calcio offensivo, replicando la lezione del 1925. E come allora, uno dei cambiamenti più radicali riguarda la regola del fuorigioco: l’attaccante che si trova in linea con l’ultimo difensore d’ora in avanti è ritenuto in gioco, mentre viene eliminato il fuorigioco passivo. Di pari passo, si sceglie di punire direttamente con il cartellino rosso il “fallo da ultimo uomo” meglio specificato dallo stesso Blatter, come “il difensore che interrompe una chiara occasione da gol”.
Gli effetti però sono opposti alle attese: le difese a zona, schierate su una linea orizzontale, sono più esposte alle triangolazioni e alle verticalizzazioni che possono portare un uomo solo davanti alla porta: in quel caso, il fallo è l’unico strumento per evitare una segnatura quasi certa. E dall’altra parte, la stessa retroguardia schierata in linea e a zona si trova ancora più scoperta e indebolita dalla nuova norma del fuorigioco. Naturale quindi che la scelta della maggioranza degli allenatori sia infittire ulteriormente la terza linea, e fare ricorso sistematico al libero alle spalle dei marcatori, capace di intervenire in seconda battuta. Persino gli inglesi, allergici storicamente alla difesa e all’impiego di un giocatore privo di compiti di marcatura diretta, si piegano e nel 1996 nel campionato di Prima Divisione compare la figura del libero.
IL RECUPERO DEL SISTEMA, IL 3-5-2, IL 3-4-3
Nell’estate del 1991, l’Inter sceglie di cambiare i connotati: terminato il rapporto con l’italianista Trapattoni, il presidente Pellegrini investe sul toscano Corrado Orrico, seguace della zona. Il tecnico però cambia totalmente le carte in tavola e il primo giorno di raduno dichiara: Voglio tornare al sistema, giocheremo come il Grande Torino. In ritiro prova l’Inter con Zenga tra i pali, Bergomi e Montanari ai lati della difesa e Ferri centrale; a centrocampo Dino Baggio e Brehme mediani, con Desideri e Matthaus mezzali; davanti, Klinsmann in mezzo con Bianchi e Fontolan (o Ciocci) ai lati. L’esperimento dura poco, presto Orrico ripiega su un 4-4-2 classico ma va incontro al fallimento. Il seme però è gettato e viene raccolto dalla scuola olandese.
Agli Europei del ’92 il ct dell’Olanda Marinus Michels, ancora sulla breccia, prende spunto dall’imperante 5-3-2: i tre centrali di difesa restano tali, con uno più arretrato e libero da marcature dirette (Ronald Koeman o in altra versione, il polivalente Frank Rijkaard) e due stopper (Van Aerle o Frank de Boer e Van Tiggelen). I due esterni invece vengono portati sulla linea dei centrocampisti, a formare il nascente 3-5-2.
Al Mondiale del ’94, il ct Advocaat non si accontenta della difesa a tre, con Ronald Koeman libero, Valcx e Frank de Boer centrali, ma sceglie di ispirarsi al Chapman System e agli esperimenti interisti di Orrico. L’Olanda si presenta così sul proscenio iridato con due mediani (Rijkaard e Jonk), due mezzali (Wouters e Bergkamp) e tre attaccanti (Overmars o Taument, Ronald de Boer e Roy). Ma la sconfitta subita contro il Belgio nella seconda partita del girone eliminatorio e l’odore di una bruciante e prematura eliminazione consigliano ad Advocaat di ripiegare su un meno dispendioso 3-5-2, rispolverando esterni di ruolo a centrocampo.
Nello stesso periodo, in Spagna, un altro olandese sta battendo strade in parte innovative alla ricerca dello spettacolo: è Johan Cruyff, alla guida di un Barcellona che passerà alla storia come “Dream Team”, dalla qualità straordinaria dei suoi interpreti. Nella sua ultima e forse più fruttifera versione, Cruyff schiera davanti al portiere Busquets, il solito Ronald Koeman quale battitore libero, con Ferrer e Abelardo mastini. Davanti alla terza linea, in posizione centrale, opera il giovanissimo ma già indispensabile Josip Guardiola; Nadal e Sergi sono i due esterni di spinta, mentre Bakero è la mezzala classica, che deve ispirare per un tridente di tremendo impatto: a destra, il bulgaro Stoichkov, al centro il brasiliano Romario e a sinistra Beguiristain. In pratica, viene a formarsi un 3-4-3 atipico, meglio parlare di un 3-1-3-3 o di un 3-3-1-3, con Nadal e Sergi che si spostano regolarmente dalla linea di Guardiola a quella di Bakero a seconda delle situazioni di gioco.
Ancora la terra dei tulipani si rende protagonista, a metà degli Anni ’90, di un nuovo esperimento tattico che prende origine dalla difesa a tre. È l’Ajax di Van Gaal, che rifiuta quasi totalmente il fuorigioco sistematico (prerogativa come visto di quasi tutti oramai, in seguito alla nuova regola voluta da Blatter) e applica un calcio imbastito di passaggi corti, in modo da collegare tutti i reparti. Per permettere tutto questo, Van Gaal crea un 3-4-3 molto sui generis, a incastri o a rombi sovrapposti, con i tre reparti che sono collegati dalla presenza di un giocatore che staziona tra le diverse linee in posizione centrale. Davanti al portiere Van Der Sar, il libero arretrato è il vecchio Blind; più avanti di Blind, sui due lati gli stopper Reiziger e Frank de Boer. A chiudere il primo rombo e aprire il secondo, è Frank Rijkaard schierato a centrocampo in posizione centrale. Più avanti di Rijkaard, sui lati i giovanissimi Seedorf e Davids.
A chiudere il secondo rombo e aprire il terzo, sempre in centro, il finlandese Jary Litmanen, stella del reparto offensivo ma destinato a un proseguio di carriera non in linea con i devastanti anni di Amsterdam. Davanti a Litmanen, le due ali classiche Finidi e Overmars, precisi e puntuali nei cross a centro area. Dove staziona il vertice avanzato dell’ultimo rombo, il possente Ronald de Boer (o in alternativa l’acerbo Kluivert). Un complesso alquanto singolare che però dà i suoi frutti: per due stagioni l’Ajax è la regina del continente, conquista la Coppa Campioni del ’95 sul declinante Milan capelliano e l’anno seguente perde, da grande favorita, la finale di Roma contro la Juventus ai calci di rigore.
Tra tanta Olanda, il 13 aprile 1997 arriva il turno dell’Italia. Il merito è di un giovane tecnico romagnolo alla guida dell’Udinese, Alberto Zaccheroni. Quel giorno i friulani sono ospiti della grande Juventus, lanciata verso il tricolore e la finale di Coppa Campioni. L’Udinese parte con il classico 4-4-2: Turci tra i pali, Genaux, Pierini, Calori e Sergio in difesa; Helveg, Giannichedda, Rossitto e Locatelli a centrocampo; Bierhoff e Amoroso attaccanti. Al 2’ l’arbitro espelle il terzino destro Genaux. Il trend impone il sacrifico della seconda punta, come Sacchi insegna (Mondiale ’94, Italia-Norvegia, fuori Baggio; qualificazione agli Europei ’95, Italia-Croazia, fuori Zola).
Ma Zaccheroni non si adegua: invece dell’attaccante leggero, richiama in panchina il più offensivo dei centrocampisti, Locatelli, e inserisce il difensore Gargo. Poi ridisegna così lo schieramento tattico: Gargo, Pierini e Calori in difesa; Helveg, Giannichedda, Rossitto e Sergio, avanzato dalla linea dei terzini, a centrocampo; Bierhoff e Amoroso di punta. Un 3-4-2 che porta i friulani a sbancare 3-0 Torino, tra lo stupore generale. Una soluzione, il 3-4-3, già sperimentata da Zac in allenamento. Ma senza successo perché i giocatori guardano con paura a un modulo così rischioso. Un po’ come successo a Sebes con Hidegkuti: la spontaneità, l’istinto, il gesto inatteso non permettono di ragionare, annullano le paure psicologiche e portano ai risultati sperati. I friulani si convincono così della bontà della scelta e dalla settimana successiva, senza più timori, affrontano gli avversari con il loro 3-4-3 in linea. Il sacrificato è un difensore; l’uomo in più, il veneziano Poggi, schierato a destra nel tridente con Bierhoff e Amoroso.
Gli ultimi sviluppi
Il calcio si è oramai trasformato in una grande torre di Babele, dove convivono tutte le filosofie tattiche possibili e immaginabili. La bravura degli allenatori, come sempre, sta nel cercare di prendere il meglio da due o più movimenti e sommarli per ottenere un risultato flessibile e ricco di diverse soluzioni. Tecnici come Ferguson, Hiddink, Mourinho, Lippi si sono forse dimostrati negli ultimi anni più capaci e intelligenti di altri a modellare i loro progetti di volta in volta, a seconda delle varie situazioni. Nell’ultimo Mondiale vinto a dispetto delle previsioni iniziali, Lippi è riuscito a replicare molto dell’esperienza di Bearzot: difesa quale reparto dominante e dinamicità dei giocatori a centrocampo e in attacco (Gattuso alla Oriali, Perrotta alla Tardelli, Pirlo alla Antognoni, Camoranesi alla Conti, e, seppur con caratteristiche differenti, Toni alla Paolo Rossi e Totti alla Graziani), in modo da costruire una squadra omogenea e camaleontica, in grado di reggere l’urto di formazioni tecnicamente e offensivamente superiori grazie alla impareggiabile forza del pacchetto arretrato.
I moduli di sintesi numerica sono oggi usati e abusati dovunque, e su questi i vari allenatori tentano coraggiosi esperimenti: pensiamo a Del Bosque che disegnò per il suo Real delle stelle un 4-2-3-1, con un terzetto tra le linee senza eguali al Mondo (Figo-Raùl-Zidane) alle spalle del centravanti boa Morientes; o al 4-3-1-2 con centrocampo a rombo lanciato da Ancelotti nel suo Milan. Ma sopravvivono anche altre tipologie di gioco, come il libero, tornato prepotentemente in auge nella Grecia del tedesco Rehhagel, vittoriosa cenerentola all’Europeo 2004. Nessuna rivoluzione epocale, ma tanti piccoli tasselli che servono per arricchire il complesso e sempre in evoluzione universo delle tattiche.
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