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Lippi e la sua “creatura”: in questi due anni ha cambiato parecchio, fino a trovare la formula
Italia, mosaico perfetto
Come è nata la squadra che tutti ci invidiano: decisive le intuizioni del ct
dal nostro inviato
ROBERTO RENGA
DUISBURG - Una squadra figlia della programmazione, delle idee e delle circostanze. E che sfiora la perfezione. Le manca il Totti di prima, oppure l’Inzaghi di sempre o il Del Piero di dieci anni fa. Totti a settembre sarà già lui, ma forse non vorrà più saperne della Nazionale. Del Piero si avvia verso l’ultima tappa della carriera e Inzaghi non piace al commissario.
Lippi, due anni fa, era partito con tutt’altra formazione. Si basava, quella, sul trequartista e le due punte. Il tecnico è stato bravo a spostare Zambrotta e a inserire Grosso, che prometteva bene, ma meno di quanto abbia poi mantenuto. Grosso in questi mesi ha imparato a difendere e non ha dimenticato come si tira: faceva il trequartista nel Chieti prima di incontrare Cosmi, che gli disse: con quelle gambe lunghe puoi giocare solo sulla fascia.
Era facile puntare su Buffon, Zambrotta, Cannavaro e Nesta. Ormai anche un bambino tedesco li porrebbe alla base della sua formazione ideale: gente che gioca insieme da una vita e che faceva parte della generazione perdente. Ragazzi bravissimi e mai primi. Avevano voglia di rifarsi e questa era, per molti di loro, l’ultima occasione. Lippi li ha caricati a dovere, ma non ce n’era bisogno: sapevano tutto da soli. In questa difesa ha inserito Materazzi e Barzagli e non potreva farne a meno. Polemiche ci sono state per Zaccardo, preferito a Panucci e anche a Oddo, che ha trovato posto in lista solo all’ultimo secondo.
Lippi non ha mai dubitato di Pirlo e il rossonero l’ha ampiamente ripagato. Ha lanciato De Rossi e Barone e il primo solo ora ritorna a fare l’azzurro a tempo pieno: una lezione che gli servirà. Gattuso era il leader già in Portogallo. Su questa base ha inserito Perrotta. Il romanista è arrivato in Nazionale a furor di critica. Lippi l’ha visto in allenamento e ha preso una cotta: nessuno corre come e quanto lui. E siamo al secondo inserimento vincente: il primo riguardava Grosso.
Nel corso del mondiale il tecnico si è reso conto di tre cose: gli attaccanti non stavano così bene come durante le qualificazioni; gli avversari erano di qualità superiore; tutte le grandi, ad eccezione della Germania, giocavano con una punta. Non voleva abbandonare il tridente. Anche perché a spingerlo in quella direzione sono stati i cronisti, che devono osservare, non consigliare, pensa Lippi. I giornalisti questa volta avevano ragione e la vera svolta azzurra c’è stata con l’inserimento di Camoranesi e l’uscita di un attaccante. Italia con quattro centrocampisti, più Totti, più un centravanti. Disegno tattico perfetto in questo momento e per questo mondiale. In futuro non si sa.
Adesso Totti ha bisogno di una mano, come Pirlo, che comincia ad accusare la stanchezza. Totti, tra l’altro, viene seguito da un centrocampista avversario, il che lascia spazi vitali a Pirlo o Gattuso, improvvisamente in superiorità numerica. Siamo così arrivati all’ultima Italia, quella della vittoria sulla Repubblica Ceca, dei tre gol all’Ucraina, dell’eliminazione della Germania, che rappresenta la vera e sin qui unica impresa italiana. La Nazionale aveva trovato un’autostrada: l’ha percorsa sino in fondo. Ora deve passare per prima sotto lo striscione di Berlino. Si può e si deve fare.
il messagero
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