POSTO UN ARTICOLO DAL WEB.
La matematica, come ben sappiamo, non è un’opinione. O almeno così mi hanno sempre insegnato.
Ok. Ma cosa caspita c’entra la matematica con la diatriba infinita Maradona vs Messi, direte voi. Mi piacerebbe rispondervi che non c’entra nulla, ma evidentemente non è così. Ed è il caso di fare chiarezza una volta per tutte, e fermare lo scempio algebrico che si sta consumando.
Perché anche nel calcio i numeri ormai la fanno da padroni. Statistiche, classifiche, differenze reti, goal subiti fuori casa negli ultimi quattro turni infrasettimanali, assist sbagliati nella zona medio-laterale destra del campo e così via. Una marea di numeri. Ma proprio tanti.
E’ la matematica, maledetta lei, che mi perseguita.
E quindi ecco che anche Maradona e Messi vengono analizzati come fossero file criptati da decifrare. Vengono insomma ridotti ad una serie di numeri, semplici e chiari, così che tutti possano comprendere.
E allora i numeri dicono che Messi ha segnato tot goal, ha vinto più coppe e campionati, palloni d'oro , ha vinto ogni cosa, probabilmente anche il superpremio al grattaevinci e la megasorpresa dell’ovetto kinder.
Gli anti-maradoniani incalliti stanno solo aspettando che vinca pure il mondiale così che il sorpasso sia netto e pulito. Definitivo.
Questo dicono gli opinionisti sportivi, citando tutti questi numeri.
Quindi Messi è meglio di Maradona. Punto.
O forse no.
Perché quello che ora mi chiedo, e chiedo anche a te, caro lettore, è questo. Come è possibile che a nessun giornalista sportivo sia mai venuto in mente di spostare il punto di vista, almeno per un attimo?
Come è possibile ingabbiare in un’espressione aritmetica la volta in cui Diego Armando Maradona, allo stadio Olimpico di Torino in uno storico Juventus-Napoli, terminato poi 1-3 in favore degli azzurri, spronò il compagno Salvatore Bagni a dare il massimo urlandogli in faccia con fare da capitano vero? Le cose in quell’occasione andarono così. Il Napoli non vinceva a Torino da 29 anni. 29. Dopo il vantaggio di Laudrup, tutto sembrava dover andare come al solito. La “signora” vincente, e i ciucci perdenti.
Solo che mentre i bianconeri festeggiavano il compagno ed i calciatori del Napoli sembravano già rassegnati al solito destino, un ometto tarchiato dalla folta chioma nera e ricciuta fece una corsa dal centrocampo fin dentro la sua porta, raccolse la sfera adagiata in fondo alla rete, se la portò con se di nuovo a centrocampo e si mise ad urlare cose tipo:
«Dai che questa partita la vinciamo, lo facciamo per i napoletani».
A Torino, davanti alla famiglia Agnelli al completo.
Un pazzo, praticamente. O un campione.
Qui la matematica non c’entra. Siamo ad un livello più alto. Qui c’entra il coraggio, il cuore, l’anima. Quelle robe lì, ancestrali, di cui il calcio, quello vero, è intriso. Quello cantato da De Gregori o raccontato da Pasolini. Se poi ad avere queste doti è un fuoriclasse puro come lo fu Diego Armando Maradona il cerchio si chiude. Si raggiunge il Karma, la pace dei sensi, il paradiso.
Il Divino.
Un’alchimia molto molto difficile da ricreare. Anche perché quelle robe lì non te le insegna una scuola-calcio o una cantera qualunque. Sono robe che ti insegna la vita.
E attenzione, non è un episodio isolato quello di Torino. Chi conosce un minimo la storia del Pibe sa bene che la sua carriera è costellata di discorsi negli spogliatoi, pacche sul cuore dei compagni, urla di incoraggiamento, dichiarazioni rilasciate alla stampa che tuonano di questione meridionale, di riscatto sociale, di voglia di farcela, di vincere. Non solo nel calcio, s’intende.
Diego Armando Maradona era un leader ma anche il compagno più umile. Ottavio Bianchi, suo allenatore al Napoli dello scudetto, ricorda come non facesse mai pesare il suo talento, di come avesse sempre una parola di conforto verso chi sbagliava un passaggio o uno stop. Che si chiamasse Careca o Volpecina poco contava. Maradona era la squadra in cui giocava. Così al Napoli come nella nazionale.
Ora chiedo a te, caro lettore, e agli opinionisti sportivi tutti, qual è l’unità di misura con la quale si misura tutto questo?
Tutto questo che evidentemente Messi ancora non ha dimostrato di avere, visto che con l’Argentina, orfano dei vari big Xavi, Iniesta, Fabregas, non riesce ancora ad incidere come tutti si aspettano. (Per la cronaca, Diego con un’Argentina da rottamazione ci ha vinto un mondiale nel 1986). Ogni tanto sembra intimorito, spaesato. Un piccolo bambino prodigio che però si sente un po’ perso fuori dal giardinetto di casa.
Insomma, la mia impressione è che Messi è l’unico come Diego, ma senza Diego.
Senza l’infanzia a Villa Fiorito, senza i trascorsi nella Buenos Aires più povera, senza l’accoglienza del San Paolo il 5 Luglio 1984, senza avere alle spalle una squadra da retrocessione come quella fattagli trovare a Napoli, senza la sua rabbia, senza il suo essere un rivoluzionario, un ribelle. Senza, insomma.
La domanda allora è sempre la stessa. Qual è l’unità di misura con la quale si misura tutto questo?
Quando avrete trovato la risposta, rifate i calcoli.
Il risultato potrebbe essere diverso.
http://blog.futbologia.org/2012/11/30/m ... atematica/
Bell'articolo ma che c'entra Maradona con Messi,? siamo proprio su piani diversi e insisto non solo con Diego....
Messi non e' un giocatore che ti fa fare il salto di qualita', ha bisogno della migliore squadra per esssere il numero uno