Ti accontento subito St. Jimmy, visto che Valentino Mazzola è il mio giocatore preferito di sempre
Ecco un mio articolo di tempo addietro:
Valentino Mazzola e Fausto Coppi. Stesso anno di nascita (1919); otto mesi di differenza (Valentino nacque il 26 gennaio, Fausto il 15 settembre); un centinaio di chilometri a separarli (Valentino a Cassano d'Adda, entroterra milanese; Fausto a Castellania, nell'alessandrino). Gianni Brera, una delle più celebri penne del nostro giornalismo, si vantava enormemente di essere venuto al Mondo nello stesso anno che ha dato i natali a due fuoriclasse così straordinari.
Da piccolo Valentino ha la mania di prendere a calci i barattoli che trova per strada e si guadagna così un singolare soprannome, "Tulèn", lattoniere. I primi anni sono duri: lavora in fabbrica per aiutare il padre manovale e gioca a calcio in maniera saltuaria, nella Tre Soldi, la squadra del quartiere. Un tifoso di Cassano d'Adda, collaudatore dell'Alfa Romeo, lo vede all'opera e lo segnala alla casa di Arese che all'epoca milita in serie C. Valentino ottiene il provino, lo supera a pieni voti e viene ingaggiato. Ma è l'età del servizio militare, il ragazzo si arruola in marina e lascia momentaneamente il calcio.
Quando torna a 20 anni, il suo fisico si è ulteriormente irrobustito ed è pronto per il grande salto: il Venezia, appena tornato in A, nel 1939 decide di investire su di lui e su Ezio Loik, un coetaneo che sarebbe diventato suo compagno inseparabile, nei trionfi e nella tragica fine. Al primo campionato, Valentino mette insieme 6 presenze e un gol; l'anno successivo il suo rendimento lievita, 6 reti in 27 gare, e trascina i veneti alla conquista della Coppa Italia. La stagione della svolta è il 1941-42, quando guida i neroverdi al terzo posto in campionato, alle spalle di Roma e Torino. Proprio il Torino, grazie al fiuto e alle possibilità economiche di Ferruccio Novo, diventa la sua tappa successiva e da lì sarà solo gloria.
In granata, Valentino si completa: non è un talento naturale alla Meazza, ma un campione costruito, che migliora stagione dopo stagione: la consacrazione definitiva avviene nel dopo-guerra, quando unisce allo straordinario fondo atletico e a eccellenti doti tecniche, un senso del comando e un'intelligenza tattica superiori, che gli permettono di leggere in profondità le pieghe della partita, di diventare un leader assoluto, in campo e fuori. Valentino è considerato il primo giocatore a tutto campo della storia del calcio, raccogliendo l'eredità della mezzala sistemista dell'Arsenal, lo scozzese Alex James, che, a differenza del capitano del Torino, era molto meno prolifico in zona gol.
Valentino nasce come centrocampista, come mezzala di regia, ma spazia dalla linea di porta di Bacigalupo a quella avversaria, recupera palloni in difesa, governa il gioco in mezzo al campo, lancia il pallone a 40 metri con l'esterno del piede; e, come se non bastasse, è uno stoccatore spietato in fase realizzativa. Nella sua carriera, e solo in campionato, segna 130 reti in 256 partite. Ma gli aridi numeri non bastano: descrivere le sue enormi qualità è praticamente impossibile, solo vedendolo giocare se ne poteva valutare la grandezza.
Ed allora ecco le opinioni più autorevoli raccolte tra ex compagni, avversari, giornalisti.
Fulvio Bernardini lo indica come «il più grande giocatore italiano di tutti i tempi».
Gianni Brera raccoglie il sasso e ribadisce: «Valentino Mazzola è fra i più notevoli prodotti del calcio italiano. Secondo Bernardini, non ha mai avuto eguali nel nostro Paese: non lo valeva neppure il divino Meazza, la cui carriera è stata illustrata da due campionati del Mondo. L'opinione di Bernardini non mi sembra astrusa per nulla. In effetti, un interno come Valentino Mazzola non si trova nel calcio degli Anni Trenta e non si trova ancora neppure oggi. Era un traccagno di piccola statura e tuttavia così dotato atleticamente da strabiliare. Scattava da velocista, correva da fondista, tirava con i due piedi come uno specialista del gol; staccava e incornava con mosse da grande acrobata, recuperava a difesa, impostava l'attacco e vi rientrava per concludere: era insieme il regista e il match-winner d'una squadra che aveva pochissimi eguali al Mondo. Mazzola ha disputato per anni partite memorabili, al punto che i compagni riconoscevano giusto che egli percepisse stipendio doppio rispetto a loro...».
Brera ha cercato di sintetizzare in poche parole un'altra straordinaria virtù di capitan Valentino: la sua leadership assoluta lo porta a decidere per le sorti di tutta la squadra; tra un intervallo e l'altro, mette in riga tutti, sbraitando, inveendo, mostrando la tattica di gioco da usare alla ripresa delle ostilità. Come sottolineato da Brera, i compagni accettano di buon grado che lui percepisca premi doppi: sanno infatti che solo con Valentino in squadra quel Torino riesce a trasformarsi da forte a imbattibile; sanno che è l'unico modo per tenerlo lontano dalle sirene di Inter e Milan; sono consapevoli del fatto che se Valentino si trasferisce a Milano, lo scudetto lo segue sulle rive del Naviglio. Non si tratta di sminuire il contributo che gli altri giocatori hanno dato al Grande Torino; quanto di mettere in risalto un aspetto del calcio, antico o moderno che sia: a decidere le partite o i campionati, è sempre l'estro dei singoli, delle individualità.
Mario Rigamonti, centromediano bresciano del Toro: «Il nostro segreto? Non è mica un segreto: è Valentino Mazzola. Quando lui si mette ad urlare vinciamo qualsiasi partita, anche se manca un minuto alla fine. Io sono un brocco e mi arrangio come posso, magari con le mani se necessario; ma di Mazzola ce n'è uno solo e forse non ce ne sarà un altro neppure in cento anni». Un'altra affermazione di Rigamonti è rimasta celebre: «La forza della nostra squadra per metà è da attribuire a Valentino Mazzola; l'altra metà è costituita da noi altri dieci giocatori messi insieme». Piero Ferraris II, il campione del Mondo '38 e tra i giocatori più rappresentativi di quel Torino: «Mazzola, nei momenti cruciali, si erge su tutti noi di ben tutta la spalla e risolve da solo le partite. Quante ne ha risolte! E' un lottatore nato, onnipresente in attacco e in difesa per tutta la partita è in continuo movimento. Nell'area avversaria, poi, si destreggia con rara abilità evitando parecchi avversari per poi tirare senza che il portiere se ne accorga».
Uno dei più grandi estimatori di Valentino è
Giampiero Boniperti, che considera Valentino Mazzola il più grande giocatore che mai abbia visto nella sua vita. Questo il suo lungo elogio del capitano granata: «Valentino Mazzola era un capo per il Torino e anche un ottimo uomo di pubbliche relazioni per la squadra. Tra il primo e secondo tempo li metteva tutti in riga. Mi dicevano Rigamonti e Martelli: "Noi lo lasciamo parlare e non apriamo bocca perché lui da solo vince le partite". Una volta sono passato vicino allo spogliatoio del Torino durante l'intervallo di un incontro: si sentiva una voce sola. C'era anche il conte Rognoni, allora commissario di campo, che disse: "Andiamo via perché Mazzola sta facendo la tattica". Altro che tattica: stava urlando come un ossesso, li stava sollevando di peso, tremavano anche i muri. Valentino Mazzola era temuto e rispettato da compagni e avversari. Era di una classe superiore. Scatto, elevazione, velocità... in un derby ha fermato un mio tiro sulla linea di porta salvando un gol praticamente fatto: ha rilanciato su Menti, Menti gli ha ridato la palla e in 25 secondi ha concluso battendo Sentimenti IV e segnando il gol del 2-1. Questo era Mazzola. Il capitano granata si considerava un grande giocatore e lo era davvero. La differenza tra lui e gli altri, con tutti gli altri, era semplice ed evidentissima: tentava un dribbling e gli riusciva; aveva la palla sul destro e faceva gol; aveva la palla sul sinistro e faceva gol; non era alto eppure saltava di testa almeno 30 centimetri più degli altri; atleticamente era straordinario: le gambe erano due stantuffi, la corsa per lui era un divertimento. E commetteva pochissimi falli. Valentino giocava in punta di piedi».
Benito Lorenzi, fiero rivale nerazzurro: «Un leader assoluto, un profeta del gioco attuale che si batteva a tutto campo con uníincredibile capacità di corsa. Esempio di generosità, percorreva líintero terreno da una porta all'altra da auntentico trascinatore. Nel suo ruolo è stato il più grande, inarrivabile. L'ultima volta che lo vidi, negli spogliatoi di San Siro (30 aprile 1949), i suoi compagni mi dicevano di andare con loro, perché ero uno da Toro. E lui annuiva».
In ambito internazionale, Mazzola ha pagato la mancanza di competizioni all'altezza, ma il suo prestigio è ugualmente assoluto.
Ricardo Martinez Zamora, il grande portiere spagnolo degli Anni 30, commentando per la tv iberica uníamichevole del 1942 tra le furie rosse e la Nazionale italiana (4-0 per gli azzurri, primo gol di Mazzola), esalta il valore del ragazzo: «Credevo che scomparsi dai campi internazionali Meazza e Ferrari la squadra italiana avrebbe fatto un passo indietro, perché non era facile sostituire due uomini di quel calibro; ma mi sono accorto invece che siete già sulla buona strada per la sostituzione. Loik e Mazzola, specialmente il secondo, vi daranno grandi soddisfazioni. Dal loro rendimento insieme alla buona prova di Andreolo e anche altri è venuto il grande risultato di oggi».
E ora l'opinione di qualche ex ct della Nazionale italiana.
Azeglio Vicini: «Mezzala d'attacco, attaccante centrale o esterno, altre volte grandioso centrocampista di regia, rapido e scattante, ma anche poderoso come pochi, dribbling stretto e tiro secco, ma soprattutto una grandissima personalità in campo».
Enzo Bearzot, tecnico dell'Italia campione del Mondo nel 1982: «Alfredo Di Stefano è stato per me il più grande di tutti i tempi; l'uomo squadra ideale è stato Juan Alberto Schiaffino; mentre il più grande giocatore italiano di ogni epoca è stato Valentino Mazzola: era un trascinatore nato».
Antonio Ghirelli nella sua "Storia del calcio italiano": «Valentino Mazzola si andava a collocare tra i più grandi giocatori di tutto il Mondo, nel ruolo che aveva reso celebre Cevenini III, Baloncieri, Meazza, Ferrari, i nostri maggiori. Mazzola riuniva in se medesimo le caratteristiche di potenza e arte che erano diffuse nei reparti della sua squadra. Era il capitano, un ragazzo biondo e poderoso, disposto a ripiegare sin sulla linea della porta di Bacigalupo, pronto a scattare fin dentro l'area dell'altro portiere, specialista nei tiri piazzati; allegro, malinconico, furente in campo; fuori, idolo e divo, viziato e incorruttibile». Ghirelli pone l'accento sul carattere del fuoriclasse granata: «Un carattere schivo e introverso, a volte un po' intrattabile. Se la vita in campo per lui è un susseguirsi di gioie, fuori non è così semplice: la separazione dalla moglie, la convivenza con un'altra donna, Giuseppina, i figli Sandrino e Ferruccio che vede saltuariamente e a cui sente di non poter trasmettere tutto l'affetto che vorrebbe».
Franco Ossola, figlio omonimo del campione del Torino morto a Superga, racconta: «Alternava sbalzi di umore in continuazione, Valentino. La testa come divisa in compartimenti che si sforzava di tenere separati. Questi, invece, facevano del loro meglio per mescolare in un carosello confuso il loro reciproco contenuto, impedendogli di stare sereno. Da una parte l'eccellenza calcistica, la Società, i compagni, il campionato. Dall'altra, la casa, i problemi familiari, le discussioni, i figli».
Un limite che pesa su Valentino è il rendimento altalenante offerto con la maglia della Nazionale: in azzurro colleziona 12 presenze e 4 reti, non giocando sempre al livello abituale. Alcuni sostengono che senta troppo le partite alla vigilia, che non dorma sereno. Si tratta pur sempre di gare amichevoli (la guerra è appena finita e non si giocano competizioni internazionali a carattere ufficiale), che quindi contano fino ad un certo punto. Il suo rendimento sottotono si spiega soprattutto con le scelte scriteriate di Vittorio Pozzo, ormai logorato dai suoi 60 anni, e incapace di scegliere se rimanere ancorato al "suo" Metodo o gettarsi a capofitto sul nuovo Sistema: il risultato è una via di mezzo, una disposizione sistemista con una chiave di lettura metodista senza carne né pesce, che provoca al calcio italiano figure barbine (l'1-5 del Prater contro l'Austria, lo 0-4 contro l'Inghilterra a Torino), questo nonostante il valore individuale dei nostri uomini sia superiore a quello degli avversari, inglesi compresi. Non è un caso che nella stagione 1948-49 che porta a Superga, quando Pozzo viene esonerato e l'incarico di ct della Nazionale affidato a una commissione tecnica presieduta da Novo, il rendimento di Valentino (e di conseguenza dell'Italia intera forgiata sul blocco granata) prenda a lievitare in modo considerevole, tanto da arrivare a un livello qualitativo molto simile a quello del Mazzola torinista.
Gianni Brera è uno dei principali accusatori di Pozzo in quegli anni e al contempo è uno strenuo difensore del Metodo e del valore assoluto e mondiale del capitano: «In nazionale, Mazzola non ha mai avuto fortuna per le molte stranezze di Pozzo, che gli metteva accanto vecchi e arrembati cavalli del periodo metodista, oppure gli inventava spalle inimmaginabili, come Campatelli, che non correva proprio, o come il povero Malinverni, la cui natura era tipica del mastino, e poteva occuparsi, al più, d'un solo avversario, preferibilmente dalle parti dell'out». Brera rigetta dunque qualsiasi fantomatica questione legata egli eccessi di pressione e nervosismo: il problema non è Valentino, ma chi gli gioca a fianco. D'altra parte, il valore del capitano è riconosciuto come tale anche fuori dai confini nazionali. Al termine della finale di Coppa Campioni 1964, Inter-Real Madrid 3-1, due immortali del calcio come Ferenc Puskas e Alfredo Di Stefano si avvicinano al giovane Sandrino, figlio di Valentino e autore della doppietta decisiva, e così si congratulano: «Oggi, hai onorato la memoria del tuo grande papà».
E anche oggi, nell'era della tecnologia, su internet c'è spazio per il ricordo, per la favola dolce e struggente del condottiero granata: «Mai nessuno ha incarnato una squadra diventata leggenda come ha fatto Mazzola. Mazzola era una squadra, una città, un Paese distrutto e umiliato dalla guerra, che rialzava la testa, rimboccava le maniche e ricominciava... Quando la partita languiva e il Toro stava sotto, il trombettiere si alzava dal Filadelfia e suonava la carica. Mazzola allora si fermava, guardava i compagni e rivolto verso il pubblico si rimboccava le maniche. Se vedevi quel gesto eri finito... perché Mazzola correva verso la palla, la conquistava e cominciva il quarto d'ora granata, da uno 0-2 passavi come niente fosse in quindici minuti a un 5-2. Mazzola era classe, era potenza, insieme regista e motore della squadra, stantuffo inarrestabile e goleador, sapeva attaccare e sapeva difendere, aveva fantasia e un tiro potentissimo che senza mai toccare terra andava da porta a porta in allenamento, di testa staccava in cielo più alto di tutti. Era il grande trascinatore. Il tutto condito da una umiltà e una classe cristallina senza uguali nella storia. Mazzola era l'indiscusso condottiero di una squadra di umili eroi senza tempo, ormai leggenda. Solo il cielo, una basilica e un aereo della Fiat lo ha sconfitto, portandolo via a 30 anni, giovane e bello come un eroe romantico».
