ALTRO ARTICOLO FANTASTICO CHE RENDE L'IDEA DI CHIE ERA GAZZA PRIMA DEL GRAVE INFORTUNIO NELLA FINALE DI FA CUP DEL 1991. 16 febbario del 1991. La Lazio all’epoca, in occasioni delle trasferte lontane, organizza dei voli privati sui quali ospita i giornalisti al seguito. Nel volo che ci porta a Milano, in occasione della sfida con il Milan, mi si avvicina in aereo Carlo Regalia, con il quale ho da sempre un ottimo rapporto. Una caratteristica di Carlo, è quella di non dare MAI una notizia. Ma proprio MAI. Era capace addirittura di negare anche le notizie già ufficializzate da Calleri. Quel giorno, in aereo, conoscendo la mia passione per il calcio inglese cominciamo a parlare della Premier League e il discorso scivola inevitabilmente su Paul Gascoigne. “Ma tu che ne pensi di Gascoigne”, mi chiede sorridendo,“come lo vedresti nel campionato italiano?”
La domanda resta sospesa per qualche secondo, poi provo ad immaginarlo nel Milan del dopo-Sacchi, nella Juventus che sta per essere riaffidata a Trapattoni, oppure nell’Inter di Orrico, o nel Napoli del post-Maradona già avviato, ovvero negli unici quattro club italiani che sulla carta hanno le potenzialità economiche per strapparlo al Tottenham. Perché il quel momento Paul Gascoigne è forse il giocatore più ricercato, il pezzo più pregiato sul mercato mondiale. “Per me è un fuoriclasse” gli rispondo, “uno che farebbe impazzire qualsiasi tifoseria ma anche qualsiasi allenatore. Io se avessi i soldi per comprarlo, rischierei, perché con l’indirizzo che sta prendendo il calcio italiano (si andava verso la nascita delle pay-tv satellitari e quindi alla vendita a peso d’oro dei diritti tv, ad esempio)quei soldi che spendi te li rifai abbondantemente”. “Lo penso pure io”, mi risponde sorridendo Carlo Regalia, poi il discorso passa sulla Lazio, sulla stagione, sulle prospettive. Quel giorno, per la prima volta, a modo suo Carlo Regalia mi aveva dato una notizia, una pista da seguire. Calleri, con l’appoggio della Banca di Roma e di Sergio Cragnotti (proprietario di una banca d’affari con sede a Londra) ha già iniziato la trattativa per portare in gran segreto Paul Gascoigne a Roma. Il fuoriclasse più ambito del calcio mondiale di quel periodo sta per indossare la maglia della Lazio. Una cosa che nessuno può immaginare, che nonostante l’arrivo di Zoff e Riedle (e quello imminente di Doll) nessun tifoso laziale osa neanche solo lontanamente sognare. Invece è la realtà, ma chiaramente il destino è già in agguato per giocarci l’ennesimo scherzo atroce. Il 27 febbraio del 1991, il Tottenham comunica di aver ricevuto un’offerta per Paul Gascoigne. Quotato in Borsa e sconvolto da una gravissima crisi economica a causa di una gestione dissennata, per evitare il fallimento il club ha deciso di vendere i suoi due gioielli: Gary Lineker (su cui mettono gli occhi il Torino e la Fiorentina) e Paul Gascoigne. “Gazza” è stato acquistato dal Newcastle, la squadra della sua città, anche se lui il realtà è di Gateshead, un sobborgo di Newcastle. E’ esploso definitivamente a Italia ’90, quando a soli 23 anni con le sue giocate ha trascinato l’Inghilterra fino alla semifinale persa ai rigori con la Germania. E’ genio, ma soprattutto sregolatezza, un fuoriclasse ma anche clown. In campo fa la linguaccia agli avversari, annusa l’ascella dell’arbitro quando ammonisce qualche giocatore, raccoglie per terra i cartellini che l’arbitro si è perso correndo e prima di restituirglieli lo ammonisce, rimediando chiaramente un cartellino giallo. Ma con la palla tra i piedi, il clown diventa un giocoliere. Ad una tecnica eccezionale, unisce delle doti fisiche fuori dal comune. Se riesce a guadagnare un metro e a prendere velocità, l’unico modo per fermarlo è abbatterlo. Non ha i numeri di Maradona, ma nell’immaginario collettivo sta prendendo il posto del campione argentino caduto in disgrazia dopo i problemi di abuso di cocaina. Così diversi in campo, Gascoigne e Maradona sono simili fuori dal rettangolo di gioco. Fragili, incapaci di resistere alle troppe tentazioni ma, soprattutto, di smettere di auto-distruggersi.
Dopo una trattativa interminabile, con Terry Venables (allenatore e manager del Tottenham) che per mesi insulta la Lazio e cerca in tutti i modi di mettere su una cordata per rilevare la società e trattenere Gascoigne a Londra, a maggio Calleri raggiunge l’accordo per l’acquisto di Gazza: 17 miliardi di lire al Tottenham (che in un colpo solo azzera quasi del tutto il suo deficit), più un contratto di 5 anni al giocatore ad un miliardo netto a stagione più bonus e la possibilità di gestire direttamente i diritti d’immagine. E la “Gascoigne Promotion”, gestita dal manager di “Gazza”, l’avvocato Paul Stein, è una macchina da soldi che produce miliardi. Gascoigne ha scritto un’autobiografia (“Gazza, my story”) che è in vetta alle classifiche dei libri più venduti in Inghilterra, ha inciso un disco, fa pubblicità a qualsiasi cosa e al suo arrivo a Roma gira con una troupe al seguito che registra tutta la sua giornata, come in una sorta di reality che va in onda su Channel 4.
“Qualunque cosa faccio nella vita deve essere divertente, se non lo è vuol dire che ho fallito”. E’ questo il motto di Gascoigne, che all’inizio della carriera è soprannominato dai compagni di squadra Mars, perché è capace di mangiare una quantità infinita di quegli snack al cioccolato ripieni di caramello. Un giorno, quando gioca ancora con il Newcastle, i tifosi avversari lo bombardano letteralmente di Mars. Lui, senza fare una piega, ne raccolse un paio, li scarta e si mette a mangiarli con aria soddisfatta, ringraziando i tifosi avversari. La foto in cui il “cattivo” Vinnie Jones gli stritola gli “attributi” con una mano ha fatto il giro del mondo, diventando un poster di successo. Le lacrime di “Gazza” dopo la semifinale di Italia ’90 persa contro la Germania, lo hanno fatto diventare lo sportivo più famoso e amato del Regno Unito, il campione più richiesto dai tempi di George Best. Ma non è tutto oro quello che luccica. Andando come inviato per “Il Tempo” in Inghilterra, a Gateshead scopro l’altro Gascoigne. Quello che viene da un’infanzia difficile a causa di un padre manesco e con una famiglia tutt’altro che unita. Quello fragile che ha paura della folla e della ressa e per sfuggire alla calca o alle interviste prende a pugni i fotografi e a calci i giornalisti dei tabloid inglesi che lo assediano continuamente. Il “Gazza” che si è legato ad una donna bellissima, Sheryl, che ha sconvolto ulteriormente il suo già fragile equilibrio. Ma come è successo per anni con Maradona, il “Gazza” calciatore annulla sempre e comunque il Gascoigne-privato.
Il 18 maggio, Paul Gascoigne gioca a Wembley la sua ultima partita con la maglia del Tottenham. Un po’ per l’importanza della posta in palio, un po’ per pressioni subite negli ultimi giorni da parte della stampa per il suo trasferimento alla Lazio, fatto sta che Gascoigne entra in campo nervosissimo e la sua finale di Coppa d’Inghilterra dura pochi minuti: entra da difensore con un tackle omicida e insensato su Gary Charles e si rompe il legamento crociato del ginocchio destro. Calleri e Regalia, presenti in tribuna, si precipitano, bianchi come fantasmi, in ospedale. Il giorno dopo, il presidente della Lazio, smentendo la sua fama di tirchio, si presenta con un orologio d’oro per far sentire a Paul la vicinanza della società. Quel gesto conquista “Gazza”, ma l’infortunio manda in frantumi i piani della Lazio. Il suo arrivo in Italia è per forza di cose rimandato di un anno, anche perché mentre recupera dall’infortunio ai legamenti Gascoigne rimane coinvolto in una rissa in un pub e cadendo si frattura anche la rotula. Ma prima di quel secondo infortunio, il 23 agosto del 1991 “Gazza” sbarca a Roma. L’aeroporto di Fiumicino è letteralmente invaso da migliaia di tifosi, ma anche da decine di giornalisti, cameramen e fotografi arrivati a Roma da tutto il mondo. E la Capitale quel giorno diventa per il mondo sportivo il centro del Mondo. Quando Gascoigne appare da dietro le porte a vetro degli arrivi internazionali, protetto da 8 “gorilla” della Mondialpol (la società di vigilanza di cui è proprietario Calleri), scoppia il finimondo.Qualcuno prova a scavalcare le transenne e i poliziotti di servizio temendo di essere travolti da quella marea di gente sfoderano i manganelli. E mentre si scatena la mattanza, “Gazza” viene portato via su una limousine nera degna di un capo di stato. Così, tra entusiasmo, lividi e qualche testa rotta, il nuovo idolo dei tifosi biancocelesti sbarca a Roma per la sua prima apparizione in occasione di Lazio-Real Madrid, amichevole estiva di lusso venduta in tutto il mondo grazie alla presenza di Paul Gascoigne sulle tribune dell’Olimpico. Si presenta con una scoppola in testa, con una t-shirt e in tuta, nascosto dietro un paio di occhiali scuri. “E’ timido e diventa claustrofobico quando ha la gente addosso”,ripete continuamente il team manager della Lazio Maurizio Manzini, che lo segue come un’ombra e gli fa da interprete ufficiale. “Il suo arrivo è una conquista per la Lazio e un vanto per tutto il campionato italiano”, dice Calleri. E ha ragione, perché nonostante il fallimento in tempi recenti di tanti giocatori d’oltremanica sbarcati in Italia, l’arrivo di “Gazza” è accolto con grande entusiasmo da tutti. Lui, vestito da clown, alza il cappello e nascosto dietro gli occhiali saluta e ringrazia. E la gente impazzisce. Mai vista una cosa del genere a Roma, né prima né dopo lo sbarco di Paul “Gazza” Gascoigne.
Il 1° marzo del 1992 torna a Roma per assistere al derby e basta la sua presenza in tribuna per scatenare i tifosi della Roma che lo accolgono con striscioni d’insulto. Lui si fa tradurre tutto, sorride, ma è un sorriso che non promette nulla di buono per gli avversari. Il 31 maggio 1992 supera le visite mediche e in estate parte con la Lazio per il ritiro, aggregato alla prima squadra. A Roma si aspetta solo il giorno del suo esordio, ma Dino Zoff, da uomo e allenatore saggio, frena. Il 27 settembre, quarta giornata di campionato, all’Olimpico è di scena il Genoa, ma i 60.000 tifosi che affollano lo stadio in quella grigia giornata d’inizio autunno sono lì solo per assistere all’esordio di “Gazza”. Dopo la festa per il suo ingresso in campo dopo un’attesa durata 16 mesi, il primo boato lo riceve dopo 12’, quando parte in slalom tra tre avversari, ma si vede che non è lui. Quando allo scadere del primo tempo si accascia toccandosi il ginocchio destro operato dopo un contrasto con Bortolazzi, sullo stadio Olimpico cala il gelo. Negli spogliatoi i medici tranquillizzano subito sia “Gazza” che Cragnotti, ma il fuoriclasse inglese non nasconde tutta la sua preoccupazione, a dimostrazione della grande fragilità che nasconde dietro quel suo atteggiamento da guascone. La settimana successiva, però, contro il Parma è regolarmente al suo posto e finalmente gioca da Gascoigne. Dopo 12’ entra prepotente in area ed è abbattuto da Taffarel: rigore. Tutti allo stadio chiedono a gran voce che sia lui a calciare il rigore e a realizzare il primo gol con la maglia della Lazio, ma Gascoigne zittisce tutti con un gesto tanto plateale quanto inatteso: prende la palla e la consegna a Beppe Signori. Lui non vuole un gol banale come primo sigillo. Contro il Parma dà spettacolo per oltre un’ora, serve a Fuser l’assist per il raddoppio e poi quello del 4-1 e della doppietta personale. Quando “Gazza” al 67’ lascia il campo, allo stadio olimpico tutti si alzano in piedi per salutare un campione ritrovato. Gascoigne dà spettacolo anche a San Siro con il Milan in un 5-3 che lascia intravedere le grandi potenzialità della Lazio. La settimana successiva all’Olimpico, quando reagisce platealmente dopo un fallaccio di Alemao e viene aggredito in modo vigliacco da un giocatore dell’Atalanta, tutta la squadra, Luzardi in testa, si lancia nella mischia per difenderlo. “Gazza” cresce, settimana dopo settimana. I compagni lo adorano e lui ricambia, senza fare differenze tra un Beppe Signori e un Gigi Corino. Quando diventa papà, Corino il giorno dopo si presenta negli spogliatoi con una foto del figlio e la fa girare tra i compagni. Ad un certo punto la foto scompare. Il giorno dopo, Gazza si presenta al campo con una t-shit bianca con su stampata la foto del figlio di Gigi e con sotto due enormi attributi disegnati e la scritta: “Corino palle grosse”, in omaggio alla grinta del compagno di squadra che si commuove per quel gesto.
Il 29 novembre del 1992 è un giorno che nessun laziale potrà mai dimenticare. Il giocatore “daft as a brus” (“pazzo come una spazzola”, come lo definì l’allora ct della nazionale inglese Bobby Robson) dai tifosi della Roma riceve un’accoglienza riservata in passato solo a Giorgio Chinaglia. La Curva Sud è completamente coperta da un enorme striscione che vede “Gazza” zoppo in carrozzella. Lo stadio è stracolmo, 74.000 tra paganti e abbonati per oltre 2 miliardi d’incasso. In tribuna stampa, ci sono quasi più giornalisti di quanti se ne sono visti due anni prima per la finale del Mondiale tra Germania e Argentina e sono presenti tutte le maggiori televisioni del Mondo per trasmettere in diretta l’evento: roba da record. Gascoigne è teso come una corda di violino, come il resto della squadra gioca una partita scialba, litiga spesso e volentieri con gli avversari e quando la partita sembra persa (la Roma è passata in vantaggio grazie ad un rigore realizzato da Giannini), arriva il tocco del fuoriclasse. Ha detto fin dall’inizio che il suo primo gol con la maglia della Lazio deve essere speciale, ed è di parola. All’80°, Signori batte una punizione da sotto la Tevere, “Gazza” sale in cielo per anticipare di testa Benedetti e manda il pallone sotto l’incrocio dei pali, dove Zinetti non può arrivare. Proprio sotto la Curva Nord. L’Olimpico esplode in un boato che per durata e intensità non si sente dal giorno del gol di Fiorini con il Vicenza. Gascoigne corre impazzito dalla gioia verso i tifosi, con i pugni stretti, liberando in un pianto disperato sedici mesi di tensioni, sofferenze e dubbi sul suo completo recupero. La settimana dopo a Pescara concede il bis, segnando un gol da fuoriclasse assoluto: cinque giocatori saltati in slalom in poco più di 15 metri e tocco preciso per battere il portiere. La cosa incredibile è che lo fa (confesserà qualche anno dopo) scendendo in campo ubriaco.
Gascoigne dà spettacolo in campo e a Formello. Scherza con tutti, le sue vittime preferite sono Maurizio Manzini e Ruben Sosa, oltre alle guardie del corpo che gli mette a disposizione la Lazio. Un giorno ruba il motorino di un giornalista e si mette a saltare in corsa sulla sella per farlo impennare, tra le risate dei compagni e di tutti gli addetti di Tor di Quinto. Davanti alle telecamere simula di fare la pipì sul prato utilizzando il tubo di una pompa, ruba a Ruben Sosa il prezioso marsupio con tutti i soldi, raccoglie all’uscita di Tor di Quinto un tifoso, lo carica sulla sua macchina e lo porta a passare un pomeriggio da sogno nella sua villa. Una volta lascia il ritiro e il giorno dopo si presenta completamente nudo al ristorante dove la squadra stava pranzando dicendo a uno Zoff che non sapeva se ridere o esplodere: “Mister, Manzini mi ha detto di presentarmi di corsa da lei così come stavo e sono venuto. Non volevo farla aspettare quindi non mi sono neanche vestito per non perdere tempo”. “Gazza” è capace di fare qualsiasi cosa. Trascina la Lazio al quinto posto, gioca partite memorabili come quella con il Torino in Coppa Italia, ma il destino nuovamente in agguato dietro l’angolo. La stagione successiva a Tor di Quinto, in una banale partitella sul campo da calcetto, si frattura la gamba in un contrasto con Alessandro Nesta. Si chiude in pratica lì la sua avventura con la Lazio: appena 47 partite e 6 reti. Niente per quelle che erano le premesse e le speranze di chi lo aveva acquistato, ma abbastanza però per conquistare un posto nel cuore di ogni laziale che a distanza di anni segue con apprensione il suo calvario fatto di ricoveri, arresti, tentativi di riabilitazione e suicidi mancati. Ogni laziale li segue con la stessa attenzione e con lo stesso dolore con cui seguirebbe le vicende di un amico d’infanzia. E ogni brutta notizia che arriva dall’Inghilterra è un colpo al cuore e aumenta il rimpianto per quello che poteva essere e non è stato. Forse, restando a Roma, protetto dalla “famiglia-Lazio”, la sua vita avrebbe potuto prendere una piega diversa. Ma è un interrogativo destinato a restare senza risposta.
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