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Gli articoli come quello sul Vado sono di poco interesse per chi ha una visione ottusa e limitata del mondo del calcio

:quoto


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arres82 ha scritto:
Bell'articolo, come sempre.
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Sartiburgnichfacchetti, Bedinguarneripicchi, Jairmazzolapeirósuarezcorso.

Io la formazione la sapevo con Domenghini tra Jairmazzola e suarezcorso (ma credo sia quella per il campionato italiano dove c'era il limite agli stranieri se non sbaglio).

Domenghini giocò con il 9 sulla schiena in occasione del ritorno dell'Intercontinentale '65, la formazione mandata a memoria da generazioni di interisti - me compreso, ovviamente - prevede Peiró al centro dell'attacco.


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Reg. il: ven 30 apr 2010
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Chrisantus9 ha scritto:
Peiró, quando l'Inter furoreggiava in semifinale

Sartiburgnichfacchetti, Bedinguarneripicchi, Jairmazzolapeirósuarezcorso. La Grande Inter. Catenaccio, gol, lanci lunghi, contropiede e foglie morte. E astuzia, perché senza non si va da nessuna parte. A maggior ragione in finale di Coppa dei Campioni dopo un 3-1 subìto lontano dalle mura amiche. Furbone di turno, Joaquín Peiró: sangue colchonero, cuore grande e materia grigia abbondante. È lui a garantire all'Inter un posto nella finale, disputata sull'erba (e sotto la pioggia) amica di San Siro il 27 maggio 1965.
Tutto ebbe inizio con una monetina, un perfido testa o croce che estromise il Colonia dalla competizione regalando al Liverpool la semifinale: doppio 0-0 e 2-2 nello spareggio, a quell'epoca la qualificazione si decideva così. E allora c'è Anfield, e c'è Sarti che per tre volte è costretto a raccogliere il pallone in fondo al sacco: Hunt, Callaghan e St. John, meno male che c'è Peiró, abile nello sfruttare una disattenzione difensiva del Liverpool per servire a Mazzola il comodo pallone del provvisorio 1-1. Il risultato è comunque pesantissimo, un'eliminazione già scritta, anche per l'allenatore del Liverpool Bill Shankly: «Signor Herrera, come gioca questo Benfica?», domanda al Mago al termine dell'incontro, considerandosi già a San Siro, e non certo per il ritorno della semifinale. HH, ribollente di rabbia, negli otto giorni che inframezzano le due sfide non perde occasione per caricare i suoi uomini: li porta in ritiro, ci parla e conclude ogni singola chiacchierata affermando cocciutamente: «Per questi motivi tu sei più forte e perciò vinceremo».
Dopo un simile lavaggio del cervello, i nerazzurri scendono in campo con gli occhi iniettati di sangue. Corso, a distanza di anni, ricorda così quella notte indimenticabile: «Quando entrammo in campo c'era un muro di entusiasmo. Venne organizzata una fiaccolata: potevo distinguere le fiammelle degli accendini, dei giornali, i puntini luminosi delle sigarette. Ancora oggi mi si accappona la pelle». Ed è proprio lui, Mario Corso, il piede sinistro di Dio, a sbloccare il risultato dopo appena otto minuti: una foglia morta va a depositarsi in rete, il goalkeeper Lawrence è impietrito. Passa un minuto, e Mazzola lancia Peirò in profondità. Lawrence, the Flying Pig («il maiale volante»: 89 kg, un'esagerazione a quell'epoca) agguanta il pallone in sicurezza, premurandosi di stendere Peiró con una spallata. Lo spagnolo, schiumante di rabbia, si rialza, attende che lo scozzese faccia due palleggi e, al terzo, gli sottrae la palla con il mancino e la infila in rete con il destro. Due a zero, ed il cronometro dice che siamo solo al nono minuto del primo tempo. San Siro è una bolgia, Facchetti un attaccante: al 57' il Cipe chiude i conti, in finale contro il Benfica ci va la truppa di Habla Habla, Helenio Herrera. Una paperissima del portiere benfiquense Costa Pereira, favorita dalla torrenziale - e provvidenziale - pioggia abbattutasi su San Siro, regala all'Inter la seconda Coppa dei Campioni consecutiva e con essa un biglietto aereo per Buenos Aires: in Coppa Intercontinentale gli avversari sono ancora los Diablos Rojos dell'Independiente. La trasferta argentina finisce col rivelarsi una pericolosa formalità: il 3-0 di San Siro ipoteca il successo. La rete del vantaggio, manco a dirlo, porta la firma proprio di Peiró, mentre a chiudere i conti ci penserà il suo compagno di bevute Mazzola: «Cervesiña?» («birretta?») chiedeva Joaquín a Sandro, e i due fuggivano dal ritiro per godersi l'acre sapore del luppolo.
Quel gol all'Independiente sarà l'ultimo acuto di Peiró in nerazzurro. Prima del rimpatrio all'Atletico Madrid, un ultimo scorcio di gloria italiana con la Roma, e poi gli scarpini appesi ad un chiodo biancorosso. Ma con uno spicchio di cuore sempre tinto di nerazzurro.

Fonte: Goal.com

Non male davvero!


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Ringrazio Miarchius e colgo l'occasione per dirvi che sia questa settimana non andrà online nessun articolo: sono troppo impegnato, mi manca il tempo materiale per produrre qualcosa.


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Reg. il: mar 1 apr 2008,
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Attilio Fresia, il primo emigrante del pallone

Quando si parla di calciatori italiani che hanno varcato la Manica, il primo nome che viene in mente è quello di Gianfranco Zola: Ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico, il Chelsea ha ritirato il «suo» 25 al momento del rimpatrio. A «Magic Box» fanno seguito Di Canio ed il suo fair play: le abilità tecniche ed anche tattiche del Vialli «player-manager»; la rapidità con cui Di Matteo mise a segno dopo 43 secondi, il 17 maggio 1997, il gol più veloce nella storia delle finali di FA Cup. Zola, Di Canio, Vialli e Di Matteo sono stati i penultimi - gli ultimi sono gli emigranti di nuova generazione: i Macheda e i Borini, che espatriano ancor prima di raggiungere la maggiore età -, ma il primo italiano a calcare i fangosi campi dell'Inghilterra chi fu?

La risposta è servita su un piatto d'argento: Attilio Fresia, nato a Torino il 5 marzo 1891. La sua storia, come quella di molti altri calciatori attivi negli anni antecedenti alla Prima Guerra Mondiale, è ricca di aneddoti e densa di un fascino in bianco e nero. Ragion per cui va raccontata dal principio, ovvero dall'acquisto di questo baffuto attaccante da parte del Genoa, disposto a sborsare la bellezza di 400 lire pur di sottrarlo ai concittadini dell'Andrea Doria. Il suo acquisto, avvenuto praticamente in contemporanea a quello del terzino De Vecchi (bandiera genoana, convocato per la prima volta in Nazionale ad appena sedici anni), fece infuriare non poco la Federazione, ma questo non impedì a Fresia di mettere a segno una doppietta contro il Reading nel corso della tournée italiana dei «Royals», rimasti ammaliati dalle sue capacità tecniche. Grazie a William Garbutt, allenatore del Genoa con trascorsi proprio nel Reading, il trasferimento si concretizzò e così nel dicembre 1913, a pochi mesi dall'esordio in Nazionale avvenuto il primo maggio contro il Belgio, Fresia si ritrovò catapultato in una realtà tutta nuova: «First month, very difficult, English language. Second month, good», le sue primissime parole in un inglese claudicante, assai meno fluido del discreto francese che si diceva parlasse e grazie al quale si era accordato con i dirigenti del Reading. Aggregato alla squadra riserve, giocò la sua prima partita in terra d'Albione contro il Croydon Common, in un incontro valevole per la South-Eastern League. Tempo pochi mesi, e l'esperienza inglese di Fresia giunse al termine: inadatto ai terreni pesanti secondo i cronisti dell'epoca, l'ex attaccante genoano ritenne opportuno far ritorno all'Andrea Doria nel 1915, dove rimase fino allo scoppio della guerra.

Durante il primo conflitto mondiale Fresia stazionò prima a Parma e poi a Livorno, dove riprese a giocare a pallone. Nell'autunno 1920 si trasferì a Modena per concludere la propria carriera e trovarsi un'occupazione stabile: quella di allenatore, perché arrivò l'offerta del Palestra Italia (che nel 1942 avrebbe modificato il proprio nome in Palmeiras) e Fresia, affetto da tubercolosi o più probabilmente da bronchite cronica, lasciò nuovamente l'Italia, in quest'occasione per il Brasile, dove sperava di trovare un clima più idoneo per le proprie precarie condizioni di salute. Fresia guidò il Palestra Italia al primo successo nel Paulistão: lo spareggio contro il Paulistano del bomber Friedenreich terminò 2-1 per gli «italiani», ma Fresia non riuscì a godere appieno del successo perché con l'avvento della bella stagione le sue condizioni di salute si aggravarono sensibilmente. Decise così di far ritorno a Modena, dove trascorse gli ultimi anni della propria vita assistito dalla moglie Nerina Secchi (sorella, tra l'altro, di Silvio Secchi, tra i fondatori del Modena) prima di spegnersi il 14 aprile del 1923.

Fonte: Goal.com


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per il prossimo articolo vorrei poporre la coppa campioni della STELLA ROSSA!


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Reg. il: mar 1 apr 2008,
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Il Reims di Batteux: champagne e Coppa Campioni

Sulle colline di Reims, nel nord-est della Francia, vengono prodotti gli champagne più pregiati. È qui, nel distretto della Marna, che i massimi produttori di questo prelibato spumante riempiono bottiglie su bottiglie di champagnotta partendo dai grappoli, minuti e fitti di acini, del pregiato Pinot nero. Lo champagne, che solitamente evoca raffinati accostamenti con caviale ed altre squisitezze gastronomiche, nel nostro caso non può che avere un rimando al calcio: francese, in questa circostanza, cronologicamente localizzato negli anni cinquanta, quando sulle colline di Reims un giovane ed innovativo allenatore, Albert Batteux, concepiva il calcio in maniera assai differente dai suoi contemporanei.

«Bébert la science», così soprannominato dagli amici, era salito sul ponte di comando dello Stade Reims nel 1950, ad appena 29 anni, immediatamente dopo la fine della propria carriera agonistica, interamente dedicata al club «rouge et blanc». Subentrato ad Henri Roessler dopo la vittoriosa finale di Coppa di Francia del '50 (2-0 al Racing Club di Parigi) per volere del presidente Henri Germain, la sua concezione del gioco del pallone differiva sensibilmente da quella di molti, se non tutti i suoi colleghi: sfera a pelo d'erba, gioco ai due tocchi, triangolazioni ed imprevedibilità offensiva. Cresciuto assieme a dodici fratelli, Batteux aveva dovuto fronteggiare le asperità della guerra sin da bambino: il calcio, in un certo senso, era il modo migliore per dimenticare i lutti e le esplosioni del secondo conflitto mondiale.

Il Reims di Batteux, che in campo si schierava con il «WM», il «Sistema», disponeva di una prima linea formidabile: composta inizialmente da Appel, Glovacki, Kopa, Sinibaldi e Méano, con il passare del tempo fece la sua comparsa al centro dell'attacco biancorosso Just Fontaine, accompagnato da Vincent e Piantoni. Il Reims targato Batteux, otto presenze ed un gol con la maglia dei Bleus tra il '48 ed il '49, fece un po' fatica ad ingranare, come testimoniato dai due quarti posti in campionato ottenuti prima del titolo, conquistato nel '52-'53. Dopo essere stati sopravanzati dal Lilla di un solo punto, il Reims tornò sul tetto di Francia nel 1955: successo importantissimo, perché garantì al club della Marna un posto nella prima edizione della Coppa dei Campioni, in cui il club raggiunse addirittura la finale, persa contro il Real Madrid nonostante il parziale di 3-2 per gli uomini di Batteux quando al termine mancavano meno di trenta minuti. Dopo la cocente delusione maturata al Parco dei Principi, Kopa scelse di cambiare aria, accettando le lusinghe dei madrileni: il figlio di emigranti polacchi giunti in Francia per cercare occupazione nelle miniere del nord, nato a Nœux-les-Mines con il cognome di Kopaszewski, lasciava Reims.

Con la partenza di colui che sarà il primo francese a vincere il Pallone d'oro (1958, sul podio in altre tre occasioni durante la militanza madridista) pareva chiudersi un ciclo, ma l'avvento di Fontaine impedì che ciò accadesse: il bomber francomarocchino, nato a Marrakech, condusse i suoi ad altri tre successi in campionato (nel 1958, '60 e '62), il più importante dei quali fu indubbiamente il primo: la squadra, imperniata su Penverne, Jonquet (l'unico calciatore in campo nelle quattro finali europee disputate dal club tra il '53 ed il '59) ed il già celebrato Fontaine, raggiunse nuovamente la finale di Coppa dei Campioni, trovandosi di fronte il «solito» Real Madrid. Stavolta finì 2-0.

L'epopea dello Stade Reims era giunta al termine, ma poco meno di dodici mesi prima otto componenti di quel clan erano riusciti in quella che sarebbe stata ricordata come la più grande impresa del calcio francese, almeno fino al trionfo Europeo di Platini e soci nel 1984: un terzo posto al Mondiale svedese, vinto dal Brasile del giovanissimo ma già fenomenale Pelé, che proprio la Francia annichilì con una tripletta in semifinale, a diciott'anni neppure compiuti. Allo stadio Ullevi di Goteborg, nella finale di consolazione, i Bleus conobbero la prima gioia internazionale, frutto di un poker di Fontaine (capocannoniere della rassegna iridata con 13 reti, record ineguagliato e probabilmente ineguagliabile), un penalty di Kopa ed un gol di Douis. La Germania, seppellita sotto sei gol, fu costretta ad inchinarsi agli otto «Bleus tinti di blanc et rouge»: Fontaine, Jonquet, Penverne, Piantoni, Vincent e Colonna, più Kopa (che a Reims tornerà nel '59, per concludere una magnifica carriera) e Batteux, dal 1955 alla guida tecnica anche della Nazionale francese. Finalmente gli uomini del Reims avevano trionfato in una finale, seppur per il terzo e quarto posto.

Fonte: Goal.com


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Non ricordo se ne hai già parlato, ma banalmente ti dico: un articolo sul Real Madrid di Di Stefano?


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Andrew89 ha scritto:
Non ricordo se ne hai già parlato, ma banalmente ti dico: un articolo sul Real Madrid di Di Stefano?

Ci vorrebbe un libro intero.


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zanchetti76 ha scritto:
Mercoledi 14 Novembre 1973, Londra, Wembley Stadium, Inghilterra-Italia 0-1 gol di Capello
sarebbe interessante in vista dei mondiali con Capello ct degli inglesi

Quando espugnammo Wembley col cittì dell'Inghilterra

Fabio Capello, oggi, è il commissario tecnico dell'Inghilterra, cui si è legato fino al 2012 rifiutando le lusinghe dell'Inter. L'imminente rassegna iridata gli offre l'opportunità di rendere ancor più prestigiosa l'incisione recante il suo nome, già ben impresso nella storia del calcio, e lui si lascia scappare un sogno fino a poco prima sapientemente riposto nel cassetto: una finale contro l'Italia, per l'attuale cittì inglese, sarebbe il massimo.

Eppure Fabio Capello, l'altroieri quando indossava i calzoncini e giocava mezzala nella Juventus, la sfida angloitaliana la sognava in modo diverso: lui in campo, innanzitutto, e l'Italia tutta in festa e non in lutto al termine delle ostilità. A volte, poi, i sogni prendono vita e vanno in scena sul campo di calcio. In quest'occasione, l'ambientazione è delle più suggestive: lo stadio di Wembley, intriso d'acqua, brumoso e colmo fino all'orlo di gente in delirio. Anche la data, in questo caso, riveste un'importanza non trascurabile: si gioca il 14 novembre del 1973, trentanovesimo anniversario della leggendaria Battaglia di Highbury.

La partita trascorre seguendo il più classico dei copioni, quello che prevede l'Italia arroccata in difesa ma sempre pronta a ripartire in contropiede: Burgnich, Facchetti e Spinosi difendono l'imbaittibilità di Zoff, ormai prossima ai mille minuti, mentre Benetti legna a centrocampo senza premura alcuna per le giunture inglesi. Persino Riva dà una mano in copertura, spendendosi come di consueto per la causa azzurra cui ha già immolato entrambi i peroni, mentre gli inglesi ci sbeffeggiano, fieri del loro evidente ma sterile dominio territoriale: «Cammarieri, cammarieri!», ci gridano dagli spalti.

Questo inopportuno appellativo finisce con l'urtare i nervi di chi il «cammariere» l'ha fatto per davvero: Giorgio Chinaglia, all'occorrenza anche lavapiatti per il «Mario's Bamboo Restaurant», trattoria aperta da suo padre dopo anni di sacrifici e lavoro in fonderia. Lui, che sta guidando la Lazio al primo scudetto a suon di gol ed alla fine sarà pure capocannoniere del campionato, è orgoglioso di aver fatto il «cammariere»: quell'esperienza è come una medaglia al valore, una delle tante per «Long John», partito alla volta del Galles ad appena sei anni per raggiungere papà Mario e mamma Giovanna con al collo un cartello recante l'indirizzo di casa nel caso in cui si fosse perso. La voglia di rivalsa gli dà la spinta giusta per seminare McFarland e scaricare un destro da posizione angolatissima su cui Shilton nulla può: respinta corta, arriva Capello e, dopo aver dato il via all'azione, la conclude signorilmente con un destro sottomisura che va a morire in porta quando mancano appena tre minuti al fischio finale del portoghese Marques Lobo.

Proprio Fabio Capello, cresciuto nel mito di Oscar Massei ed appassionato d'arte e di Tolstoj, aveva appena messo dentro la palla del primo successo azzurro in terra d'Albione. Dovesse essere tra i protagonisti di una nuova sconfitta inglese in territorio anglofono, ovviamente per mano dell'Italia e magari nella tanto agognata finale, difficilmente darebbe adito a malumori nel Belpaese.

Fonte: Goal.com


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