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Alla sua ottava partecipazione alle finali di Coppa Italia (la prima splendori, le altre dolori), la Fortitudo non s´accosta da outsider: mai lo è stata, del resto, da quel ‘98 in poi. Non esplora nessuna prima volta: ha già giocato edizioni da favorita e un´altra, nel 2001, da scudettata, com´è oggi. E´ però diventata in questi anni una forza matura, soprattutto completando quell´osmosi che salda strettamente una squadra al suo coach. Da lui condotta ormai per la quarta stagione, questa è la Fortitudo di Jasmin Repesa, non più solo uomo di panchina, ma centro di gravità del club, un ruolo cui solo le conquiste possono issare un allenatore. Lo scudetto di giugno ne è stato l´inossidabile investitura.
Nominalmente quarta sul tabellone, per una classifica del girone d´andata distillata da differenze minime, la Climamio vale di più nella gerarchia delle favorite, pesando stato di forma attuale, abitudine agli scontri di vertice, adattabilità ad una formula serrata del suo organico giovane, energico ed assortito. Detto che rastrellano più pronostico le squadre poste sullo stesso ramo di tabellone (Roma, Siena), e che l´altra metà farà gli esami di maturità ai tormenti di Milano, alla scarsa salute di Treviso e alla voglia fresca di Napoli e Udine, su un cammino che per forza imporrà eliminazioni eccellenti la Fortitudo deve battere pure il tabù con cui la coppa ogni anno la tortura, in forma di sconfitte evitabili e perfino assurde, e probabilmente confina con un´ansia da prestazione che è stata spesso, in passato, traditrice.
Parlando ieri su queste pagine della coppa che stavolta non vincerà, dopo 5 consecutive, Ettore Messina ha svelato da dentro una verità che s´era già intuita anche da fuori. Queste finali le ha sempre vinte senza volerle vincere. Meglio, senza doverle vincere. Le sue Kinder 2001 e 2002, le sue Benetton 2003, 2004 e 2005 per ben altro erano progettate: scudetto ed Eurolega. Trovavano la Coppitalia per strada, come un traguardo volante, le sfrecciavano addosso forti d´una propria brillantezza, speculando però su chi soffriva la coppa come traguardo più accessibile della stagione. In realtà, per com´è congegnata, essa è tutt´altro che un premio minore: la formula la offre a gruppi collaudati, vincere 3 partite in 4 giorni non è proprio da outsider. Vinta, intanto s´intascava: poi, è capitato spesso anche ai cannibali che il primo trofeo fosse l´ultimo (Virtus ‘02, Treviso ‘04 e ‘05).
Solo così, se prenderla non è una sbornia, si può scoprire, rovesciando la medaglia, che perderla non è uno psicodramma. Qui deve mostrare d´essere approdata, la Fortitudo di Repesa, oltre ovviamente a giocare partite vere, da subito: perché Roma ha uomini d´esperienza per vivere bene il confronto, al di là d´una sua illeggibile discontinuità stagionale, pagata però soprattutto nelle gare di routine (e quella di stasera non lo è). E anche Siena, fosse lei sulla strada in semifinale, opporrebbe analoga vastità e qualità d´organico. Ma prima incombe la Lottomatica e la curiosità di capire chi sceglierà la velocità di crociera: alta se tocca ai Repesa boys, controllata se spetta ai veterani di Pesic, ricordando infine le tante volte in cui, tra le due armate, ha risolto quella zona indigeribile che la Climamio non mancherà di riproporre.
L´Aquila sfoglia nella lunga vigilia le sue carte, non ultima un arredo ambientale maggioritario, più degli annunciati forti arrivi senesi e napoletani, dei tepori lombardi, e di chissà quanto Nord-est scenderà sulle rotte Udine-Treviso. Non a caso, e mai per scherzo, Repesa ha chiesto alla sua gente di potersela giocare in casa. I record in corso saranno pure numeri labili, ma esprimono una forza palpabile, se da due anni il nido dell´Aquila è vergine in Europa (dove, per tutta la Top 16, si giocherà di giovedì), da uno in Italia (mai conquistato, soffia chi col nome ci fa cassa, da quando si chiama Land Rover Arena). Il PalaFiera non sarà il PalaDozza, ma potrebbe parecchio somigliargli
La Repubblica
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