Maldini: "Sogno di giocare la gara d'addio in favore dell'Abruzzo".
Il simbolo del Milan lascerà il calcio a maggio dopo 24 anni da professionista: «Un rimpianto? La sfida ai Mondiali contro la Corea»
ROBERTO BECCANTINI
Il 26 giugno saranno 41. Il campionato chiude il 31 maggio: ce ne sarà un altro, per Paolo Maldini?
«No, al cento per cento. L’anno scorso, più o meno di questi tempi, ero dubbioso: lascio, continuo? Oggi no».
Le è stato difficile restare un giocatore bandiera?
«Al contrario. Ho trovato tutto in casa, la squadra, la gloria, il resto. Il massimo, per un giocatore. Cambiando, avrei rischiato di perdermi».
C’è un momento in cui «si spegne la luce»: a Franco Baresi capitò in un Milan-Juventus 1-6 dell’aprile 1997: a lei?
«L’episodio e il periodo negativi possono starci a qualsiasi età, a 25 anni come a 40. Il problema è che non si può andare contro la natura. Puoi forzarla, ma a un certo punto devi arrenderti. Io, per esempio, ho ancora il fuoco che mi brucia dentro, e potrei pure fisicamente. Però ho deciso».
Il caso Totti, il caso Del Piero, il suo caso: non c’è il rischio che la società diventi prigioniera?
«Dipende dal tipo di rapporto. Se è franco, no. Se è ambiguo, sì. I contratti devono tener conto dell’età: le mie ultime firme, per esempio, erano tutte annuali. Alla base, tre elementi: allenatori e compagni; società; volontà del singolo. Il tutto, calibrato dal rendimento, il giudice ultimo e sovrano».
Da una parte, le cosiddette figurine: Rivaldo, Ronaldo, Ronaldinho, Beckham; dall’altra le intuizioni geniali come Kakà e Pato. Qual è il vero Milan?
«La somma delle due anime. Immagine e sostanza. Da Berlusconi in poi, è sempre stato così. Con l’impegno a non rendere tirannica l’influenza dell’immagine».
L’addio azzurro. In tutti i Paesi si organizza una partita celebrativa; se non ho letto male, lei ha manifestato qualche riserva.
«Furono i giornali a tirarmi dentro con la storia di Brasile-Italia: perché Lippi non l’allarga a Maldini? Risposi: tutto quello che volete, a patto che 1) non sembri un’elemosina e 2) non sia di intralcio».
L’ha avuta Roberto Baggio, da Trapattoni, a Genova: Italia-Spagna.
«Beato lui».
Si parla di un’amichevole della Nazionale a Pescara. Si potrebbero unire le due cose, l’atto concreto di solidarietà verso l’Abruzzo e il suo addio all’azzurro.
«Sarebbe magnifico, ne sarei orgoglioso».
L’Italia del suo esordio, 20 gennaio 1985, l’Italia di oggi: differenze?
«Due mondi agli antipodi, nel calcio e nella vita. Soprattutto adesso, con la crisi economica che ci sta flagellando. E poi la tv: allora, nel calcio, era un soffio, non un tornado».
Si considera berlusconiano o semplicemente un dipendente di Berlusconi?
«Dipendente in senso classico, visto il lavoro che faccio, non direi proprio. Berlusconiano invece sì. Mi ha insegnato un sacco di cose. Mi ha trasmesso la forza con la quale realizzare le ambizioni. E io mi considero ambizioso».
Ha deciso cosa farà dopo?
«L’allenatore, mai. Ho un’azienda di abbigliamento, degli investimenti immobiliari. Mi piacerebbe restare nel calcio, vedremo».
Domanda al padre: Christian di 12 anni e Daniel di 7 continueranno la dinastia dei Maldini?
«E come faccio a saperlo? Christian gioca nelle giovanili del Milan. Terzino destro. Daniel non ancora. Delle volte, mi chiedo com’ero io alla loro età, ma non so rispondermi perché ho riferimenti tecnici vaghi e allora lo domando a mio papà, che mi invita alla prudenza».
Calciopoli o no, in Italia si continua a parlare di arbitri: perché?
«Perché è più forte di noi. E perché, in genere, da noi si fischia troppo. Una cosa che da Christian non tollero è quando cade e resta giù: in piedi, gli urlo».
Le sarebbe piaciuto avere Mourinho come allenatore?
«Mi dicono che abbia un gran rapporto con i giocatori. Ma come allenatori mi tengo i miei. Ho avuto i migliori».
La partita che vorrebbe rigiocare?
«La spiazzo subito: non Milan-Liverpool di Istanbul. Giocammo da dio per 120 minuti meno sei. La partita che vorrei rigiocare è Corea del Sud-Italia ai Mondiali 2002, quella del golden-gol di Ahn, la mia ultima in Nazionale».
Diciassette scudetti: l’Inter sta per raggiungervi. Lei il titolo a tavolino come lo scrive, con o senza l’asterisco?
«Con l’asterisco. Mica l’hanno vinto sul campo».
La partita delle emozioni più violente?
«L’esordio a Udine. Si era infortunato Battistini, Liedholm me lo comunicò nello spogliatoio fra primo e secondo tempo. “Tocca a te: dove vuoi, a destra o a sinistra?”. Risposta: dove vuole. E così, nacqui a destra».
Perché sono soprattutto le società medio piccole, dal Genoa al Cagliari, a offrire il calcio più spumeggiante?
«Hanno meno pressioni, non hanno le coppe e, rispetto a una volta, hanno più coraggio. Dieci, quindici anni fa un Genoa di passaggio a San Siro avrebbe alzato un catenaccio mostruoso, oggi se la gioca».
Qual è la sua squadra ideale?
«Il Barcellona. Palla a terra e ricamare».
Il giocatore più forte che ha affrontato?
«Diego Armando Maradona».
Dicono di noi: ci teniamo i quarantenni alla Maldini mentre gli inglesi lanciano i diciassettenni alla Macheda.
«Premesso che io ho debuttato a 16 anni e Macheda a 17, premesso questo, il Manchester United saccheggia i vivai di tutto il mondo e, dunque, il paragone non regge. E poi il calcio è uno sport democratico, non dà peso né all’età né alla statura».
Se fosse il presidente del Consiglio, cosa farebbe per lo sport italiano?
«Più attività fisica nelle scuole. Ai miei tempi rimediavano gli oratori, oggi vedo in giro troppi bambini obesi. La partita, per loro, è la playstation, uno svago seduto».
Ha scovato il nuovo Maldini?
«Seguo con simpatia Davide Santon. Ha personalità».
Qual è stato il suo modello? E perché?
«Antonio Cabrini. Mi piaceva la sua storia, mi piaceva come giocava la sua Nazionale, quella del 1978».
Dal terremoto dell’Abruzzo ai Mondiali di calcio, perché noi italiani riusciamo a esprimere il meglio solo nelle difficoltà?
«Perché siamo un po’ credenti e un po’ creduloni. Perché siamo pigri e prevenire costa fatica».
Ferguson è al Manchester United dal 1986, Ancelotti lavora al Milan da «appena» otto anni e un’estate sì e un’altra pure si parla di logorio o di divorzio.
«L’anomalia è Ferguson, non Ancelotti. Altra cultura, gli inglesi. Loro, a differenza di noi italiani, accettano la sconfitta».
A proposito: Carletto resta?
«Glielo chiedo ogni giorno, mi rimanda sempre al giorno dopo...».
Fabio Cannavaro ha toccato le 124 presenze in Nazionale: gliene mancano due per raggiungerla, geloso?
«Non rispondo né sì e né no. Rispondo “nì”. Se mi guardo indietro, trovo tanti record e, soprattutto, tanti successi. E mai baratterei questi con quelli».
Da difensore a difensore: voto a Thiago Silva?
«Altissimo. È forte e reattivo. È da Milan».
Da ex tifoso di Bettega, sinceramente: cosa manca alla Juventus per tornare la Juventus?
«Qualità in mezzo al campo. Ma, per carità, non parliamo di rifondazione. Basta qualche ritocco».
L’omosessualità è rimasta un tabù solo nello sport.
«Soprattutto nel calcio, il più conservatore di tutti. Credo di non aver mai avuto compagni omosessuali, nel senso che non ho mai sentito nessuno confessarlo. Per me, naturalmente, non sarebbe cambiato nulla. Discriminare in funzione della pelle, del sesso, della religione trovo che sia una cosa turpe».
Recitano gli almanacchi: Paolo Maldini, 895 partite col Milan, coppe incluse.
«Ne mancano sette al termine del campionato, ho risolto i problemi all’adduttore, mi piacerebbe arrivare a 900. Avrei voluto chiudere a San Siro, ma l’ultima siamo a Firenze. E così i tifosi conto di salutarli la domenica precedente, il 24 maggio, in casa con la Roma».
L’ultima volta che ha pianto?
«Guardando alla tv i funerali delle vittime del terremoto che aveva colpito l’Abruzzo. Qui e là, dalle bare, spuntava un pallone, una maglia. Pensavo ai miei figli, ero commosso e sconvolto».
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