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Chiude Portobello Italia. Balo-Juve, ultima puntata lo scontro generazionale Riccardo Signori - Gio, 26/06/2014 - 10:09
La resa dei conti dopo l'Europeo 2012 con l'attaccante contro i bianconeri. Brasile confine tra vecchio e nuovo. Mario resta solo. Sarà riproponibile? Umor nero, ma come pensarlo diverso. Cena fra commensali freddi e compagni disillusi. Risveglio nel Portobello resort, nome in controtendenza con umore e ambiente. Prandelli ha parlato con giocatori e dirigenti. Momenti low profile nel ritorno in aereo verso Rio de Janeiro: c'era chi stava con mogli e compagne e chi rimuginava. Ieri la mattinata libera si è risolta nell'attesa della partenza per l'Italia, altre volte avrebbe significato un po' di relax. Qualcuno pensa già alle vacanze, Paletta ha salutato la compagnia per rimanere in SudAmerica, permesso invece negato a Thiago Motta e Balotelli con neocresta bionda. Qualcuno non vedrà più l'azzurro. Non c'è nessuno che tace. De Rossi e Buffon hanno parlato in diretta, Pirlo ha fatto il discorsino alla squadra, Balotelli ha risposto per le rime con i soliti tweet, poi hanno parlato familiari e amici. Candreva ha fatto sapere alla sorella di essere infuriato, lei usa altri termini: voleva giocare. Gli altri hanno chiesto loquacità ai genitori. Ma la grande guerra si è consumata sotto traccia tra Balo e la madre Juve che, fra l'altro, sta nel cuore a Prandelli. Il ct si è appoggiato al gruppo forte dello spogliatoio, ha insistito su Balotelli e si è preso le colpe, ma poi ha lasciato che altri parlassero per lui. Il vecchio Lupo grigio, ovvero Dino Zoff, gli ha fatto sapere che poteva starsene zitto e che anche Buffon ha esagerato traendone una conclusione: «Spogliatoio diviso». Soprattutto dopo una bruciatura come questa. Ma sotto la cenere covava il ricordo dell'accusa di Supermario: colpa vostra, disse agli juventini, se l'Europeo è finito male. Comunque in finale. L'attesa è stata lunga ma si è conclusa, lo spogliatoio aveva perdonato, si era pure sobbarcato la tassa Cassano, comunque molto più equilibrato rispetto alla passata esperienza. Poi vecchia Juve e SuperBalo sono arrivati allo scontro e senza sconto. Qualcuno se ne andrà, qualcuno rimarrà. Il futuro azzurro di Balotelli è da decifrare, difficile riproporlo nello spogliatoio. Il Brasile segna il confine tra nuove e vecchie generazioni. Non ci sarà Pirlo ma Verratti appare il più intraprendente fra i suoi cultori. Qualcuno dovrà chieder ancora scusa a Pepito Rossi, Destro tornerà nel gruppo. L'Italia dell'attacco può fare a meno di Balotelli, di questo Balotelli. La difesa andrà ricostruita, non saranno certo Bonucci e Ranocchia gli uomini del salto di qualità. Siamo a posto con i portieri. Buffon non molla, gli altri sono bravi. Il prossimo ct dovrà avere occhio sul centrocampo: Marchisio, Verratti, Candreva, ancora Montolivo. Poi largo a Florenzi e alla generazione under 21. Non c'è molto da scegliere. Lo scontro fra generazioni è venuto allo scoperto: la vecchia guardia contro questi giovani che magari faranno strada ma, per ora, non hanno la testa e, talvolta, neppure i comportamenti. È stato questo il j'accuse di Buffon e De Rossi. Tutti contro Supermario perché il ragazzo, ha solo 23 anni, riesce ad attirarsi le luci, nel bene e nel male. Ma poi, sotto traccia, tutti nel mirino: i vecchi non hanno gradito, si sono spesi perché sapevano di essere all'ultima chance e i ragazzini a giocare come fossero sulla spiaggia di Copacabana. Buffon non se l'è presa con Darmian che si è tirato il collo, ma non sono piaciuti gli ultimi arrivi: partiti bene, poi scarsa esperienza e scarsa determinazione. Brutta Italia ma bisogna sbrigarsi. Serve un ct: il 1° settembre nuovo raduno, il 4 amichevole e il 9 settembre subito contro la Norvegia, partenza per le qualificazioni europee. Il tempo stringe, se non si dovesse fare in tempo a nominare il successore di Prandelli, si fa largo l'ipotesi di una reggenza tecnica (la suggestione si chiama Arrigo Sacchi). Altro giro, altra Italia. Italia senza maestri. Scuola da ricostruire Nel calcio e negli altri sport "persi" i tecnici. Prandelli si è riempito di etica non di gioco Riccardo Signori - Gio, 26/06/2014 - 09:16
Resettiamo tutto. Sapevamo di non avere calciatori da esportazione, al massimo da orticello. Balotelli, ma non solo lui, ha appena confermato la tendenza. Pensavamo di avere dei tecnici da esportazione: vedi Ancelotti che vince la Champions, pensi a Mancini, Spalletti e compagnia viaggiante. Poi arrivi al mondiale e schieri tre pezzi grossi: Zaccheroni con il suo dignitoso curriculum, Capello con le sue lauree da panchina e metteteci anche Prandelli, piacente seppur mai vincente. Ed ora ne usciamo con le panche rotte: Zaccheroni ha incartato perfino il Sol Levante e ieri si è dimesso, Capello digrignante ma non convincente nel gioco e nella gestione della Russia, e Prandelli che fa coppia con lo sciagurato Egidio di lontana memoria. E stavolta è proprio questione di mano (dei tecnici) non solo di piedi. Il mondiale ha dimostrato che non serve essere pluridecorati, sia in campo sia in panca, per cavarne una buona figura. Forse bisogna essere tecnici tarati per la nazionale. Il vecchio maestro Tabarez si è affidato al senso tattico, alla dignità dei suoi giocatori e a un po' di fortuna per uscirne indenne, tecnici e squadre del CentroAmerica non sono il top del mercato eppure lottano e conquistano posizioni con una buona base di gioco. Prandelli si è riempito la bocca (ma è in buona compagnia di colleghi allenatori e giornalisti) parlando di gioco e tattica, ci ha rifilato il verbo «osare» almeno una volta al dì, eppoi si è dimenticato di dire ai suoi giocatori come si fa. Obiezione: tipico italiano. C'è chi fa e c'è chi parla. Ma qui è tutto lo sport nostro che sta prendendo una brutta piega. Mancano talenti, ma soprattutto mancano buoni insegnanti. I tecnici stanno affrontando una battaglia di retroguardia. Saranno incapaci i dirigenti federali che affidano le squadre agli uomini sbagliati o sarà forse un limite di scuola? Sarà mai possibile vedere l'Italia della pallavolo perdere con l'Iran? O quella del rugby farsi sberlare dal Giappone? Il basket ha qualche talento fra le mani eppure salta Olimpiadi e mondiali, neppure fosse una cenerentola del terzo mondo dello sport. Si salva qualche campione delle discipline individuali. Ma la Pellegrini, tanto per fare un nome, si è dovuta rivolgere ad un tecnico francese per ritrovare le sue potenzialità. L'atletica veleggia nel mare della mediocrità. Non c'è Paese al mondo, foss'anche un'isoletta nell'Oceano, che non riesca a far crescere, irrobustire, esplodere un talento. Da noi non ci sono o non li trovano. E se per caso ne colgono uno stranamente sfiorisce. Siamo riusciti perfino a far peggiorare gli atleti naturalizzati: nemmeno fosse l'aria che respirano. Il calcio si è adeguato: non c'è più gran qualità, si va per quantità. E quando si pesca qualche fiore ci vuol poco ad appassirlo. Vale sempre il vecchio detto: bravo è l'allenatore che riesce a non rovinare i calciatori. Nulla di più e, francamente, ce ne sono pochi. Il sistema Udinese è perfetto per costruire un vivaio adatto alla vendita, non altrettanto per mandare in gloria il calcio di un Paese. Sennò sarebbe semplice: prendete tecnici e sistema e rilanciateli in nazionale. Prandelli ci ha inondato di pillole di etica, ma poi non ci ha fatto vedere il gioco. C'è un abisso filosofico e calcistico fra la squadra dell'Europeo e questa del mondiale. Non era fenomenale quella, è apparsa demenziale questa. E quando un ct della nazionale comincia a parlare di progetto (sì, anche Sacchi non ci lasciava in pace) significa che deve cambiare panca. Il progetto per una nazionale non può esistere perché tutto è troppo temporale, immediato, condizionato dal risultato. E se qualcuno nello sport nazionale volesse costruire, e non sfasciare, dovrebbe cominciare ad istituire una scuola per tecnici da nazionale: che è diverso dall'esser tecnico di club. Non ci vuol molto a capirlo Adesso anche Balotelli la butta in politica: meglio negro che italiano
Il giorno dopo il ko con l'Uruguay, Mario si sfoga e tira in ballo il colore della pelle: uno scaricabarile come quello del ct Prandelli Riccardo Signori - Gio, 26/06/2014 - 09:06
La sostanziale differenza fra Balotelli e i suoi compagni di nazionale è duplice: gli altri parlano, lui scrive, gli altri giocano lui si assenta. Naturale che poi venga spontaneo l'uno contro tutti. Questa Italia non è proprio così, ma poco ci manca. Ieri SuperMario ha messo la faccia davanti al mondo, la sua faccia nera ha sottolineato, la Un messaggio scritto non a caso in italiano, seppur stentato. Per una volta si è messo a nudo davvero, fidanzate ed ex sapranno tutto del suo nudo, ma ieri Balo ci ha presentato il nudo dell'anima, la fatica di sentirsi nero in un Paese che è suo soltanto perché vi è nato. C'è modo e modo per giocare allo scaribarile, Supermario ne ha scelto uno perlomeno stravagante, probabilmente la miglior espressione della sua originalità: non mi volete perché sono nero, mi volete solo se segno gol. E vediamo chi riesce a dargli torto. Gli altri sono stati più tradizionali. Se oggi a Milano e Roma non saranno pomodori poco importa. In questa Italia delusa dalla Nazionale, e illusa da un tecnico ottimista, è cominciato il nostro secondo gioco più bello del mondo: lo scaribarile. Il tweet del suo «armiamoci e giochiamo» è la resa dei conti da effetto a catena. Il classico si salvi chi può dove non si salva nessuno. Nelle parole di Balotelli c'è amarezza e sensibilità, quel macigno pesato tanto (i gol sbagliati contro Costarica) e che lo ha condizionato con l'Uruguay e gli ha scaricato addosso anche la pressione della squadra: sopportato come Cassano, ma confortato dall'avere un brillante passato azzurro (agli europei) dietro le spalle. La squadra lo ha atteso, accettato, supportato. La dichiarazione di nozze a Fanny non era piaciuta a nessuno: ti sembra il caso, proprio ora? Gli hanno fatto capire gli anziani. Ma lui è andato per la sua strada, la presenza dell'amata dapprima ha alleggerito la tensione, poi l'ha resa più pesante. Eppure tutti sanno, dicono che Balotelli è ragazzo sensibile, si carica di mille pensieri, sente addosso colpe forse ataviche, lo gratificano dell'idea di essere un campione anche se non ci credono fino in fondo. Balotelli è, resta, e forse resterà un'idea di campione sul campo. Ma quell'isolarsi subito dopo la partita con l'Uruguay, quell'essere richiamato insieme al gruppo sono stati segnali di uno scoramento personale più che di una ribellione. Anche se i rapporti freddi con lo spogliatoio sono diventati glaciali. La ribellione l'ha messa per iscritto, ha perfino raccontato che ora tiferà per il Brasile che gli sta nel cuore. Il fratello Enoch, poi, ci ha messo la ciliegina contro i giornalisti. Buffon e De Rossi non ci sono andati leggeri: miravano su Mario, ma anche su alcuni ragazzi giovani che non hanno capito il senso di un mondiale, la logica del giocare partite decisive e non invece con una compagnia di guaglioni in riva al mare. Certo, ci sarebbe da ricordare che i graduati dovrebbero trascinare il gruppo: Buffon ci ha provato, altri sono partiti male fin dall'amichevole con la Fluminense. Prandelli aveva fatto intendere. Eccolo, un altro campione dello scaribarile. Il ct ha fiutato l'aria e capito la mossa. Cosa mai avrebbe potuto concludere in futuro? La squadra è misera, le forze nuove poche, le qualificazioni europee vicine, alto il rischio di non capirci nulla come stavolta. Non è un caso se i suoi amici della compagnia fiorentina da giorni azzardavano: se esce si dimette. Azzardo o certezza? E allora Prandelli ha fatto il beau geste togliendosi le spine di dosso: si è preso la colpa e puntato contro quelli che guardano ai suoi guadagni, come avessero toccato fede e santità. Lo sconto l'ho già fatto quando sono diventato ct, aveva raccontato con lo sprezzo di chi ha dato il cuore per la patria e pretende riconoscenza. Che dire? Allora meglio Supermario che lo ha postato con chiarezza: «Non vi permetto di scaricare le colpe su di me, non ho fatto nulla di male, nemmeno a livello caratteriale». Ingenuo, ma chiaro. I social network si sono scatenati, i commenti pesanti dimostrano il solito italico equilibrio nello scaricar colpe. Poi ci sono gli equilibristi dello scaricabarile. Ne perderemo uno che ha scaricato se stesso prima di farsi acchiappare: il presidente federale Abete. Personaggio ideale per parlar tanto e fare meno. Ma stavolta è partito in contropiede: in Italia lo attendono i pallettoni di Giovanni Malagò, presidente del Coni che non lo ha mai gradito
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