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Il maniacale Pinto e l'ossessione Italia
Il Ct della Costarica fu stregato dalla partita degli azzurri contro l'Argentina nel 1978 "La conosco come la mia mano" Emanuela Fontana - Gio, 19/06/2014 - 09:09
Li sta studiando alla moviola, uno a uno. Dopo cena, fino a notte, in attesa di domani. In realtà li conosce da sei mesi, da quando seppe che il suo destino si sarebbe incrociato con il loro. Ma anche di più, da sempre. I calciatori italiani. Sono la sua ossessione. «Conosco la squadra italiana come la mia mano», ha rivelato in questi giorni il ct Jorge Luis Pinto ai giornalisti costaricani. Da quando nel '78, fu stregato dagli azzurri ai mondiali. Italia-Argentina fu proprio la partita del colpo di fulmine. Trentasei anni di «osservazione». Quello che non gli ha offerto il fisico (non supera il metro e sessantacinque di altezza) glielo ha dato il talento per la fatica, la determinazione, la disciplina. Quando arrivò a dirigere il Costarica, molti calciatori si spaventarono perché aveva la fama dell'esigente, del testardo. Lo descrivono come minuzioso, quasi maniacale. «Il calcio è la mia vita, la mia passione, la mia professione e la mia distrazione», ripete quando parla di sè. Cita spesso Josè Mourinho come allenatore di riferimento, per il suo senso «del metodo». Degli azzurri in particolare, Pinto ha registrato in questi anni statistiche e video. Ha scritto relazioni sui loro movimenti in campo, con e senza palla: «Mi incanta la loro struttura tattica, il disegno». Quella con l'Italia è la partita che sognava da quando iniziò ad allenare ad alto livello nel suo Paese, sei anni dopo Argentina '78. Colombiano come Garcia Marquez, di San Gil, sessantuno anni, fratello della senatrice del Partito Liberale Yolanda Pinto de Gavina, il mito dell'eroe colombiano Josè Galan nel sangue, Pinto si è costruito una carriera con la dedizione e con lo studio. Si trasferì prima in Brasile e poi in Germania, costruendosi un'esperienza di qua e di là dall'Atlantico. La sua prima squadra fu il Club Deportivo Los Milionarios, che iniziò a dirigere nell'84. I primi anni da ct sempre in Colombia, a Santa Fe. Poi in Perù, tre titoli nazionali. Ancora sempre nei club, ma in Costarica. Da 2004 passa alle squadre nazionali, il Costarica e la Colombia, dove viene esonerato. Dal 2011 torna alla guida del Costarica dopo le dimissioni di Ricardo La Volpe. E ora, professionalmente parlando, si definisce un uomo felice. È arrivato lì dove voleva arrivare, e intende scalare la montagna fino alla vetta: «Ho lottato tutta la vita per andare al Mondiale - ha confessato in questi giorni in Brasile - e oggi l'ho ottenuto, è la lotta di tutta la mia vita». È il suo momento. Dalla periferia al centro del mondo. Dalla fatica all'assaggio della gloria. L'ora dell'eroe, come il suo Galan, il rivoluzionario colombiano, ucciso dagli spagnoli alla fine del '700, che cita spesso. «Sono stato un uomo onesto, un lavoratore. Essere qui è più della felicità. È la risposta al mio lavoro, allo sforzo e alla dedizione. Lo sapevo che il destino mi avrebbe portato tutto questo. Oggi è arrivato con un gruppo straordinario». Sta allenando i suoi «Ticos» allo stadio Vila Belmiro di Santos. Mantiene con loro un rapporto di cuore e rigore. La sera li fa sedere davanti alla televisione per guardare video di tattica e motivazionali. «Le difficoltà fanno crescere», ripete, per renderli tutti, come sogna per se stesso, eroi.
Un “traditore” di nome Thiago Tutto il Brasile contro Motta di Alessandro Angeloni
MANGARATIBA «Io mi sento italiano». Quattro parole, asciutte, chiare, pronunciate in tempi non sospetti, quando non c'era aria di nazionale azzurra, quando dentro di sé prevalevano le origini, non il presente.
E' come se il tuo passato diventasse futuro, o quest'ultimo cercasse se stesso in qualcosa che apparentemente sembra non esistere più.
Thiago Motta l'Italia perché quei colori se li sente addosso e qui lo ripudiano. Fischi nell'amichevole di Volta Redonda e con l'Inghilterra; l'Italia e Balotelli vengono osannati in Brasile, lui no. L'unico. Sarà così anche domani a Recife. E' il destino di chi ha tradito o di chi si pensa l'abbia fatto per interesse. Thiago Motta, la maglia verdeoro l'ha indossata di striscio, quella dell'Under 23 nel 2003. Ma oggi Thiago è un fratello d'Italia di diritto, per discendenza diretta. Senza escamotage. Senza bluff o fogli tarocchi. «E' stata una fortuna avere una famiglia italiana e una volta in Europa non ho mai pensato di tornare in Brasile. Quando ho potuto andare in Italia non ci ho pensato un minuto», orgoglioso, ammette Thiago.
ITALIANO DENTRO E' nato a São Bernardo do Campo, nello stato di San Paolo, definita in Brasile «la città "italiana" più grande del mondo». Lì tanti italiani distribuiti nel tempo, lì sono nati, non a caso, i 4 brasiliani d'Italia che il nostro calcio ha apprezzato, utilizzato e goduto nelle varie competizioni Mondiali: Guarisi ('34), Sormani e Altafini ('62) e, appunto, Thiago Motta (oggi, 2014). Perché nello stato di San Paolo, anni e anni fa, si veniva per disperazione. E' successo al bisnonno di Thiago, Fortunato Fogagnolo, che verso la fine dell'800 si è trasferito dalle parti di San Paolo, lasciando la piccola Polesella, provincia di Rovigo. A fine '800 l'Italia è disastrata dalla crisi, Polesella passa sotto il Regno d'Italia e perde la sua anima strategica di territorio di confine. Per molti comincia l'esodo verso Messico e, appunto, Sud America. In Brasile, avanza la dinastia dei Fogagnolo, poi si incrocia con i Motta. Carlos Roberto, papà di Thiago, si adopera per far avere al figlio il passaporto italiano e lo porta a Barcellona, dopo che il figlio aveva assaggiato il campo brasiliano della Juventude. Thiago si trasferisce in Catalogna a 17 anni, cresce con Ronaldinho e Messi e poi, quando la sua carriera sta per toccare il capolinea (si rompe entrambe le ginocchia), arrivano (appena dopo la parentesi deprimente all'Atletico) Gasperini e il Genoa, che lo aiutano a resuscitare. In Liguria, Thiago Motta lavora come un contadino italiano della metà dell'800: un allenamento in più degli altri per recuperare. Ottobre 2008, si fa male Milanetto, entra e non esce più. Il resto è storia gloriosa: Inter, Psg e in mezzo la Nazionale azzurra.
BORGES È L'ALTRO THIAGO Thiago Motta si sposa bene con questo tiqui taca azzurro. Poi lui viene dal Barça e ne sa. Domani davanti a sè avrà il costaricano Celso Borges, di origini brasiliane, figlio di Alexandre Guimarães, ex ct della Costa Rica ai mondiali 2002 e 2006, decisivo da calciatore nel passaggio agli ottavi della Costa Rica a Italia '90. Due storie simili, che si intrecciano: Borges e Thiago, i gemelli diversi. «Se devo giocare, sono pronto. Aspetto il mio momento», la speranza di Thiago, che lasciando la sala stampa si è fatto una foto con un bambino brasiliano. «Ma perché non giochi con noi?», gli ha chiesto il pupo. Thiago lotta contro i fischi. «Mi sento un italiano nato in Brasile e provo piacere a giocare per i colori azzurri. Sono felice, non penso a chi mi contesta. La Costa Rica? Sarà dura, è una squadra abituata a giocare a certe temperature. Non sarà facile, ma possiamo arrivare lontano. I time out? Sono fondamentali. Per la salute dei calciatori e per lo spettacolo. Il mio futuro? Sto bene a Parigi ma in Italia potrei tornare». Italia, sempre dolce.
Non ho niente contro Thiago, è un po' lento ma ha cervello come aveva a volte Cesare (quello romano)...e poi fatemi contento : buttate il pretenzolo in una pozza di Piranha
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