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Löw Domenico Latagliata - Sab, 12/07/2014 - 09:47
Jogi è sempre elegante. Ama indossare una camicia scura, quasi mai con la cravatta. E arrotola le maniche. Come dire: «Forza, andiamo a lavorare». Jogi ha 54 anni, guadagna 3 milioni e 300mila euro l'anno - pagati dalla Deutsche Fussball Bund, che non riceve sovvenzioni statali - e ha un contratto fino al 2016. Domani compirà otto anni: nel senso che il 13 luglio 2006 ricevette l'incarico di ct della Germania per prendere il posto di Jurgen Klinsmann, di cui era il vice. Calpesterà l'erba del Maracanà per la seconda volta in dieci giorni - il 4 luglio, avversaria la Francia, Hummels decise il match con un colpo di testa - e proverà a salire sul tetto del mondo: Joachim Löw è pronto a diventare grande, ecco. Se lo aspettano tutti e magari è proprio quello il problema: la Bild, dopo la vittoria dell'Argentina sull'Olanda, ha fatto i complimenti ai vice-campioni del Mondo dando per scontato che il titolo iridato sia già nelle mani di Müller e compagni. Presunzione, supponenza, alterigia potrebbero essere i nemici da battere più che la Seleccion. Del resto è vero che i tedeschi arrivano spesso fino in fondo, ma su sette finali mondiali finora disputate ne hanno vinte solo tre: dimenticare il 7-1 inflitto al Brasile è insomma obbligatorio, salvo risvegliarsi nell'ennesimo incubo che renderebbe quasi inutile l'impresa di pochi giorni fa. «Abbiamo vinto 29 delle 32 partite ufficiali dal 2010? Pensiamo alla prossima», è il pensiero del perfezionista Jogi. Il quale nei mesi scorsi aveva spedito otto volte Bierhoff in Brasile per curare al meglio il soggiorno della spedizione, pretendendo per esempio che il campo di allenamento fosse posizionato nella stessa direzione di quelli del torneo «per abituarsi alla luce del sole». Si arriva in finale anche così, certo. Passando in mezzo alle critiche che non mancano mai nemmeno in Germania («sono abituato»), facendosi travolgere dallo stress e dimenticandosi la buona educazione quando per esempio, al termine del match contro il Portogallo, si è infilato le dita nel naso poco prima di stringere la mano a Cristiano Ronaldo. I numeri sono tutti dalla sua - due semifinali mondiali ed europee, 111 panchine finora con 76 vittorie, 20 pareggi e 15 ko - ma la Germania non vince un Mondiale dal 1990 (tre mesi prima della riunificazione) e un titolo dagli Europei di diciotto anni fa. E l'astinenza si sente. A Berlino e dintorni non vedono l'ora di innaffiarsi di birra e ringrazierebbero fino all'eternità uno che invece preferisce il vino e che adora la tranquillità, pur essendogli già stata ritirata un paio di volte la patente per eccesso di velocità: «Mi alzo prima delle sei, anche. E vado in spiaggia da solo: corro e penso. Quasi mai al calcio». Un tipo quasi serafico, diventato sex-symbol suo malgrado da quando è capo allenatore. Uno che non ha mai due capelli (tinti?) fuori posto e che ha spiegato, gigioneggiando un po', che «il giorno in cui mi diedero l'incarico, chiunque avrebbe fatto i salti di gioia: io sentii il mondo crollarmi addosso e invidiai Jurgen (Klinsmann, trasferitosi in California, ndr). Io e mia moglie non abbiamo più vita privata». Da lunedì, forse, sarà ancora peggio: coraggio, Jogi.
Sabella l'eterno secondo che gioca a due schemi Alec Cordolcini - Sab, 12/07/2014 - 07:15
Prima del Mondiale, nei peggiori bar di Buenos Aires - ma probabilmente anche nei migliori - circolava una barzelletta sul ct dell'Argentina Alejandro Sabella e la sua filosofia tattica, sintetizzabile in due semplici domande. La prima: «Messi, con che modulo giochiamo?». La seconda: «Messi, chi vuoi come compagno di squadra?».
Adesso però che l'Albiceleste è tornata in finale per la prima volta da Italia '90, non ride più nessuno. E la presunta "debolezza" di Sabella (prima fra tutte quella di aver lasciato a casa giocatori non graditi da sua maestà Leo Messi, vedi Carlitos Tevez: mai comunque convocato dal tecnico) si è improvvisamente trasformata in forza. La forza dell'umiltà, come sottolineato dal giornalista argentino Martin Samuel. Umile nell'accettare il confino perenne nel cono d'ombra proiettato dalla Pulce, senza alcuna pretesa di dovergli insegnare dove e come stare in campo. E soprattutto umile nel rendersi conto che, a volte, esistono davvero giocatori che contano più della squadra. «Il segreto per gestire Messi?» ha confessato una volta Guardiola a Sabella. «Fallo sentire coccolato, e circondalo di giocatori che in campo gli rendano la vita facile». Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dopo i due pallidi Mondiali precedenti (un gol tra Germania 2006 e Sudafrica 2010), in Brasile Messi è tornato a fare la differenza, con gol (4 nelle prime tre partite) e assist (decisivo quello a Di Maria per il successo contro la Svizzera negli ottavi). Nell'era dei Van Gaal e dei Mourinho, è logico che un anti-personaggio come Sabella venga ampiamente sottovalutato. Eppure la bacheca del Pachorra, così soprannominato quando era giocatore per le sue movenze eleganti ma lente, vanta titoli importanti, primo su tutti la Copa Libertadores (la Champions League sudamericana) vinta nel 2009 alla guida dell'Estudiantes di Juan Sebastian Veron. Chiamato sulla panchina del club de La Plata in sostituzione del Cholo Simeone, Sabella era arrivato ad una manciata di secondi dalla conquista del Mondiale per club contro il Barcellona stellare di Guardiola, che riacciuffò gli argentini all'89' prima di imporsi ai supplementari proprio grazie a Messi. Quella sulla panchina dell'Estudiantes è stata la prima esperienza in assoluto di Sabella in qualità di primo allenatore, dopo anni come vice di Daniel Passarella tra Uruguay, Messico (un titolo con il Monterrey), Brasile e Argentina, più una rovinosa parentesi nel Parma: 5 partite, altrettante sconfitte e tanti saluti a Passarella. Il grande maestro di Sabella rimane però Carlos Bilardo, suo allenatore nell'Estudiantes. Anch'esso abituato a vivere nell'ombra di un grande numero 10 (nel suo caso, Maradona), il Narigon è l'ultimo allenatore ad avere portato la coppa del mondo in Argentina. Accadde in Messico nel 1986, e anche in quel caso si parlò di squadra composta da un fenomeno più dieci scudieri. Una descrizione un pizzico ingenerosa se applicata all'Argentina odierna, visto che Di Maria, Higuain e Lavezzi sono più che semplici gregari, e in finale l'Albiceleste è arrivata anche grazie a loro. Adesso, contro il tabù-Germania (giustiziera dell'Argentina negli ultimi due Mondiali), tocca a Messi. E di Sabella non riderà più nessuno.
Se il calcio fosse una cosa seria... Riccardo Signori - Sab, 12/07/2014 - 09:48
Ne sentirete, ne sentiremo, la mancanza. Chiamatela saudade, stavolta non stonerà con l'ambiente. Che si tratti di mondiale o Olimpiade, c'è sempre il dopo ossia quella nostalgia canaglia di un mese scandito da attesa e stress, eccitazione e delusione, sorpresa e conferma, noia e divertimento. Mondiale dei Mondiali, ma anche delle gaffes Qualcuno riuscirà a rimpiangere perfino il dolce dormire di Argentina-Olanda, che solo stridule telecronache televisive hanno catalogato alla voce divertimento. Ultimi due giorni per decidere tutto: dal campione del mondo al campione del cuore. Se il calcio fosse una cosa seria sapremmo già il risultato di entrambe le questioni. Ma visto che il pallone non è una scienza, teniamoci il dubbio. Consoliamoci pensando che il calcio ha già regalato qualche verdetto onesto: la squadra ritenuta in assoluto la migliore, o la più completa, è arrivata alla finale e si chiama Germania. Il pallone d'oro dei palloni d'oro di questa epoca c'è arrivato pure lui ed è Lionel Messi. Ammettiamolo, neppure il Dio del pallone se l'è sentita di dare l'ultimo calcio benevolo al più scombiccherato Brasile degli ultimi 40 anni. Il calcio glielo ha dato, ma per tenerlo fuori dalla finale. Oggi giocherà la finalina ed è già troppo. Mondiale che non ha fatto sconti e ci ha inondato di gol nei momenti che contano: l'Olanda ha rifilato il 5-1 ai campioni del mondo della Spagna, avviandola alla più clamorosa eliminazione, eppure si è arresa sull'ultimo strappo verso la finale. La Germania ha rifilato un debordante 7-1 alla squadra del Paese ospitante e tanto resterà nella memoria nei secoli. Due colpi scenici, più che di scena, che regaleranno sempre un revival a questo mondiale. Poi, certo, da qualche tempo svolazza nell'aria la domanda delle domande: è il miglior campionato della storia? Uno dei tecnicamente più validi? Essere o non essere? I numeri dicono che siamo su alti livelli. Poi ciascuno ha il suo colpo d'occhio sullo spettacolo: chi s'accontenta gode e chi ha palato più fino magari dorme. Difficile scomodare la storia anche se le statistiche giocano a favore: media di 2,7 gol a partita, ad un passo dal record totale di reti, 390 passaggi di media-squadra, meno pareggi e meno cartellini (2,8 a partita), 56,9 minuti giocati a match. Eppoi tutto quanto fa spettacolo: Suarez che morde e Klose che fa record, Van Gaal che si inventa il cambio di portiere per i rigori, allenatori che saltano, nel senso della panchina, e giocatori che si sono rotti sul più bello, pianti di gioia e di delusione, un club della lacrima molto frequentato, mai come stavolta il macho si è presentato con l'occhio umido: animi delicati o insostenibile peso della pressione? Neymar è stato l'icona della lacrima e Messi ha smesso di vomitare e cominciato a sorridere. E ora ci aggiungiamo un italiano in finale, cioè l'arbitro Rizzoli: quasi normale in una sfida ad alta densità di campionato nostro, con tanto made in Argentina. Speriamo non la rovini.
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