|
L'Uruguay in 7 giorni da nazionale bollita a incubo degli azzurri Elia Pagnoni - Dom, 22/06/2014 - 07:26
E adesso tutti scoprono l'Uruguay. Qualche giorno fa l'avevano liquidato con qualche risatina: la sconfitta con la Costa Rica sembrava l'ora del pensionamento di un'intera generazione, l'ennesima fine di un ciclo della Celeste. Poi la Costa Rica ha beffato anche l'Italia di Prandelli e Balotelli, il materasso ha vinto il girone in due partite, mentre le superpotenze si devono giocare il posto rimanente, e l'Uruguay è diventato improvvisamente un incubo. Ha già fatto piangere Roy Hodgson e i suoi ragazzi, spediti a casa in due mosse, e si è riguadagnato la considerazione del pianeta calcio. «Abbiamo davanti due finali», aveva detto il Maestro Tabarez prima di affrontare gli inglesi, e sembrava la solita frase fatta di tutti gli allenatori. Ma adesso anche Josè Murinho gli dà ragione: «Italia-Uruguay per me è una finale mondiale». Già, Italia-Uruguay: quelli che una settimana fa erano finiti sul carrello dei bolliti, diventano il fantasma delle notti azzurre. Anche perchè l'Uruguay non è mai stato un avversario tenero per l'Italia: dalle lezioni olimpiche degli anni Venti alla finalina della Confederation 2013. Tra noi e loro c'è una storia intrecciata da cent'anni e forse più. Qualcuno ha scomodato persino Garibaldi e la sua Anita trovata a sposata proprio a Montevideo. Ma qui gli eroi dei due mondi sono altri: sono i tanti italiani di ritorno, figli di emigranti e azzurri di complemento, da Michele Andreolo a Ettore Puricelli, da Alcide Ghiggia a Pepe Schiaffino. Ma sono anche gli artisti che sono venuti a suonare il loro calcio qui da noi, con lo stile di Francescoli e Recoba o con la garra di Aguilera e Montero. Fino al Matador Cavani che ha incantato Palermo e Napoli. Artisti o maestri, come quell'Oscar Washington Tabarez che tra la sua prima Celeste (Mondiali '90) e la seconda (Mondiali 2010-14) ha trovato modo di venire al Cagliari e al Milan, dove forse è stato congedato un po' sbrigativamente, visto che anche il suo successore Sacchi non riuscì a cavare un solo acuto da quell'orchestra un po' in disarmo. Qui invece il maestro Tabarez può far suonare due primi violini come Cavani e Suarez, due gioielli dal destino parallelo, nati a pochi giorni e a pochi chilometri l'uno dall'altro nella città miracolosa di Salto, a 500 chilometri da Montevideo, lassù al confine con l'Argentina. Terra miracolosa perché da lì è arrivata anche la prima vera leggenda nella storia dei mondiali, Josè Lenadro Andrade, la maravilla negra, mediano e vero leader di quella nazionale che vinse due Olimpiadi e il primo Mondiale nel 1930, fenomeno che coniugava le due anime del fùtbol uruguagio, la fantasia e la garra. Già la garra, la grinta, la garra charrua, come dicono laggiù, eredità degli indios che popolavano quel pezzo di Sudamerica, quella che era improvvisamente evaporata nel secondo tempo con la Costa Rica e che è riapparsa a San Paolo contro l'Inghilterra. La garra che ha spinto El Pistolero a colpire al cuore la sua patria di adozione, che ha fatto restare in campo un eroico Alvaro Pereira nonostante fosse uscito tramortito da una ginocchiata di Sterling. Contro l'Italia Tabarez dovrà rinunciare ancora al suo capitano, Diego Lugano (già rimpiazzato decorosamente contro gli inglesi dal baby Gimenez, quello che viene già definito il nuovo Montero), ma non rinuncerà di certo al coltello tra i denti. E ai gioielli di Salto. A proposito, era di Salto anche Pedro Rocha, grande bomber degli anni Sessanta-Settanta: giocò quattro mondiali, ma saltò la sfida con l'Italia a Toluca nel '70. Finì 0-0, proprio il risultato che servirebbe martedì a Prandelli..
Italia confusa e senza fede. Riccardo Signori - Dom, 22/06/2014 - 08:32
C'è qualcuno che crede ancora in questa Italia, sono vecchi amici: Mourinho e Ibrahimovic. Poi c'è un popolo tifoso che fa finta di crederci. Prandelli si "perde" sempre nei momenti decisivi. La squadra smarrita non si sa a cosa creda
Lasciate stare le dichiarazioni di facciata, almeno evitano il fastidio di sentirsi catalogare fra gli antipatrioti. Per la fortuna di giocatori e tecnici non siamo come i sudamericani: quelli non mettono mezzi termini. La República, quotidiano di Montevideo, glielo ha scritto sotto la foto di Pirlo e Arevalo: «Ganar o morir». E loro ci credono e non ci sarà uruguaiano in campo che si prenderà il respiro, il tempo di pensare al caldo, al sole e al tweet. Non a caso hanno sulla coscienza il Maracanazo di 64 anni fa. Quella volta ci furono morti veri nelle strade del Brasile. «Ganar o morir» non è impresa da calcio italiano. Meglio dire: ganar o ricominciare. La storia del nostro pallone non inganna: un po' di Corea, qualche pomodoro eppoi tutto come prima. Ricominciano a parlare di campionato, del calcio mercato, degli arbitri, della colpa che va sempre agli altri e mai alle nostre miserie. Giocarsela con l'Uruguay non è impresa da titani: ci sta pareggiare e passare il turno. Ma certi di dover segnare, perché un gol al passivo ci arriva sempre. Si riparte da Natal dove l'allenamento ha richiamato tanti tifosi e i Negramaro. Ci sta recuperare una squadra che diceva di credere alle impostazioni tattiche del tecnico, salvo dimenticarsene, ci sta perfino far passare Prandelli per un ct d'eccellenza quando, invece, si perde sempre nei momenti che contano e non ha il coraggio di decisioni drastiche, se occorre cambiare giocatori. Raccontò che, agli europei, gli erano mancati i rilievi sugli esami fisici, tutto quanto fa scienza per aiutarti a studiare la condizione dei giocatori. Qui non è mancato nulla, eppure non ci ha visto sul prosciugamento fisico di alcuni e sulla debolezza tecnica di altri: dove stava il gioco? Il calcio qualità sparito con i suoi interpreti: comunque si chiama melina, o tikiLagna, e non tiki taka che vuole ben altra interpretazione. Eppoi Candreva che non stava in piedi dopo una partita e mezza e dopo 6 giorni di riposo, Thiago Motta inservibile, Marchisio a corrente alternata. Per non parlare dei difensori e di quel Balotelli, centravanti a umor vario: quando parte bene è un leone, quando comincia sbagliando diventa pecora. Bastava studiarlo in campionato per capire e, magari, dargli il cambio al momento opportuno. Immobile cosa ci sta a fare? Magari è anche un po' sfortunato, visto che il ct voleva inserirlo ma ha dovuto cambiare idea per dare il cambio a Marchisio. Abbiamo ritrovato una nazionale di fantoccini, forse illusi dai leoni inglesi: troppo sopravvalutata la vittoria e troppo sottovalutato quanto raccontato dal calcio nostro in questi anni. La Juve aveva avvertito: regina a passo da record in campionato, poi maltrattata in Europa. Vorrà pur dire. Sulla colonna vertebrale bianconera, Prandelli ha fondato la nazionale: idea legittima e realistica. Dal resto del campionato ha cercato il meglio: ha pescato quasi tutto, con qualche bella sorpresa (Darmian) e qualche valutazione ottimistica (Abate, Paletta, Cerci, la forma di Cassano, la dimensione internazionale di Insigne). Ma non può aver colpa se giocatori dalla tecnica raffinata, e i piedi buoni, sbagliano i passaggi più semplici. Cerci si è autoassolto: «Chi ha giocato al calcio sa che in 20 minuti è difficile fare la differenza». Beppe Dossena, che ha giocato al calcio e che qui sarebbe titolare fisso, ha spiegato che in 20 minuti si può dimostrare di saper fare passaggi precisi, almeno al compagno vicino. Ecco perché «ganar o morir» non è cosa nostra. Tutti lo dicono, nessuno lo applica. Comunque vada, con l'Uruguay sarà un successo: passi il turno e vai alle stelle o torni a casa e dimentichi in fretta.
Cmq Tabarez è un signore e Prandelli un furbastro dalla risposta pronta ed ecclesiastica Tabarez ha 2 punte Prandelli 1 (Immobile)
|