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La Spagna non c'è più Claudio De Carli - Gio, 19/06/2014 - 09:02
La Spagna è morta, viva la Spagna. Doveva vincere largo contro il Cile degli italiani Vargas, Vidal, Isla, Aranguiz e Sanchez, praticamente l'ha fatta fuori la nostra serie A. Ne ha presi due e poi ha tenuto il campo, i suoi con il mento alto da antichi conquistadores, l'onore delle armi è il tributo minimo ai campioni uscenti, esemplari, qualcosa hanno insegnato anche ieri sera. Bisognava dirlo prima, si capisce, adesso è tardi, ma i primi scricchiolii gia alla Confederation Cup, 0-0 con noi e 0-3 in finale con il Brasile, una sciroccata a un anno esatto dal Mondiale. Bisognava farne tesoro. La Spagna invece è rimasta cocciutamente fedele al proprio destino, tradizionalista e maldisposta al nuovo per indole, per questo il lavoro di Guardiola al Barcellona e poi Del Bosque in nazionale sono stati qualcosa di impensabile nel paese dei tori nelle arene. La Spagna è sempre stata terra di grandi calciatori che in nazionale si annusavano a distanza, Guardiola gli ha dato un gioco, Del Bosque lo ha imposto anche ai madridisti. Hanno dominato per 6 anni di fila, un Europeo, un Mondiale e poi ancora un altro Europeo, a un certo punto si saranno immaginati immortali. Ieri sera erano pallidi prima ancora di cadere a terra. Nessun sorriso sul faccione allungato di Vicente Gonzales del Bosque, marchese di Salamanca dal 4 febbraio scorso, conferito direttamente da re Juan Carlos per la sua dedizione allo sport spagnolo e il contributo allo sviluppo dei suoi valori. Gran bei giorni, il tiqui taca andava via come il pane, ancora un po' e Messi, se avessero aperto alla nazionale catalana, cambiava. Adesso gli passano sopra come un rullo, poi la lasciano sfogare, intanto il tempo passa. De Bosque ha pensato che dopo Victor Valdes e Puyol, non convocabili per cedimento strutturale, fosse arrivato il momento di fermare anche Piquè e Xavi Hernandez, il Barça non aveva fatto una grande stagione, ci stava. Ma David Silva è rimasto impalpabile, Pedro folleggia sempre a distanza di sicurezza dall'area avversaria e Xabi Alonso è sempre di una pochezza disarmante, da chiedersi come nasca questo fenomeno. Dietro è stato Javi Martinez a rilevare Piquè. Praticamente sono uguali, difficile dire chi dei due sia più macchinoso, di sicuro Martinez è lento come Piquè ma con meno esperienza. La Spagna dietro ha sofferto subito, casino, prima Nava di testa, poi una svirgolata di Jordi Alba, non si riusciva ad uscire dall'area di Casillas. Al 20' dopo una palla persa nella propria tre quarti, la Spagna è andata sotto anche con il Cile, segna Vargas su assist di Aranguiz. A questo punto una rimonta dei Campioni del mondo e d'Europa aveva le medesime probabilità di vita del toro con le banderillas sulla schiena. La Spagna sanguina, fanno tutti una fatica del diavolo, fine di quei tagli a filo d'erba che facevano resuscitare. Il Cile segna ancora con Aranguiz a un minuto dall'intervallo. Del Bosque ha ridato una maglia a Diego Costa, il traditore, uno che involontariamente ha contribuito non poco a questo crollo verticale, lo ha imposto, ha forzato, ha caricato troppo questo brasiliano dopo una stagione irripetibile e per farlo il marchese ha snaturato il vecchio schema che non aveva mai previsto un vero centravanti. Ne è uscito qualcosa a metà, senza anima, ed è riemersa la vecchia Spagna, quella dei tanti bravi ma mai una squadra, battibilissima, una qualunque. Il Cile solido, passa ai quarti ed è meglio starci alla larga, dalla squadra e dai barras brava, i suoi delinquenti che hanno approfittato di un attimo di disattenzione per entrare nello stadio dopo aver devastato tutto quanto hanno trovato sul loro cammino. Mai visto prima. Ma anche il Cile non aveva mai battuto la Spagna in vita sua.
Triste, solitaria y final Roberto Beccantini18 giugno 2014
Impresa Sampaoli. Scherzo, anche se ne ho poca voglia. Jorge Sampaoli è il ct che ha portato il Cile oltre le macerie della Spagna campione di tutto: e di troppo, per come pesavano quei trofei, sulle gambe e nella testa. C’era stata partita, almeno per un tempo, con l’Olanda. Ce n’è stata meno al Maracanà, al netto delle parate di Bravo, la prima su Xabi Alonso, un artigiano che di solito non spreca un fiammifero, figuriamoci un ceppo. Il mio podio contemplava Brasile, Argentina, Spagna. Mi fidavo della Spagna e del Cile, non dell’Olanda. Del Bosque ha provato a rimescolare qualche carta, senza rinunciare però al guanto di sfida che, risultati alla mano, è diventato il simbolo del fallimento: Diego Costa. Mentre il Cile la invadeva a ondate, con l’agilità di Sanchez e Vargas, la Spagna cercava di spremere le ultime stille dalla sua vincibile «armada». Improvvisamente, le sartine si sono ritrovate nude alla meta, senza tiki taka col quale stordire gli avversari e senza una manovra alternativa che potesse surrogarlo. Prima o poi tutti i cicli finiscono. La Spagna ha scelto la strada più fulminante. Zero punti in due partite: mai successo, ai Mondiali, per la Nazionale «defending champion», come si dice nei bar alla moda. I blocchi di Real e a Barcellona non ne avevano più. Hanno esalato l’ultimo respiro ai piedi di un Vidal menomato e di un Isla che, rispetto al fantasma juventino, sembrava qualcosa di più, se non proprio un altro. Quando la difesa che in dieci partite a eliminazione diretta tra Europei 2008, Mondiali 2010 ed Europei 2012 aveva beccato zero gol ne incassa sette, addirittura, in due gare, non resta che porgere sincere condoglianze. Chi scrive, non dimentica.
E allora: bravo, Cile; grazie, Spagna
Il mio podio contemplava Brasile, Argentina, forse Belgio e affanc ulo Prandelli
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