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 Oggetto del messaggio: Re: La stanzetta di Alex
MessaggioInviato: dom 20 lug 2014, 23:45 
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Lo strano vizio della signora Wardh di Sergio Martino (1971)


Gran bel thriller, anche se per me non il migliore di Martino che resta * I corpi presentano tracce di violenza carnale* (peccato solo per quel finale un po così....)

Su *Giallo*, più deludente che brutto, un thriller di Argento ma non "argentiano", troppo sempliciotto.


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 Oggetto del messaggio: Re: La stanzetta di Alex
MessaggioInviato: lun 21 lug 2014, 0:04 
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Nicolas80 ha scritto:
il migliore di Martino che resta * I corpi presentano tracce di violenza carnale*


Prima o poi finiremo per farci i #@*§ a vicenda (cit.) :asd


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 Oggetto del messaggio: La stanzetta di Alex
MessaggioInviato: lun 21 lug 2014, 8:37 
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Ho acchiappato the fog su un canale strevezo qualche sera fa...
Che dire... Ho dovuto recuperare le mie palle in cantina


Vabbe.
Poi ho visto "le week end" al cinema un par di settimane fa.
Il pretesto iniziale sarebbe anche simpatico, ma il film è di una noia mortale. E in più la protagonista la vorrei prendere a capate in bocca da subito. Unica scena degna di nota, il balletto finale nel baretto.
Per il resto è un film americano che vorrebbe essere un film francese ( fin dal titolo), con risultati discutibili.
4.5


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 Oggetto del messaggio: Re: La stanzetta di Alex
MessaggioInviato: lun 21 lug 2014, 15:14 
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In uno slancio di forte nostalgia mi sono rivista la trilogia degli animali di Dario Argento.
Avverto che le impressioni saranno un pochino lunghe.

L'uccello dalle piume di cristallo (1970)

Si dice che il primo film sia il "film della vita"…nel primo è raccolto tutto un campionario di sogni, aspettative, idee che un regista ha a lungo meditato e poi messo in scena.
Dario Argento nel 1970 volle intensamente dirigere lui stesso questo film, da lui sceneggiato, perché questo già "gli scorreva nella mente e nelle vene”, come lui ebbe a dichiarare in più di una circostanza e perché temeva che il film potesse essere svalorizzato dalla mano insensibile di qualche mestierante o di qualcuno che non ne avesse compreso appieno la sua elevata portata artistica.
Ha avuto un bel coraggio il giovane Dario, il coraggio di imporre le proprie idee (e che idee), il coraggio di portare sullo schermo, tra mille difficoltà anche in fase di produzione, un'opera che sicuramente ha stravolto i canoni classici del thriller.
L'uccello dalle piume di cristallo" s’ispira liberamente ad alcuni capolavori, primo fra tutti "Sei donne per l'assassino" di Mario Bava, e, in campo letterario, "La statua che urla" di Fredric Brown.
C'è sicuramente qualcosa anche del maestro Hitchcoch in questa sua creatura, ma ciò che sorprende è la grandissima personalità di questo film, intuibile ancora oggi, a distanza di quasi quarant’anni.
E' un film che ha pagato pochissimo il dazio del tempo, un’opera che possiede un campionario di visioni, ansie e paure che segnarono indelebilmente la scena italiana e internazionale dei film di genere di quegli anni.
Argento portò alla ribalta temi che furono imitati e scopiazzati a lungo nel proseguo degli anni, dal guanto nero dell'assassino al gusto per la soggettiva, dal doppio finale al "privato" che si trova ad affrontare da solo un'indagine… insomma, ce ne sarebbero di cose da elencare.
Purtroppo per lui, in quei radiosi anni '70, Argento ha "seminato" veramente troppo, costruendo attorno a lui un mito, derivante dalle prime riuscitissime pellicole, che gli ha consegnato prematuramente una fama che ha finito forse per sovrastarlo(sappiamo tutti come, dopo “Trauma”, la sua sia stata una carriera in lento declino, fino a raggiungere il livello più infimo con “Il cartaio”).
I tratti salienti della pellicola sono gli stessi che caratterizzeranno anche la produzione successiva del regista romano, anche se le "esplosioni di violenza" sono sicuramente minori rispetto a "Profondo rosso", “Suspiria” e soprattutto “Inferno”.
La tensione è comunque palpabile e lo spettatore rimane avvolto in una sorta di "velo nero" che si soltanto nella scena finale, quando la follia dell'assassino viene alla luce in tutta la sua asprezza.
Ed è proprio qui che ritroviamo una delle note caratteristiche di quella che sarà tutta la produzione di Dario Argento e che farà coniare la definizione "giallo all'italiana": a differenza di quanto avviene nei gialli "classici", l'"assassino" non ha un vero e proprio movente (quale potrebbe essere il denaro, o la gelosia, o l'odio, o intrighi familiari...), ma l'unica "chiave" dei suoi delitti è la follia, una follia lucida, fredda, che viene spesso evidenziata, con cura maniacale, nelle scene in cui vengono mostrati i dettagli della "preparazione" di un omicidio(in questo film, in particolare, l'assassino sceglie con cura il coltello con cui uccidere da una collezione di armi tenute con cura, come fossero gioielli rari e preziosi, infila con cura i suoi guanti di pelle nera, di ottima fattura, ed esce per andare ad uccidere, come per consumare un meticoloso rituale nel quale trova la sua stessa ragione di esistere).
Tra l'altro, non si può non notare che la splendida macchina da presa di Dario Argento (aiutato nella fotografia da un giovanissimo e già eccezionale Vittorio Storaro) riesce a trasformare una città caotica e "solare" come Roma in un luogo buio e cupo, sottofondo ideale per incubi che prendono forma nella scintillante lama del coltello dell'assassino, in ambientazioni a volte fredde e "asettiche" (la galleria d'arte di Monica è davvero splendida) e a volte fatte di colori scuri e di sapienti "macchie d'ombra", mentre la tensione è ulteriormente rilevata dalle splendide, incalzanti musiche di Ennio Morricone (indimenticabile lo "score" che aumenta di intensità nel momento in cui l'assassino sta per "colpire").
Un classico da riscoprire, uno di quei film che consiglio a tutti coloro che vogliono avvicinarsi al genere e ai tanti nostalgici del vecchio Argento.

Il gatto a nove code (1971)

Forse è il film meno riuscito di Dario Argento, forse non rispetta l’intreccio del giallo classico, forse il tutto avviene troppo precipitosamente nei primi quindici minuti, ma nonostante tutto ciò siamo davanti a un grandissimo film, a mio parere uno dei migliori del regista italiano, che non ha mai ricevuto i giusti riconoscimenti, che ha sempre vissuto ingiustamente all’ombra di “Profondo Rosso”.
Un film che meriterebbe molta più considerazione, un film che ti cattura, che ti trascina in un vortice d’orrore da quale non riesci a liberarti.
Dario Argento con maestria è riuscito a costruire un piccolo gioiello, in cui tutto è curato in modo quasi maniacale, a partire dalle tetre ambientazioni, una Torino angusta, opprimente, quasi claustrofobica, resa alla perfezione da un’eccellente fotografia, ad alcune sequenze d’antologia (
la scioccante scena del dottore gettato sotto il treno, una scena che all’epoca avrà fatto stringere parecchi stomaci, non tanto per i fiumi di sangue versato, ma per la sensazione dolorosissima di fugacità, la morte così improvvisa che riesce a farti sentire le ossa che si stritolano nella morsa delle rotaie impazzite, all’omicidio del fotografo, una scena priva di splatter ma con una forza visiva davvero impressionante, al giornalista chiuso nella cripta con un morto che ha appena profanato, per arrivare infine allo splendido finale, un’incredibile sequenza sui tetti di Torino, che richiama il cinema di Hitchcock con una disinvoltura inaspettata, fino all'orribile morte del colpevole
.)
Le straordinarie musiche di Ennio Morricone fanno il resto, ora macabre e spettrali, ora quasi jazzate, perfette nel ritmo e nell'adattarsi idealmente a ogni scena.
Un film talmente crudo, talmente forte visivamente, così incredibilmente macabro e dal ritmo perfetto da far innamorare anche chi non è amante del genere.
Un film da riscoprire e da rivalutare.
Piccola curiosità la bambina che interpreta la nipote di Franco Arnò è una giovanissima Cinzia de Carolis, la futura "voce" di Lady Oscar, di Bia e di Geena Davis

Quattro mosche di velluto grigio (1971)

Rimango basita dinanzi alla scelleratezza dell’industria cinematografica mondiale che spende fior di quattrini per la distribuzione di pellicole immonde invece di spendere pochi dollari per far conoscere al grande pubblico un film meritevole come questo.
E’ il terzo e ultimo capitolo della trilogia, un’opera che non è certamente la migliore del regista romano, ma pur sempre di grande valore artistico, superiore, a mio parere, all’ottimo “Phenomena”.
Film a cui sono profondamente legata, sarà per il suo triste destino, per la straordinaria bellezza delle sue due attrici femminili, per la triste compassione che alla fine della pellicola non riesco a non provare per l'assassino.
Presenta i classici marchi d'autore di Dario Argento: uno spietato killer spinto da lucida follia omicida, lunghissimi momenti di tensione che precedono la realizzazione dei delitti, una splendida colonna sonora, innovazioni tecnico registiche degne del miglior Kubrick (il rallentì della scena finale è a dir poco spettacolare).
Appare anche una timida rappresentazione dell'Italia giovane degli anni 70, dove la fà da padrone la colonna sonora di Ennio Morricone, che stavolta dà un'impronta particolare alle musiche, quasi in chiave hard rock.
Unici difetti l’unione mal riuscita tra dramma e comicità: le scene cariche di tensione vengono spesso e volentieri interrotte da siparietti comici dei quali, francamente, non ne vedo l’utilità(il postino timoroso e malmenato doveva far ridere? Non me ne ero accorta…) e l’inserimento di figure poco utili alla storia(è il caso di Bud Spencer che, nel suo ruolo di pseudo investigatore, è semplicemente servito a smorzare l’atmosfera horror, così come la figura del suo aiutante impersonato da Oreste Lionello).
Come già detto non è assolutamente il migliore di Argento, né all’altezza dei suoi “predecessori”, ma è ottimo, un thriller semplice, ma venato di una tesa, vibrante, pulsante visionarietà.
Se riuscite a recuperarlo(ed è un'impresa piuttosto ardua) ve ne consiglio caldamente la visione.


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 Oggetto del messaggio: Re: La stanzetta di Alex
MessaggioInviato: lun 21 lug 2014, 15:36 
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Vimarna ha scritto:

Quattro mosche di velluto grigio (1971)


Se riuscite a recuperarlo(ed è un'impresa piuttosto ardua) ve ne consiglio caldamente la visione.


In realtà la situazione dei diritti si è sbloccata qualche anno fa, ora ne esistono diverse edizioni homevideo (personalmente ne ho una americana, la prima, e il mediabook tedesco; ma c'è anche un dvd italiano marchiato 01); e credo sia passato diverse volte anche su Sky. ;)

Guarda un po':

http://www.kultvideo.com/search/Search. ... %20velluto


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 Oggetto del messaggio: Re: La stanzetta di Alex
MessaggioInviato: lun 21 lug 2014, 15:48 
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Io ho avuto difficoltà a trovarlo(non sono abbonata a Sky), sono riuscita a trovarlo online per puro miracolo...comunque è una cosa positiva, spero venga trasmesso più spesso, merita di essere conosciuto e visto dato che in molti non l'hanno fatto(conosco tanti estimatori di Argento che non hanno mai visto nemmeno un film della trilogia degli animali).


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 Oggetto del messaggio: Re: La stanzetta di Alex
MessaggioInviato: mar 22 lug 2014, 2:59 
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"La vittima designata"
1971, diretto da Maurizio Lucidi e interpretato da Tomas Milian e Pierre Clementi.

visto con due euro in una sala proiezioni dove ci hanno offerto anche l'amaro.. :asd
non mi aspettavo nulla, invece tiene sulle corde tutto il tempo, milian bravissimo e anche i ruoli secondari secondo me interpretati da buoni attori
finale che mi ha letteralmente sorpreso :eek


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 Oggetto del messaggio: Re: La stanzetta di Alex
MessaggioInviato: mer 23 lug 2014, 0:32 
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Cita:
conosco tanti estimatori di Argento che non hanno mai visto nemmeno un film della trilogia degli animali


:omg

Cita:
La vittima designata


Bello!


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tempo perso, una mérda.


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uno dei peggiori film che abbia mai visto.
esempio: Jesse pinkman corre con una macchina super veloce dal punto A al punto B, non ha tempo neanche per fermarsi e fare benzina. Ok - un jeep gli riempie la macchina in moto - Ok... COME #@*§ SI SPIEGA ALLORA CHE QUANDO LA MACCHINA SUPER VELOCE ARRIVA AL PUNTO B RITROVA IL JEEP?????


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