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(Gazzetta.it)
Milan-Inter, derby multietnico
Argentini, brasiliani, ucraini, nigeriani: la sfida di stasera accende l'orgoglio di popoli e lingue diverse, ma anche il dialetto milanese si difende bene...
MILANO, 6 aprile 2005 - Durante un derby del ’71 un giornalista inglese si meravigliò della civiltà di San Siro e Gianni Brera gli diede una ripassatina: "Brutt demòni, ho ringhiato, dove credi di essere venuto, in Papuasia? Tu non sapevi, povero inglese di uno, che Milan l’è on gran Milan? Bene, imparalo adesso". Stanotte l’Europa imparerà che Milano è ancora più grande. C’era una volta una stracittadina, oggi c’è un derby di popoli. Le rampe di San Siro si avviteranno come a Babele, anche se con meno pretese. Vassyl Shvets, console ucraino di Milano, ci dice cosa potrebbero cantare questa sera i connazionali di Sheva: "Vi nikogda ne pobedite!" Cioè: "Non vincete mai!" Michael Ekwedike, responsabile del mercato inglese per la Alfa Romeo, ci scrive cosa potrebbero rispondere i fratelli di Martins: "Anyi agabeghi serie B mbu!". Cioè: "Mai stati in B".
Sarà il solito faccia a faccia tra argentini (Inter) e brasiliani (Milan). Asado contro feijolada. Donna Raballo, console aggiunto argentino, ripete: "Ci stringeremo ancora attorno a Javier Zanetti, la nostra bandiera". Milano è gemellata con San Paolo: anche per questo i brasiliani si stringeranno attorno a Kakà. Argentini e brasiliani si sono sparpagliati in Italia quasi nello stesso tempo, negli ultimi decenni, e con gli stessi numeri: tra gli 80 e i 100 mila emigrati, 20 mila tra Milano e provincia. I brasiliani pregano con Ze Maria, gli argentini ballano il tango ai corsi organizzati dal console. "Dalla prostituzione alla ricerca scientifica: esportiamo di tutto", ha spiegato l’ambasciatore Synesio Sampaio Goes. L’Argentina ha esportato a Milano un numero 10 dell’81, Miguel Magnoni, che un paio di anni fa era al Boca con Burdisso. "Lui in prima squadra, io in quella riserve. Giocai e segnai prima di un clasico col River, con la Bombonera zeppa, e chi se lo dimentica più? Come la volta che nella Casa Amarilla scambiai due parole con Maradona: el Diego è il più grande. Io tifo all’Inter, ma mi piace di più il Milan perché gioca a calcio. Burdisso è bravo, ma ha bisogno di tempo per ambientarsi. Qui è difficile. Io sono venuto in Italia lo scorso anno, a Milano, per il progetto Brera, che è finito male. Quest’estate dovevo andare a Cesena, sembrava fatta, poi il direttore sportivo ha scelto uno dei suoi. Ora gioco nel Mariano Comense, in Eccellenza, e lavoro in un’azienda di cartucce per computer. Ho fatto 11 gol. Il prossimo anno spero di salire in C1".
Col suo piccolo sogno di serie C, stasera Miguel punterà gli occhi sugli argentini che ce l’hanno fatta. A cominciare da Crespo, avversario di un doppio clasico: River e Milan. Paul Bakolo Ngoi, congolese, pavese d’adozione, ha raccontato in un libro bellissimo ("Colpo di testa", Fabbri Editori) il sogno di un piccolo figlio dell’Africa, Bilia, che grazie al pallone, evade dalla miseria e da una prigione meritata per un furtarello di banane, fino a meritarsi un’occasione in Italia. "Una storia di riscatto sulla vita che non gli ha regalato molto, come è capitato a tanti calciatori africani arrivati in Europa. Martins compreso. Non sono nigeriano, ma seguo Martins con affetto particolare, da lui mi aspetto sempre qualcosa in più. Orgoglio d’Africa. Le sue capriole? In Africa lo fanno tutti, nessuno si meraviglierebbe. Sono interista dall’82, da quando ero studente a Perugia e conobbi Bergomi, che venne a ricevere un premio per il Mondiale vinto. Sono rimasto in contatto con Bergomi, sono andato a trovarlo a Milano e mi ha fatto conoscere tutti i suoi compagni di squadra. Eccomi interista ancora oggi. Non so esattamente il perché, ma mio figlio Luca tiene al Chievo e vorrebbe più di ogni altra cosa una maglia di Cossato o Pellissier".
Paul Bakolo Ngoi, nipote di uno dei primi scrittori del Congo, si è laureato in Scienze Politiche a Pavia, dove risiede e lavora presso l’Assessorato alla Cultura. Da anni collabora con le scuole occupandosi di educazione alla mondialità, di multiculturalità e dei temi legati all’Africa. Buoni antidoti contro gli #@*§ da stadio che fanno "buu" a quelli come Eto’o. Vive a Pavia, ma lavora a Milano, Michael Ekwedike, nigeriano di Lagos, che ci ha aiutato a tradurre ciò che potrebbero urlare allo stadio i connazionali di Martins. Ma con una premessa: "Io vi traduco la frase nel dialetto Ibo, uno dei tre principali della Nigeria, quello di Taribo West e Oliseh, ma sia chiaro: io non canterò mai ai milanisti: "Mai stati in B", perché io sono milanista. Martins è bravo ed è un orgoglio della mia terra, ma io sono milanista da 20 anni, da quando arrivai a Pavia per studiare Scienze Politiche, nell’84. Per pagarmi gli studi facevo il modello. In un locale conobbi Gullit e Rijkaard, li ho rivisti spesso. Sono diventato milanista. Mi piace il calcio, sono stato nazionale Under 16. Ora mi occupo del mercato inglese per l’Alfa Romeo. Il derby? Temo la velocità del "nostro" Martins. Non mi sembra che il nostro attacco sia in grande forma. Mi aspetto il colpo a sorpresa di uno come Cafu. Ma, soprattutto, mi aspetto e spero con tutto il cuore che sia una bella partita, senza incidenti e senza violenza".
"Tradito" dal milanista Michael, Oba Oba raccoglierà molto tifo in zona Porta Venezia, dove si concentrano i ristoranti africani di Milano. La frase che Michael si rifiuta di pronunciare, ce la traducono senza problemi al consolato serbo, dove si tifa per Mihajlovic e Stankovic: "Nikada nismo bili u serie B". "Mai stati in B". Appunto. Il consolato colombiano si affaccia su Foro Bonaparte, dove un tempo c’era la sede dell’Inter. I conti tornano: tutti schierati per Ramiro Cordoba. Il popolo di Andriy Shevchenko è un popolo in pellegrinaggio: dalla Stazione Centrale a Molino Dorino, periferia nord-ovest. Come spiega il console ucraino Vassyl Shvets: "Al sabato e alla domenica molti ucraini si riunivano nei giardini della stazione, insieme ad altri amici dell’est: moldavi, russi... Poi la Polizia, per evitare problemi d’ordine pubblico, ha individuato un grande prato a Molino Dorino e ora molti si ritrovano là. Sono circa 5.000 gli ucraini di Milano, quelli regolarizzati, con un lavoro stabile".
Nelle nebbie della clandestinità lavorano tante ragazze che hanno trovato in Italia il felice capolinea di un sogno, come accade nei libri di Paul Bakolo Ngoi. Ragazze disilluse sotto il cielo di Molino Dorino che magari affidano a Sheva e al suo sguardo puro da Ancillotto una speranza di rivincita; come tante ragazze nigeriane si aggrapperebbero alle capriole di Martins per ribaltare il mondo. Così infatti è apparso Sheva di passaggio al consolato ucraino: un eroe gentile. "Disponibile, gentile. Ha portato foto e si è fermato a farne con chi era in fila per i visti". Ma, esaurito il giro dei consolati, ricordiamoci che stasera in campo scenderà anche un milanese: Paolo Maldini. Uno solo, di sangue triestino, ma comunque nato a Milano.
In suo onore, in questo porto di mondo, in questa babele di lingue, è giusto far risuonare anche il "milanese". Lo impugna ogni giorno Cesarino Campagnoli (mezz’ala dell’Inter ’55-57) al bar Paradiso del Giambellino per tener testa a un pugno di amici, che giocavano nel Milan: Radaelli, Moreno, Bosisio... Derby quotidiano. Campagnoli celebra il suo unico derby di serie A vinto 2-1 ("Contra de mì el Maldini la balla l’ha vista pòcch..."), poi svela il nome che farà soffrire quel pacciarisòtt (mangia risotto) di Ancelotti: "Martins che el me par ona lucidatris". Cioè una di quelle vecchie lucidatrici che se scappavano di mano alle casalinghe, diventavano imprendibili... Ma è soprattutto allo storico Circolo filologico milanese, nel cuore di Milano, tra Duomo, Scala e Galleria, che si lotta con orgoglio in difesa del dialetto. Da quarant'anni si organizzano corsi di milanese e di letteratura meneghina. Qui il derby resta la sfida che spartisce la gioia entro la cerchia dei navigli, da raccontare come Brera che chiamava Baresi "Depertutt" perché tappava buchi ovunque e sospettava i brocchi ciocch de pel d’inguria, ubriachi di bucce d’anguria. Qui Pirlo è "quell lì che el tira via i ragner in di angol" (toglie le ragnatele dagli angoli), "Veron l’è on checco" (uno di qualità), Kakà "l’è vun ch’el promètt polito" (uno che promette molto), Mihajlovic "el tira i canonad" (tira le cannonate) e Dida "fa nanca passà un guggin" (non fa passare neppure uno spillo). Qui tutti si augurano che si possa sigillare il derby come fece Brera nel ’61: "Qui è proprio finita. Ed è bello assai che ci si stringa la mano in campo: rossoneri o nerazzurri, Milàn l’è on gran Milàn".
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