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La solitudine del numero primo Lotito.
Bocciato dal plebiscito di Lazio-Sassuolo, il presidente resta alla gogna. E poco importa che lo "stallone" Tare provi ora ad accaparrarsi qualche vassallo nel feudo: ieri il diesse apriva i cancelli a una ventina di tifosi a Formello. Allenamento solidale, un segnale di distensione. Della serie: scambiamoci un segno di pace. Macché: «La protesta continua». E come? A undici giorni da Lazio-Atalanta, resta ancora nell'aria la decisione d'abbandonare stavolta l'Olimpico. Anche perché non trova molti consensi. Il deserto umano no, la «stragrande maggioranza» si dissocia: «Già accaduto tre volte, con Reggina, Napoli e Fiorentina. Non è servito a nulla. Uno stadio pieno d'amore fa male a chi tiene la Lazio prigioniera, uno stadio vuoto fa male alla Lazio e ai laziali che le vogliono bene», il riassunto del pensiero di molti sostenitori. Il dibattito impazza da ieri fra radio, social network e forum. Un po' com'era accaduto tutta la settimana prima del "Libera la Lazio day". Si studiano strategie comuni per proseguire la marcia del dissenso: «10-100-1000 Lazio-Sassuolo». Foglio A3 sempre in tasca, stampato a casa, per conto proprio, per scacciare ogni sospetto dietrologico presidenziale: la regia della protesta è il cuore di ogni laziale. L'ACCUSA Un after prolungato per scarcerare la lazialità dalle manette di Lotito. Così si sentono i laziali, in gabbia. E c'è pure chi non dovrebbe, ma ne fomenta la rabbia: «Ha una città contro, consiglio a Lotito di vendere la Lazio in cinque minuti, altro che lasciarla a suo figlio», tuona Storace, vicepresidente della Regione, colui che nel 2004 gli consegnò il club nelle mani «per colpa di un credito che vantava». Lotito mise poco più di 18 milioni e s'impossessò subito di quasi il 27% delle azioni biancocelesti. Una storia saputa e risaputa, incendiata dalla solita benzina sul fuoco: «Con me, in un derby, esultò per la Roma», ricorda Storace. Con un revival da campagna elettorale inopportuno in tempi già così incendiati. Come se non bastassero i pezzi di vetro ovunque e certi scossoni prerivoluzionari. Qualche laziale invocava un movimento d'opinione, non propaganda da bar. IL BOOMERANG Isolata Villa San Sebastiano – non è una novità – nell' autoreferenzialità di Lotito, nel "molti nemici, molto onore". Ora però il dissenso non è più confinato alla Curva Nord, quella a cui il presidente aveva tolto certi "vantaggi". Sono tutti contro uno, nonostante quattro trofei (uno, la Coppa Italia nel derby, vale pure doppio) in un decennio. Consideriamo pure la sindrome presidenziale d'accerchiamento, gli eventuali "interessi" di radio, tv – e chi più ne ha più ne metta – che aizzerebbero le folle per invidia dell'apparato mediatico formellese. Ma davvero si può credere a una simile favoletta di fronte a 40mila anime pensanti, di qualunque ceto o religione? Lotito mente pure a sé stesso, un'abitudine in cima alla contestazione: «La Lazio può comprare e competere con chiunque», per esempio, in un momento in cui nemmeno i mecenati vedono grandi orizzonti. Bugie boomerang, basterebbe dire: «Faccio il massimo, non posso più di così». La sua spocchia, oggi come mai, è la radice del suo male.
Il Messaggero
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