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Aldilà di paragoni forzati e che non si possono provare tra ere diverse, riporto qui uno splendido articolo apparso sul Corriere dello Sport sul Grande Alfredo Di Stefano:
Alfredo Di Stefano è nato il 4 luglio 1926 a Barracas, Buenos Aires. Considerato da molti il più grande calciatore del mondo di tutti i tempi, ha militato nel River Plate, Huracàn, Millonarions (Colombia), Real Madrid ed Espanyol. Ha vinto due campionati argentini, tre colombiani e con il Real Madrid sette scudetti in undici anni, cinque Coppe dei Campioni, una Coppa di Spagna, una Coppa Intercontinentale. Due volte Pallone dOro, gli è stato attribuito anche il super Pallone d'Oro, alla carriera, e altri infiniti riconoscimenti.
«Dimenticatevi che me ne vada in pensione» li ha salutati al risveglio, quando dopo quasi ottant'anni a fare la leggenda del calcio e un triplo by-pass ventricolare, gli avevano consigliato un rallentamento della sua attività. «Non se ne parla neppure» ha risposto, secco come al solito. Riconosce lui stesso di avere un bel carattere, Alfredo Stefano Di Stefano, figlio di Alfredo e di Eulalia Laulhè Gilmont, origini francesi e irlandesi, e nipote di Michele Di Stefano, il nonno che partì da Capri nel diciannovesimo secolo per arrivare nel cuore di Baires, Barracas, "la boca de la Boca". Il padre si spaccava le spalle a coltivare la terra, lui scoprì ben presto di sapersela cavare, agile e veloce, con la pelota sulle strade del quartiere. E da Barracas aveva cominciato il giro del mondo dietro il pallone in una scalata inarrestabile, Argentina, Colombia, poi Spagna: e tanto era forte, che per mettere d'accordo Barcellona e Real che sventolavano un contratto firmato, si decise che avrebbe giocato un anno con uno e un anno con l'altro. Quando il Bacellona rifiutò un'opzione tanto sacrilega, don Alfredo diventò per il Real Madrid ciò che gli riconoscono essere tutti, ancora adesso: un dio, o qualcosa di molto vicino.
Ha la voce ferma, decisa, ed è sempre stato fortemente allergico ai compromessi, tantomeno alle sconfitte. Non ama i lunghi discorsi davanti a chi non conosce, ma se si trova nella compagnia giusta, raccontano i pochi fortunati, è un'esplosione di entusiasmo, con quel suo accento ancora fortemente indurito dalle influenze del quartiere di Boca. E allora pesca, la sua vera passione, nella sua nostalgia, cultore della storia della sua famiglia, della documentazione, delle foto, dei testi, di tutto quanto possa ancorarlo a un passato che scappa troppo veloce, «in famiglia mi chiamavano Kunta Kinte, perché andavo sempre a ricercare le nostre radici».
Adesso che da sette anni deve scendere a patti con il diabete, che definisce con sarcasmo "l'eredità più dolce che mi ha lasciato mio padre", rispetta le restrizioni alimentari imposte dai medici, si concede un bicchiere di vino a settimana, da sette anni non beve whisky e non fuma più, incallito com'era, «a casa ho talmente tanti portacenere da poterne fare un museo», ma don Alfredo non rinuncia a lavorare. Dirige, da presidente onorario del Real Madrid e simbolo vivente del club delle merengues, il Departamento de Veteranos, struttura che lui stesso ha contribuito a creare, club esclusivo che accoglie con iniziative di vario genere chi abbia vestito almeno una volta la maglia candida che lui ha portato sul tetto del mondo a cavallo degli Anni Sessanta.
Vive in un bell'appartamento nel centro di Madrid, a due passi dal Santiago Bernabeu, con la compagnia discreta di una assistente, presenza necessaria dopo l'operazione al cuore ma soprattutto dopo l'addio della moglie nel 2005, donna Sara Freites Varela, l'argentina che aveva sposato nel 1950, sei anni prima di assumere la nazionalità spagnola. Ha sei figli, sei nipoti e una bisnipote. A loro che sanno bene chi sia l'icona che ogni tanto vanno a trovare, chiede spesso di far partire alla Tv i video delle sue partite, per rinfrescarsi la memoria. «Tengo la mente sveglia, l'ho imparato sulle strade del mio quartiere» spiega. Alle 10.30 ogni mattina si fa lasciare da un taxi al Bernabeu, e sale al Departamento, dove si entra in un'altra dimensione, si parla sottovoce, le foto e le coppe in mostra portano indietro nel tempo, con la macchina del caffè sempre accesa, i giornali del giorno da sfogliare. Qui trova alcuni dei compagni di quel Real stellare: Zoco, Pachin, Santamaria, ancora oggi incantati dal suo fascino e soggiogati dalla sua autoritଠlui che litigava con arbitri, avversari, allenatori e ovviamente compagni, «eh lo so, aveva un carattere spigoloso anche mio padre, e queste cose si trasnettono». Prima dell'operazione, Di Stefano viaggiava sempre con la squadra in trasferta, sia Liga sia Champions, ora preferisce non allontanarsi da Madrid, proprio adesso che il Real ha chiamato con il suo soprannome, la Saeta, l'aereo superlusso inaugurato per le trasferte.
Il Real gli ha tributato un omaggio solenne, nel 2008, gli ha dedicato una statua, gli ha intitolato lo stadio dove gioca il Real Madrid Castilla, la Fifa lo ha eletto giocatore del secolo, Maradona è andato a rendergli omaggio. La Saeta Rubia ha ispirato documentari e film, una volta lo rapirono persino, passò 56 ore con i guerriglieri castrocomunisti che volevano attirare l'attenzione, era il 1963, ed ebbero infatti un'eco mondiale. Non lo ha fermato mai nessuno, nemmeno quell'infarto alla vigilia di Natale del 2005. «Quando quello di lassù vorrà mi trova qui. Intanto lavoro, però». E a las cinco de la tarde, ogni giorno il taxi lo riporta a casa, con il bastone e il suo carico di gloria, semplicemente inarrivabile.
Pietro Cabras
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