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metti un altro mediano forte..fai tu..


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si può a pieno diritto tratteggiare l'avvento di Sacchi sulle grandi ribalte del calcio italiano nella seconda metà degli anni Ottanta come l'evento più innovativo dell'ultimo scorcio del secolo. Prima ancora che di un modulo, Sacchi si fa portavoce di una filosofia di gioco affrancata dal tradizionale pregiudizio legato alla natura casalinga o esterna dell'impegno. Per la prima volta una squadra italiana adotta il medesimo atteggiamento in casa e in trasferta, in quanto in ogni caso punta a imporre il proprio gioco prima che a sterilizzare quello altrui.Arrigo Sacchi è in gran parte un autodidatta, non avendo calcato che marginalmente le scene del calcio, perdipiù solo dilettantistico.
A spingerlo è una passione genuina, condita dall'ammirazione incondizionata per il calcio olandese degli anni Settanta, lontanissimo da quello italiano per capacità atletiche e carattere di iniziativa.
Il papà, Augusto, ha giocato nella Spal e il piccolo Arrigo cresce con il pallone nel sangue. Di fonte materna è un aneddoto vagamente messianico: il futuro profeta ha appena cinque anni, quando viene sorpreso a concionare un capannello di persone nel parco delle Terme di Montecatini che assomiglia in modo impressionante a un gruppo di dottori nel tempio. Argomento, i massimi sistemi del calcio e l'Inter, la squadra del cuore.

Quando cresce in sapienza e fortezza, Arrigo segue l'inclinazione per il pallone, ma i primi calci nelle giovanili del Baracca Lugo non sono un granché. Gioca in difesa, ma i piedi gli sono nemici e a diciannove anni lascia il pallone e pure la scuola, a due mesi dalla fine di ragioneria. Fidando nella sua parlantina e nella disinvoltura con le lingue, il padre gli offre di lavorare per la sua ditta di scarpe, rappresentandola in giro per l'Europa. Cacciato dalla porta, il calcio rientra dalla finestra, perché all'estero Arrigo non resiste alla tentazione di dare un'occhiata ai sistemi di preparazione in voga nelle scuole più evolute, incrementando la propria amirazione per calciatori così più adusi di quelli italiani alla fatica atletica infrasettimanale.

Viaggiando, uno stereotipo lo colpisce come il presagio di una missione. Sono le tre cose per cui vanno famosi gli italiani nel mondo: la pizza, la mafia e il Catenaccio. La prima non si discute, la seconda è a occhio e croce fuori portata, per il terzo invece si può fare qualcosa. Quando torna in Italia, il fato ci mette lo zampino, con la proposta degli amici di rilevare il Fusignano che versa in cattive acque.
A poco a poco alle mansioni di dirigente Sacchi aggiunge quelle di giocatore e infine di allenatore. L'avvio in panchina è disastroso, ma la carica dirigenziale gli risparmia il siluro ed è una fortuna, perché quando si passa a fare sul serio il Fusignano vince a destra e a manca, conquistando la promozione.

Allodi lo porta tra i giovani della Fiorentina, poi rompe coi Pontello e Sacchi torna al Rimini, dove si ripete. E' Parma tuttavia a offrirgli la svolta della carriera. A chiamarlo è Ernesto Ceresini, indimenticabile presidente dell'era pre-Parmalat e Sacchi innesta il turbo, prima conquistando la promozione in B e poi sfruttando al massimo la Coppa Italia che per quattro volte l'oppone al Milan, due volte sconfitto in casa al culmine di lezioni di gioco e rapidità di esecuzione. L'eliminazione incuriosisce il fresco patron rossonero, Silvio Berlusconi, che raccoglie notizie e poi saggia l'uomo in un incontro ravvicinato.
E' una folgorazione: Sacchi brucia Capello, efficace sostituto di Liedholm nel finale di stagione.

L'ingaggio di Sacchi suona blasfemo alle orecchie dei più, un azzardo che il Milan rischia di pagare caro, anche se dall'Olanda arrivano due tipi ben referenziati, Gullit e Van Basten.
Ma come potrà gestire tanti campioni il mister che viene dalla provincia calcistica più marginale? Gli inizi in effetti sono stentati e la leggenda fiorisce, attorno al tecnico che da Parma ha voluto portarsi i terzini Mussi e Bianchi, pur avendo Tassotti e Maldini, e il regista Bortolazzi, giovane bravino ma fuori categoria tra quei marpioni. Il Milan viene fatto a fette dall'Espanol nel secondo turno di Coppa Uefa e quelli che la sanno lunga sulle scalee di San Siro scommettono sul siluro: il famoso panettone Arrigo dovrà mangiarlo a Fusignano.

Invece Berlusconi tiene duro, facendo quadrato attorno al tecnico così simile a un apprendista stregone.
A primavera, quando il Napoli di Maradona crolla improvvisamente in vista del traguardo, il Milan di Gullit e Virdis (Van Basten è fuori per la via crucis delle caviglie) lancia lo sprint e coglie lo scudetto, grazie anche a una straripante salute atletica. La leggenda di Arrigo è avviata e tutti scoprono il nuovo fenomeno.
Il suo Milan è costruito su trame di gioco provate e riprovate in allenamento, rese possibili da una esasperata preparazione atletica e dalla maniacale cura con cui il tecnico striglia gli allievi.

I superficiali parlano di zona, ma il progetto tattico è ben più ampio. A zona pura è schierata la difesa a quattro, fortissima nei singoli (Tassotti-Galli-Baresi-Maldini) e protetta dai meccanismi del centrocampo al punto da risultare alla fine la meno perforata di tutte.
Nella zona mediana il pilone Ancelotti, centro motore della squadra, è assistito da due faticatori di fascia, Colombo a destra e Evani a sinistra. In avanti, Donadoni a destra e Gullit a sinistra inventano senza briglie sul collo con Virdis punta centrale di riferimento.
Fedele alla scuola olandese, Sacchi esige un pressing ossessivo, che inaridisce le fonti di gioco avversarie fin dall'altrui area di rigore, e tiene corta la squadra con la tattica del fuorigioco e i rapidi contrattacchi, che ribattezzerà "ripartenze" per la gioia degli orecchianti.

Grazie a carichi di lavoro atletico settimanale sconosciuti alla maggior parte della concorrenza, la squadra sembra destinata a inaugurare un ciclo vincente. Impressione sbagliata: quello scudetto resterà senza seguito e il meglio Sacchi lo raccoglierà all'estero, grazie anche a una nebbia provvidenziale che lo salverà in Coppa dei Campioni a Belgrado da una situazione difficile, così avviando l'altra leggenda, quella della sua inossidabile fortuna, legata nell'immaginario popolare (e addirittura nella pubblicistica dell'epoca) alla parte del corpo con cui tiene i contatti con la panchina.
Sulle vetrine internazionali, in effetti, brilla il meglio del Milan. Memorabili alcune prestazioni, contro il Real Madrid e poi nell'Intercontinentale 1990 sull'Olimpia Asuncion, quando la squadra intera sembra volare sulle ali di un gioco redditizio e sublime. Ma sul fronte interno, ove più pesanti affondano i contraccolpi della routine quotidiana, il gruppo si imbizzarrisce qua e là come un purosangue che rifiuta l'ostacolo.

E' il prezzo che Sacchi paga alla durezza del carattere e dei modi, indispensabili soprattutto all'inizio per imporsi a campioni di fama internazionale. I suoi urli, i suoi feroci rimproveri svaporano nell'aria ovattata di Milanello, dove si può sbuffare e guardare il cielo. Ma quando le circostanze proiettano gli allenamenti di Sacchi in mezzo al pubblico, sono dolori. A Tokyo, dove si gioca l'Intercontinentale, i big vengono strigliati sul campo come ragazzini alle prime armi sotto gli occhi incuriositi di tifosi, cronisti, teleoperatori.
La cura ossessiva per il lavoro sfiora il sadismo. Il suo motto è: i giocatori guadagnano troppo per pretendere di divertirsi col calcio. Finché un giorno il culto della sofferenza diventa troppo pesante per tutti.

A secco entro i confini per tre stagioni consecutive, Berlusconi nella primavera del 1991 non è più così incrollabile nella difesa del suo pupillo, tra i protagonisti tra l'altro della poco edificante "fuga" dal match col Marsiglia in Coppa dei Campioni per l'avaria delle luci.
Un giorno, Van Basten, a nome dei compagni, gli partecipa l'affetto collettivo nei confronti del mister con poche ma significative parole: «Presidente, o vìa lui o via noi». La scelta è scontata e Berlusconi, che non vuole abbandonare in mezzo a una strada l'artefice della rinascita milanista, lo "appoggia" cortesemente alla Federcalcio, convincendone il presidente Matarrese che si tratta della soluzione ideale per il dopo-Vicini. Il candidato Trapattoni resta a bocca asciutta e Sacchi approda all'azzurro, proponendo fin dal primo giorno una "rivoluzione culturale".

Saranno anni di tentativi, esperimenti, polemiche, con un picco positivo, il secondo posto ai Mondiali 1994, e uno negativo, l'eliminazione al primo turno dagli Europei del 1996.
In realtà c'è anche un secondo picco, relativo agli emolumenti del tecnico, della cui portata miliardaria a lungo si favoleggia, finché un giorno un dirigente coperto dall'anonimato si premurerà di inviare copia del contratto alla stampa. Cifra del rinnovo dal 1992 al 1996: 11 miliardi e 621 milioni lordi, più i premi doppi rispetto a quelli dei giocatori. Un'enormità. Anche perché l'utopia del progetto non si è mai congiunta con la realtà.
Un po' per impossibilità oggettiva, negando i radi contatti con il gruppo dei giocatori ciò che l'assiduità del lavoro quotidiano consente. Un po' a causa della mentalità di Sacchi, troppo perfezionista per negarsi il gusto di provare giocatori all'infinito, a costo di pagare il prezzo dell'inflazione di convocati.

Raramente la sua Nazionale ha avuto un volto preciso, raramente ha entusiasmato. E anzi, l'ossessione per gli schemi (tante soluzioni provate e riprovate fino a mandarle a memoria per non restare mai a secco in partita) ha finito col prevalere sugli estri individuali. Sostenuto fino al limite del culto religioso da una parte della critica convinta di vedere in lui il redentore del calcio italiano, Sacchi finirà col diventare oggetto di feroci caricature.

Il fiasco agli Europei 1996 era solo l'inizio di una catena di astensioni dal successo: dopo una disastrosa amichevole in Bosnia, Sacchi tornava con un discutibile blitz al Milan per sostituire il tecnico uruguaiano Oscar Tabarez, conseguen-done una pronta eliminazione dalla Champions League e un campionato fallimentare concluso all'undicesimo posto. Non meglio andava il tentativo di recuperare credibilità all'estero, all'Atletico Madrid con un sontuoso contratto onorato solo per pochi mesi, prima di arrendersi a un eccesso di stress che ne consigliava l'abbandono dell'attività.
Ancora un tentativo nel 2001 con il Parma: poche partite in panchina per rendersi conto di non reggere piu' la pressione.
Tramonto precoce e malinconico di un grande innovatore incapace di rinnovare se stesso.


Ultima modifica di epico il mar 22 nov 2011, 18:04, modificato 1 volta in totale.

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Intervista di Fabrizio Bocca
La Repubblica, 08 maggio 2008

«Avevo una forza tale dentro di me che potevo spianare le montagne. Ora le faccio in bicicletta.
Ma allora, ci davo così dentro che a 50 anni dovetti smettere»

Arrigo Sacchi parla come se tutto fosse avvenuto un minuto fa. Eppure non rifarebbe più quella vita, non la sopporterebbe. Allora, ma quando precisamente? Il 15 maggio 1988. Il Milan pareggiò a Como e tornò a vincere lo scudetto dopo 9 anni. Primo trionfo di Berlusconi. E di un signore 42enne, romagnolo di Fusignano, Ray Ban sugli occhi, figlio di un grossista di scarpe. Un maniaco del pallone che stava discretamente sulle scatole, eccome: «Ma che vuole questo? Non ha fatto nemmeno il calciatore. Ha allenato l'Alfonsine e viene a farci la lezione...». E che lezione: calcio totale, zona, dedizione assoluta. E intensità, ovvio, la parola magica.

Cos'era Arrigo? «Asfissiare l'avversario». Ma la parola che preferiva era un'altra: didattica. Faceva la lezione a tutti, dal magazziniere a Van Basten. In una classifica degli antipatici se la batteva con Boniperti, Viola e un po' dopo Capello. Il suo opposto - il simpatico - era Trapattoni, icona del calcio all'italiana. Il Gioanin caro a Brera.

Ora Sacchi ride: «Tolsi certezze a chi il calcio lo faceva prima, gli altri parlavano solo di vincere. Provocavo, non ero diplomatico: erano tutti per il grigio, costringevo a dire bianco o nero...».
Nel privato comunque non era antipatico, anzi: c'era anche chi lo attaccava e lo adorava. Una scintilla ed era incendio, un titolo. Venti anni fa dunque, un ciclone sul calcio. Non conta vincere ma fare spettacolo. Giovanni Galli, Tassotti, Maldini, Colombo, Filippo Galli, Baresi, Donadoni, Ancelotti, Virdis, Gullit, Evani: il 1° maggio il Milan che poi entrò nella storia batté al San Paolo il Napoli di Maradona che stava andando a vincere il secondo scudetto. Van Basten, il cigno di Utrecht, entrò e mise ko Diego. 3-2, che partita.

«Tutto cominciò - dice ora Arrigo Sacchi - in uno studio televisivo. Il conte Rognoni mi fece andare in tv a Cesena con Trapattoni. Allenavo il Parma e illustrai il mio calcio: divertimento, spettacolo, gioia, lavoro, applicazione. Alla fine un cameraman mi disse: finirà che la prende Berlusconi».
Arrigo vinse col Parma a San Siro ed eliminò dalla Coppa Italia il Milan di Liedholm, poi passato a Capello: un Bortolazzi qualsiasi che fa fuori Wilkins, Hateley e Baresi. Ebbe ragione il cameraman: Berlusconi telefonò. Arrigo era stato a Coverciano insieme con Zeman. I vecchi allenatori lo rifiutavano, ma lui si sentiva più coach degli altri: la professione come fede. Da giovane guadagnava bene: aveva una Porsche, girava l'Europa e vendeva partite di scarpe. E quando era ad Amsterdam andava a vedere l'Ajax e l'Olanda, i suoi miti. Piantò tutto per 200mila lire all'Alfonsine. Un pazzo.
«Ma dal '73 al '96 per 23 anni sono sempre salito e mai retrocesso!». Presuntuoso? «World Soccer ha fatto una classifica delle squadre più belle. 1° il Brasile '70, poi Ungheria ' 54, Olanda '74, 4° quel Milan lì e 6° il grande Real di Puskas. Incredibile: io che da ragazzino stavo in campagna a sognare il Real. E comunque in 21,5 milioni videro alla tv il mio Milan in finale di Coppa Campioni a Barcellona».
Quel Milan lì vinse lo scudetto '88 - uno solo... - due Coppe dei Campioni e due Intercontinentali consecutive. «Squadra di 25 anni, come l'Arsenal oggi. Il successo? Una grande società che credeva in me: cultura, intelligenza, innovazione, progetto. E sociologi e psicologi, non solo soldi».

Berlusconi aveva riversato un fiume di miliardi sul calcio e affidato il tutto a un semisconosciuto: «Gli debbo riconoscenza, con me fu democratico. Mi difese dopo l'eliminazione con l'Espanol. Non mangerà il panettone, scrivevano. Venne nello spogliatoio e disse: seguitelo, è bravo, ho fiducia in lui. No, non condivideva tutto. Credeva nei campioni, io nella didattica e nel collettivo. Parlavo di giocatori e talenti funzionali al gioco. La società li sceglieva, ma io avevo l'ultima parola: un Milan democratico, sì. Grande non solo per i soldi. Dài siamo il Milan, dicevano, possiamo spendere. Proponevano Francini per 6 miliardi e io presi Mussi per uno. Dopo 3 partite Berlusconi fece: non ho speso 100 miliardi per vedere Colombo. Ma dopo 3 anni non voleva più darlo via. Parlava sempre di mezze punte. Si chiacchierava di Hagi, Francescoli, Stojkovic, Baggio, Maradona... Ma se manca il violinista a che serve un batterista? Il presidente mi rimproverava anche di trattare qualcuno da gregario. Ma li avete mai visti i gregari? I gregari non hanno il maggiordomo».

Maniacale, certo. «Ero ossessionato dal perfezionismo. Mentre festeggiavamo l'Intercontinentale a Tokyo nel '90 trovo Pincolini, il preparatore e gli dico. Pinco hai visto la partita? Studiamo un esercizio così. "Arrigo, godiamoci la serata" rispose. Va bene, ma gli altri ci superano». In allenamento disponeva gli 11 senza palla: si muovevano a vuoto in un disegno astratto. E se sbagliavano erano cazziatoni. Sembravano tanti Marcel Marceau, oppure un film di Fellini. Citava registi e attori quando lo accusavano di frustrare i 10 e i fantasisti, come Baggio o Zola, oppure di tarpare le ali a Van Basten. «De Niro è grande ma in un grande film di Coppola» diceva. E lo ripete ora: «Giocatori bravi, bravi a cosa? Se ho Jerry Lewis gli faccio fare il comico, mica una parte drammatica, no?». Democratico e berlusconiano, dunque. E socialista. «Per me erano tutti uguali. Trattavo Van Basten come gli altri: eh sì, dicevo, io ho un'idea socialista del gioco del calcio!».

E teoria, tanta. «Lavoro, applicazione, gioco di squadra, aiuto reciproco: questo ci vuole. La fantasia è un surplus, viene quando sai. Se non sai non c'è fantasia. Van Basten mi criticò, e io lo portai in panchina: "Visto che sai di calcio mi dirai che fare...". Ora che è un bravo allenatore mi dà ragione, siamo amici. Maradona? Grandissimo, fosse venuto al Milan forse non sarebbe successo tutto quello che gli è successo. Ci stimavamo, il Milan si univa per contrastarlo. Mi voleva al Napoli, lo sapete?» Già, il Napoli, la sceneggiata di Alemao e lo scudetto del '90: «Ancora mi indigna l'invidia e la gelosia che c'era verso di noi. Incontrai Alemao tempo fa: gli scocciava essere ricordato solo per la famosa monetina».

Il calcio si divise in sacchiani e antisacchiani. Sacchi fu così sconvolgente che la Juve post-Boniperti si affidò a Maifredi: ancora lo cercano. «Secondo Berlusconi se avessi dovuto pagare come pubblicità tutto quello spazio sui giornali ci sarebbero voluti 100 miliardi». Gianni Brera lo attaccava alla sua straordinaria maniera letteraria. Lo chiamò subito "il fervido profeta". E poi ancora: "Sono atterrito dalla sua propensione per la zona". E in nazionale, nel '91: "Nelle mani di un pasionario". «Prima della Steaua nell'89 a Barcellona presi il suo pezzo e dissi negli spogliatoi: il più famoso giornalista italiano dice che i romeni sono maestri del palleggio, bisogna attenderli e uccellarli in contropiede, che si fa? Si alzò Gullit: li attacchiamo dal primo secondo». Il trio olandese Gullit, Van Basten e Rijkaard scatenato: 4-0 con doppiette di Gullit e Van Basten. Partita leggendaria.
Ma la più bella in assoluto fu il 5-0 in semifinale al Real. Ancelotti, Rijkaard, Gullit, Van Basten e Donadoni, un massacro in 60 minuti.

Negato come calciatore, ma se vedi oggi, ti accorgi che non lo sono stati neanche Mourinho o Benitez. «Per Michelangelo le opere d'arte si fanno con la mente e non con le mani. Pelè, Di Stefano e Maradona mi hanno regalato un pallone con i loro autografi». Ha dovuto vincere tanto per farsi accettare. Certo un punto oscuro c'è: confessò di guardare perfino i segni astrologici dei giocatori. Trapattoni a 69 anni ha lasciato l'Italia ma continua, il calcio di Capello (62 come Sacchi), col quale si detesta, ha preso il sopravvento, tutti i suoi uomini sono diventati buoni o grandi allenatori: Ancelotti, Donadoni, Rijkaard, Van Basten. Lui no, ha smesso: dopo nazionale e qualche esperienza da manager fa il commentatore. Chiodo fisso l' etica: «Ho perso un mondiale ai rigori: mai lamentato, bravo il Brasile. Ma il secondo per me non è un asino». Venti anni fa si parlava di "sacchismo". Definizione? «Mai scendere a compromessi. Ma proprio mai». Quando ancora allenava, a tarda sera, mentre la squadra bighellonava in ritiro, Arrigo lo trovavi in palestra a sfinirsi di flessioni. Perché? Uno così magro, in forma. «Scarico lo stress, altrimenti mi uccide» ripeteva. «Ero duro con gli altri ma anche con me stesso. Andai dallo psicologo. Per me lo stress era un valore, mi faceva fare qualunque cosa. Ma finita la spinta non lo sopportavo più, non ci riuscivo. A 50 anni avevo dato tutto»


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 Oggetto del messaggio: Re: Sacchi vs Pep Guardiola
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Ciaone "Righetto", la storia dice Pep.


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 Oggetto del messaggio: Re: Sacchi vs Pep Guardiola
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O Futeboleiro ha scritto:
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