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Citerò qui gli allenatori rivoluzionari e vincenti, quelli che hanno contribuito a cambiare il gioco e conseguito anche risultati eccellenti.
Herbert Chapman: il suo Sistema rivoluziona il futuro del calcio, dando un'impronta decisa alla marcatura a uomo a tutto campo, trasformando il centrocampo nel reparto dominante del gioco, favorendo l'avvento dei terzini fluidificanti come arma offensiva.
Hugo Meisl: il creatore del Wunderteam, la squadra da sogno austriaca, che ha come modello il calcio danzato danubiano (gioco manovrato e palla a terra): si intravedono già i primi germogli del calcio totale e poi sacchiano.
Egri Erbstein: l'artefice del Grande Torino, formazione che tatticamente è assai camaleontica e può passare da un Sistema classico a una specie di 4-4-2 moderno in fase di non possesso palla. Erbstein è anni avanti anche nella preparazione delle partite, cura moltissimo il pre (introduce il riscaldamento) e post gara (bagni defatiganti e massaggi in serie). La superiore preparazione fisico/atletico permette al Torino di viaggiare a ritmi decisamente più sostenuti degli avversari, soprattutto in certi frangenti del match (i proverbiali quarti d'ora granata).
Gusztav Sebes: il padre della Grande Ungheria, forse la Squadra Perfetta. Vediamo perché. Il primo cambiamento è nel modulo. Non usa più un Sistema classico (WM), ma arretrando il centravanti Hidegkuti e avanzando le due mezzali Kocsis e Puskas come terminali, passa a una doppia M. Sebes copia poi dal calcio sudamericano la Diagonal (gli esempi più illustri sono il River Plate della Maquina e il Brasile del Mondiale ’50), cioò una linea d’attacco (in diagonale, appunto), che parte dall’interno destro e, attraverso il centravanti, arriva all’interno sinistro. In questo caso, il primo tassello della Diagonal è il mediano destro Bozsik. Da lui si passa al centravanti Hidegkuti e poi, a chiudere lo schema, c’è l’interno sinistro avanzato Puskas, massimo terminale del gioco. Sebes però si accorge di poter andare ancora oltre: il tecnico è favorito anche da una generazione di talenti unica, per citare Cannavò «di quelle che in un Paese si verificano una volta ogni 100 anni». Quell’Ungheria è talmente ricca di intelligenza, talento e completezza tattica che sa e può giocare in ogni modo. I giocatori si scambiano di posizione e danno vita a continue sovrapposione per mandare in bambola gli avversari, sempre più confusi da un simile vortice; si lanciano negli spazi vuoti per ricevere il pallone lanciato dal compagno, in questo modo la manovra diventa più veloce e viene creata superiorità numerica. La squadra ungherese è in grado di arrivare alla porta avversaria operando un incessante e fitto possesso palla, come di verticalizzare subito e capovolgere il fronte del gioco in pochi secondi. Per questo è considerata la squadra perfetta, è in grado di giocare in tutti i modi, anzi è come se ne “scoprisse” sempre di nuovi.
Juan Lopez, Gipo Viani, Nereo Rocco: i padri sparsi del catenaccio italiano, che costruiscono cicli vincenti intorno al vestito tattico da loro preparato. Una citazione particolare per Helenio Herrera, l'ideatore della Grande Inter, che mette a punto un catenaccio molto più efficace e aggressivo in fase di possesso palla.
Vicente Feola e Aymorè Moreira: il primo porta sulla scena mondiale il primo modulo di matrice numerica, il 4-2-4, con cui il Brasile arpiona l’alloro iridato nel ’58. Il secondo, al Mondiale seguente, lo tramuta in un 4-3-3, per meglio preservare l’incipiente logorio fisico del leggendario terzino sinistro Nilton Santos.
Alf Ramsey: partendo dal 4-2-4 di Feola, il tecnico inglese arriva prima al 4-3-3 di Moreira e poi, per liberare gli orizzonti visivi alla stella Charlton, al 4-4-2, che diventa il modulo inglese per antonomasia e spopolerà in tutto il Mondo per un trentennio e oltre.
Rinus Michels: raccogliendo consapevolmente o meno la lezione ungherese, Michels sviluppa un calcio che abroga le specifiche di ruoli, esalta la zona a tutto campo per dominare ovunque e porta i giocatori a movimenti sistematici. Per realizzare questo, c’è bisogno di una preparazione atletica e fisica superiore. I calciatori dell’Ajax e dell’Olanda vengono così sottoposti ad allenamenti durissimi (vedi il Grande Torino). Non è un caso che questi concetti prendano piede in Olanda, terra che vive sotto il livello del mare e ha bisogno di occupare spazi per sopravvivere. Fuori dal campo, la rivoluzione è ancora più evidente, con i giocatori che smettono di essere solo protagonisti sul campo, ma cominciano a diventarlo pure fuori, vestendo alla moda, portando le mogli in ritiro, concedendo interviste a pagamento, sponsorizzando prodotti commerciali in tv: i progenitori dei “divi di Hollywood” attuali. Un’ulteriore spinta a un calcio scientifico (troppo...) e organizzato allo sfinimento arriva dall’ex Urss, con il colonnello Valeri Lobanovskij, allenatore della Dinamo Kiev e poi della Nazionale.
Nils Liedholm e Arrigo Sacchi: in Italia, sono loro a portare la zona con successo, il primo nella Roma, il secondo nel Milan. Sacchi, in particolare, predica un calcio scientifico e organizzatissimo, dove il talento individuale deve sempre essere incanalato in uno schema collettivo, esaltando il fuorigioco continuo, i tagli, la zona e ripartenze velocissime.
Louis Van Gaal: diventa protagonista con il suo 3-4-3 sui generis, diverso da quello utilizzato da Zaccheroni nell’Udinese, che prevede i giocatori in linea. Quello di Van Gaal si basa invece su triangoli concatenati, diventando in campo un 1-2-1-2-1-2-1.
Josip Guardiola: il suo Barcellona si basa sulla struttura del calcio olandese (zona, 4-3-3 di partenza, organizzazione e preparazione superiori), ma Guardiola inserisce in questo quadro la fantasia latina e spagnola. Inoltre – ed è qui forse la sua vera grandezza – trasforma il 4-3-3 di base in una riedizione moderna del vecchio Metodo (WM), dimostrando quindi che le tattiche del calcio possono essere rispolverate e riadattate sempre, anche a 90 anni di distanza (dando ragione quindi alla teoria di Corrado Orrico).
Ci sono poi superbi allenatori non rivoluzionari come quelli di qui sopra, ma altrettanto bravi (in alcuni casi anche più bravi e più completi) in altri aspetti, dalla preparazione delle partite alla gestione del gruppo, dalla lettura tattica alla flessibilità mentale. Mi vengono in mente gli italiani Pozzo, Bearzot, Trapattoni, Lippi, Capello e Ancelotti; l’austriaco Happel; gli scozzesi Busby, Stein, Shankly e Ferguson; lo spagnolo Del Bosque; i portoghesi Jorge e Mourinho; l’olandese Hiddink; i tedeschi Schoen, Lattek e Hitzfeld; gli ungheresi Weisz e Guttman; gli inglesi Paisley e Clough. E tantissimi altri ancora...
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